il prato dell’autoscontro

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A primavera sarebbero iniziati i lavori. L’impresa lo aveva già cintato con rotoli di plastica arancio conficcando nel fango il cartello d’esecuzione lavori; poi sarebbero arrivate le ruspe, le gru, il geometra; capomastro e operai a eseguire l’autopsia: rigato, tagliato, scavato. Il prato era lì da sempre, a pochi isolati dal quartiere dove Italo aveva vissuto. Sposandosi si era trasferito qualche chilometro più lontano, in una zona residenziale, e andando al lavoro gli capitava di ricordarsi quando era ragazzino e sul prato venivano il circo e le giostre. Lì era accaduta una cosa e Italo pensava che il segreto sarebbe rimasto seppellito nelle fondamenta della nuova abitazione.
«Com’è andata in ufficio?», domanda Sara.
Italo lecca le dita salate di patatine: «Vuoi?», richiude lo sportello della dispensa.
«Sto andando in palestra».
«Appunto», dice lui, «metti sotto i denti qualcosa».
«Non le patatine».
Italo spalma la mano sulla pancia.
«Dovresti fare un po’ di moto», lo rimprovera lei, «calcetto coi colleghi, basta?»
«Sono più in forma di tanti altri».
«Contento tu», infila le scarpe da tennis, «fai andare la lavastoviglie, non torno per cena».
«Volevo dirti una cosa», la insegue con la voce e Sara si ferma sull’uscio, attende che Italo concluda ma lui fa segno di no ed è serio. Vede la ruspa azzannare il prato e i camion rubare la terra ancora viva di fili d’erba: «Nulla d’importante», aggiunge, «pensavo a tanto tempo fa», il suo segreto sgretolarsi in zolle sterili e mescolarsi alle gettate di cemento.
«Resta sveglio, così mi racconti questa cosa poco importante».
Italo accenna un sì, Sara esce, lui gira la chiave ed entra in cucina. Apre il frigorifero e carica il piatto di avanzi: pollo, finocchi gratinati, riso alle erbe. Infila tutto nel microonde. Prende uno straccio e apparecchia in sala. Cerca il telecomando, alza il volume della tivù accesa. Il blu della sera di quasi metà novembre è attaccato al finestrone. Spegne la lampada centrale e muove il variatore dell’applique sciogliendo poche candele nella penombra; in cucina prende acqua, vino, senape; il microonde fischia. Torna in sala col piatto, sposta il tavolino più vicino al divano, si sta sedendo quando il fisso suona. Dopo averci pensato un attimo afferra il cordless e risponde.
«Buonasera signor Landi», dice la voce: «Parlo col signor Italo Landi?»
«Sono io», risponde Italo esitando.
«Signor Landi, di nuovo buonasera. Sono Giorgio», continua la voce, «chiamo dal centro servizi di J-Net. Sono l’operatore duemilaseicentodiciotto e volevo sottoporle, se avrà la gentilezza di concedermi tre minuti del suo tempo, una proposta che riguarda i nostri servizi di telefonia integrata, pay-tv e Internet mega veloce», l’operatore prende fiato e attende.
«Stavo cenando».
«Le rubo solo un minuto signor Landi, anzi tre», ripete a memoria, «le anticipo che riceverà un prezioso e simpatico omaggio senza sottoscrivere alcunché. Valuterà poi la proposta J-Net. Io non la disturberò più; la chiamerò solo un’altra volta per chiederle, signor Italo Landi, cosa avrà deciso e in caso di risposta negativa la toglieremo dall’elenco dei potenziali clienti».
Italo abbassa la tivù e si lascia cadere sul divano. L’odore di pollo scaldato ha invaso la casa. L’operatore duemilaseicentodiciotto legge un testo prescritto. Italo non fiata. L’addetto illustra con estrema chiarezza tipologie di collegamento, caratteristiche tecniche, possibilità contrattuali, tabelle di risparmio sulle telefonate verso i cellulari, peculiarità della pay-tv. Parla per tre minuti esatti: «È il miglior contratto che possiamo sottoporle», conclude.
Italo si appoggia al vetro. Il giardino condominiale è un lago di silenzio, radi rimbombi mordono le pareti: «Siete tanti», dice, «sei l’operatore duemilaseicentodiciotto, prima ce ne saranno duemilaseicentodiciassette, o sbaglio? Magari c’è il duemilaseicentodiciannove», prosegue, «che fatturato ha la J-Net? O è solo un numero deciso dai capi per impressionare?»
«Veramente, signor Landi, non è mio compito spiegarle l’organizzazione aziendale».
«Lo so, ma rilassati. Hai una voce giovane. Quanti anni hai, ventiquattro? Sei a progetto? Precario? Un co-co-co? Ti pagano a provvigioni? Quanto dura il contratto? O sei l’operatore duemilaseicentodiciotto perché vi tengono un giorno e poi vi rimpiazzano?»
«Signor Landi mi perdoni, devo interromperla e chiederle se è interessato alla proposta».
«Che fretta hai adesso?»
«Ho delle procedure da seguire».
«Lo immagino e se ti dicessi che sì, sono interessato alla proposta J-Net?»
«Avrei altri tre minuti da dedicarle per compilare il contratto».
«Non ho detto che accetto, ma che potrei essere interessato».
«Le ho già spiegato tutto, o le interessa e chiudiamo o non le interessa».
«Troppa fretta caro duemilaseicentodiciotto, le telefonate saranno registrate e in quanto a cortesia non stai facendo un buon lavoro. Hai catturato un acquirente e lo tratti così?»
«Ho venticinque chiamate da fare e l’impressione che non sia interessato alla proposta, inoltre ho superato i tre minuti. Facciamo così signor Landi, le spedisco a casa l’omaggio».
«Non m’importa niente dell’omaggio».
«Le spetta di diritto».
«Guarda che sono interessato alla proposta J-Net».
«Perfetto».
«Ma un amico passato a J-Net non si è trovato affatto bene».
«Non sono tenuto ad ascoltare lamentele riguardo un cliente, le ripeto che la inserisco nella lista delle persone che riceveranno l’omaggio, la richiamo tra una settimana e in caso chiudiamo il contratto. Sul nostro sito troverà le informazioni di cui ha bisogno per decidere».
«No!»
«No? No, cosa?»
«Arrivo a casa, sto cenando e tu mi chiami. Bene: adesso mi stai ad ascoltare».
L’operatore duemilaseicentodiciotto osserva il capoturno che a sua volta lo sta guardando e fa segno ch’è tutto a posto. Il centro help-desk è un riverbero di radiazioni luminose e brusii e tic-tic di mani sulle tastiere. I tavoli, incrociati a ics, formano isole in grado di ospitare dodici addetti. Il capoturno ha una scrivania singola posta sulla cima dell’arcipelago, scrive un messaggio e lo inietta nel sistema, un secondo dopo sta lampeggiando sul video di Giorgio: “andare avanti”.
«La sto ascoltando signor Landi».
«Questo contratto è una fregatura, ma alla fine della nostra chiacchierata lo sottoscriverò».
«Non c’è alcuna fregatura, le assicuro che tutta l’offerta è espressa senza segreti».
«Ti ripeto che non m’importa: lasciamo stare la pay-tv che si blocca, i venti megabyte solo in teoria e il canone che non pagherò più ma che in realtà J-Net recupera con lo scatto alla risposta, non me ne frega niente. Stasera ho solo bisogno di parlare, tutto qua».
Il responsabile pigia un tasto della consolle, infila la cuffia e trasmette a tutti i turnisti la telefonata in corso tra Italo Landi e Giorgio Scalise, è convinto di mostrare in diretta come acquisire un nuovo cliente e spinge il pollice insù invitando l’operatore a non mollare.
«Avrei bisogno dei suoi dati completi», sta dicendo Giorgio a Italo.
«Poi ti darò tutti i dati che vuoi».
«Espletiamo le pratiche burocratiche e la starò ad ascoltare, è una promessa».
«Il numero della carta di credito lo darò solo alla fine».
«Cosa le fa credere che io sia la persona adatta ad ascoltarla?»
«Non lo so infatti, nemmeno m’importa. Meglio parlare tra sconosciuti, non credi?»
«Forse».
«Avrai il tuo contratto. Mi pare uno scambio accettabile?»
«Bene: mi lascia i dati, io ascolto e infine digita il numero carta e sarà utente J-Net».
Gli addetti, in gran parte giovani, ammiccano. Sui monitor lampeggia il messaggio spedito dal capoturno: “mille strategie, una missione, un nuovo contratto, uno di più”. Giorgio posiziona il cursore sul campo per il numero della carta di credito. Sistema la cuffia e si massaggia la cervice.
«Ci costruiranno una casa», dice Italo, «lo hanno già recintato».
«Una casa? Dove?»
Il responsabile del servizio è appagato: lascia che i turnisti, ascoltando le parole di Italo Landi, possano prendersi una pausa facendo tesoro del metodo d’aggressione attuato dal collega.
«Vicino a dove abitavo da ragazzo c’è sempre stato un prato, niente di speciale. Hai presente un prato inutile? Non un prato ai piedi delle Dolomiti o in riva a un lago. Un pezzo di terra ed erba rimasto lì, tra i centri commerciali, i benzinai e i palazzi. Una roba così».
«Un prato, certo».
«Ci faranno sopra una casa».
«Normale, mi pare».
«È sempre normale, ogni cosa. Tutto è sempre normale».
«Dove abito io, fuori città, spesso arrivano e recintano. Ci fanno case o capannoni o negozi».
«Era il settantacinque quando accadde, sì, non c’erano stati né i mondiali né le olimpiadi».
«Millenovecentosettantacinque, poi?»
«Poi Andrea era un mio amico. Lo conoscevo da sempre; in quartiere ci si conosceva tutti. Non era un ragazzo normale. Sua madre, durante il parto, aveva avuto dei problemi e a lui era mancato per qualche secondo il fluire dell’ossigeno al cervello. Così era rimasto scemo, ritardato».
«Capisco».
«Cose che accadono, normali», parla e ha le palpebre socchiuse, «all’asilo capitammo nella stessa classe e d’istinto gli stavo dietro. Era seguito anche da un’insegnante di sostegno, ma spesso mancava e così, se lo vedevo in difficoltà, mi facevo trovare. Ero suo amico, l’unico o uno dei pochi. Quand’ero bambino mi era venuto naturale dargli una mano e i genitori di Andrea fecero domanda affinché alle elementari potesse restare in classe con me. Cosa che avvenne anche per i tre delle medie. Pareva felice più di tutti noi che si trovava sempre da lamentarsi».
Giorgio Scalise gonfia le guance e il collega di fronte gli rimanda le boccacce. Il capoturno non stacca l’online della chiamata su tutte le linee. Tra i meno attenti, alcuni si picchiettano l’indice sulla tempia, altri ne approfittano per bere dell’acqua o sbocconcellare biscotti.
«Nel prato c’erano le giostre. Il prato dell’autoscontro, è così che lo chiamavamo: andare in autoscontro era la cosa più divertente. Non l’ho mai raccontata a nessuno questa storia, non ce l’ho mai fatta e mi vergogno ancora, eppure sono passati più di trent’anni: è una di quelle schegge che ti porti sotto la pelle per tutta la vita», Italo spegne la tivù e inizia a girare per la casa buia, «avevo tredici anni, Andrea quindici. È sempre stato difficile individuare la sua età. Mia madre diceva che con Andrea dovevo avere pazienza, che lui era più grande di me, ma era come avesse sempre dieci anni di meno. Nel settantacinque frequentavamo la terza media. Lui aveva quel viso perso dentro un sorriso ebete fatto di denti bianchi ed efelidi. Diversamente abile? Si dice così vero? Al quartiere lo chiamavamo tutti il mongolo. Pochi istanti senza aria e tutta la vita senza camminare bene, senza parlare bene, senza capire, senza sapere. Senza fare l’amore. Preso in giro dai bambini più piccoli, insultato da quelli più grandi», Italo è seduto sul bordo della vasca: «Sei ancora lì?»
«Sono qui», risponde Giorgio Scalise.
«Quella volta avevo promesso ad Andrea che lo avrei portato a fare un giro sull’autoscontro. Lui aveva visto i camion delle giostre e a niente erano serviti i miei tentativi per dissuaderlo. Gli occhi gli brillavano di gioia e con quel suo linguaggio strano più di una volta mi aveva detto che gli sarebbe piaciuto salirci e che lui però non sapeva guidare», si siede sul water e segna col piede una riga sulla piastrella, «quel giorno passai a prenderlo senza immaginare che sarebbe stata l’ultima volta in casa sua. Stringeva nella mano le monete per i gettoni e nella foschia del tardo pomeriggio avvistammo il prato da lontano. Le luci delle giostre lo riportavano a noi come fosse l’unica cosa che esistesse. C’era odore di castagne arrosto e tutto era fumo. I ragazzi del quartiere, quelli delle medie e quelli più grandi, erano lì, a branchi. Con i giubbotti e i motorini, con le ragazze in calzamaglia e il trucco pesante. Io non volevo farmi vedere con Andrea, a lui non importava essere deriso, invece a me sì. C’erano anche Carlo e Vittorio: stavano lì a tirar colpi al pungi ball. Io mi ero mimetizzato dentro il cappuccio della felpa. Avevo comprato il gettone, uno solo, e Andrea era così eccitato che faceva un casino terribile, infatti lo videro e cominciarono a canzonarci. – Ma cosa fate? – dissero, – Andate a fare un giro sull’autoscontro? Assieme? Come due innamorati? – Carlo e Vittorio spalleggiandosi si avvicinarono. Andrea sapeva ch’erano cattivi e glielo diceva in faccia, ma quelli ridevano di più. Non volevo pensassero fossi uno scemo anch’io, non volevo. – Che ci fai qui con il mongolo? – Andrea, anche se capiva che ce l’avevano con noi, rideva. – Italo porta giro. Italo porta giro – diceva con la sua voce stonata. E loro: – Ma bravo Italo che fa le buone azioni -. Poi Vittorio si avvicinò e mi disse una cosa all’orecchio. Dissi – No -. Lui la ripeté a Carlo che scoppiò a ridere. Vittorio mi guardò diritto negli occhi dicendo – Sì, lo devi fare -».
«Cosa ha dovuto fare?»
«Salimmo tutti sull’autoscontro», prosegue Italo sdraiato sul parquet, «io con Andrea. Vittorio, Carlo e tutti gli altri della cricca, a due a due. Appena partiti accostai la macchina al bordo della pista e scesi al volo abbandonando Andrea. Lo lasciai lì, come un bimbo sperduto, senza che avesse idea di come guidare. Ancora oggi vedo la sua bocca aperta, le parole mute. Terrorizzato si aggrappava al volante, disperato, come stesse precipitando dalla cima di un monte. Gli altri cominciarono a piombargli addosso da tutte le parti. La vettura di Andrea, in mezzo alla pista, era il bersaglio preferito. Bombardata dagli scontri premeditati di Carlo e Vittorio e di tutti. La testa di Andrea vacillava, picchiò il viso sul volante. La spina dorsale si fletteva come quella d’un burattino, e per la prima volta lo vidi piangere», Italo ha aperto l’anta dell’armadio e infilato la testa tra gli abiti appesi, «non smisero un attimo di colpirlo. Io, rimasto sul bordo della pista, mi vergognavo e mi nascosi. Aspettai la fine del giro. Carlo e Vittorio ridevano soddisfatti e in fondo non avevano fatto niente di male; erano andati sull’autoscontro e sull’autoscontro si fa così; ero io il verme senza scuse per la pavidità. Andrea era frastornato: due gocce di sangue gli bucavano le labbra. Lo aiutò a scendere il ragazzo che sistemava l’autopista. Andrea mi corse incontro ma non avevo il coraggio di guardarlo. Lo accompagnai a casa senza parlare. Non salii a casa sua né quella sera né mai. A scuola cominciai a evitarlo e i professori se ne accorsero. Immagino pensassero che dopo tanti anni fossi stanco, gli affiancarono un altro compagno e ne fui felice. Non scambiammo più una parola. L’anno scolastico a giugno finì. Non gli parlai mai più. Mi capitò a volte d’incrociarlo, lui. O lui con i genitori. O i genitori e basta. Ma ero sempre abbastanza pronto per evitarli. Per evitarlo», il rivestimento del piumone è fresco, Italo si è lasciato cadere sul letto e con la guancia libera striscia verso i cuscini, «è questa la storia che non ho mai raccontato e forse ho pagato così».
Giorgio Scalise non sa che dire, sente che una parola deve pronunciarla ma tutte quelle che gli vengono in mente sembrano sbagliate: «Andrea? Ora come sta?», chiede poco convinto.
Italo si mette seduto: «Ho il numero della carta», dice, «chiudiamo il contratto».
«Certo, il numero», dice Giorgio tornando a essere l’operatore duemilaseicentodiciotto.
Il capoturno chiude la replica della telefonata agli altri addetti. Italo digita sul telefono in multifrequenza le cifre e intanto le detta. Le luci delle chiamate in entrata riprendono a illuminarsi e le voci di risposta degli operatori a incrociarsi come echi di uccelli in una grotta.
«Tutto a posto signor Landi, contratto firmato».
«Allora attendo i vostri specialisti per il cablaggio dell’impianto».
«Sì, sarà ricontattato nei prossimi giorni dall’ufficio tecnico».
Italo si accorge d’essere finito appiccicato alla finestra della camera. In strada c’è un signore col cane che cammina lento e fuma una sigaretta. Torna in sala e accende la tivù, lascia il volume basso, segue le immagini e cambia canale ogni cinque secondi. Sara torna dopo mezzanotte; si seguono prima in bagno e poi a letto.
«Questa cosa da dirmi?»
«Nulla».
«Che hai stasera?»
«Stanco».
«C’è un’altra? È questo?»
«Ma dai».
«Parla allora».
«È una cosa accaduta trent’anni fa, una noia: dormiamo».
«Mi hai anche aspettato sveglio».
«Guardavo la tivù».
«Insomma, parla».
«Dopo la rotonda del centro commerciale, in quartiere, c’è mica quel prato?»
«Quello che hanno recintato, certo. Ci costruiranno una casa nuova, lo sai?»
«Infatti e…»
«Pensavo d’informarmi, non ti piacerebbe cambiare casa? Qua siamo fuori da tutto, va bene la tranquillità ma sono un po’ stufa. Preferisco vivere in una zona più servita».
«Dormiamo?»
«Hai ragione t’ho interrotto, scusa».
«Trent’anni fa ci venivano le giostre».
«Sì, sul prato. E allora?»
«Ti ricordi Andrea, quel ragazzo ritardato», Italo racconta un po’ della loro amicizia e conclude, «qualche volta mia madre ne parla, c’è di certo in qualche foto di quand’ero ragazzo».
«Mi pare».
«Alle giostre gli feci un brutto scherzo e adesso che sul prato ci fanno una casa, il mio segreto marcirà in me come la possibilità di chiedere perdono».
«Perdono?»
«Confessare, espiare la colpa. Gli feci uno scherzo orribile».
«Parli di uno scherzo fatto da ragazzino?», Sara spinge via la spalla di Italo, «ma dai!»
«Lo sapevo, non hai capito», Italo si volta verso l’armadio, «la luce?»
«Sì, dormiamo», Sara con uno scatto gira l’interruttore e spegne l’abat-jour.
«Sei cinica».
«Quale terribile scherzo puoi avergli fatto? Eri un ragazzo».
«Proprio non vuoi capire e in fondo non è colpa tua».
«Smettila di offendere, ho capito bene che ti piace far la vittima».
«Cinica e gelida».
«Mica l’hai ucciso», allunga i piedi sulle gambe di Italo, «questi invece sono gelidi», ride.
«Non l’ho ammazzato, no. E comunque Andrea è morto oramai».
«Mi spiace, ma non credevo si trattasse di una sciocchezza così».
«Avresti preferito ti dicessi che ho un’altra?»
«Magari sì, invece di queste assurdità».
Italo si alza.
«Dove vai?»
«A vedere la tivù».
«Tieni il volume basso, per favore».
Italo sposta il piumone e cerca le pantofole.
«Ho detto che mi dispiace».
«Cosa ti dispiace? Che stasera ho stipulato un contratto telefonico con la J-Net?»
«Cosa? E che c’entra adesso?»
«In cambio l’operatore è stato ad ascoltare la storia dello scherzo ad Andrea».
A Sara scappa una risata: «Cosa, cosa? Non ci credo. Mi prendi in giro?»
«No, e nei prossimi giorni verranno col modem e tutto il resto».
«Sono stati ad ascoltarti?», Sara rincalza il piumone, ride e non riesce a trattenersi.
«Smettila un po’».
«Pensavo che forse», si sforza per essere seria, «sei ancora in tempo».
«Per cosa?»
«Non so, andare dai genitori di Andrea: sarebbe carino. Abitano ancora al quartiere?»
«Sì, domanderò per sicurezza a mia madre, ma credo di sì».
«Allora vacci».
«Già», Italo si ferma nel buio della camera, «ci andrò», e si rinfila sotto il piumone.
«Ora dormiamo, okay?», dice Sara.
C’è il sole freddo di fine novembre posato sull’asfalto del quartiere. Italo suona il campanello di casa Toscani. La faccia della madre di Andrea non è cambiata. Era già vecchia nel millenovecentosettantacinque e non è invecchiata di più adesso. Dietro arriva il marito: sulle linee della pelle del volto è marcata una cordialità spontanea. Non è cambiato nemmeno lui. Forse è solo più grasso, pensa Italo mentre sente sfilare a un altro piano l’ascensore; la madre di Andrea chiude la porta e Italo è pentito di esserci: da quando ne ha parlato a sua madre però non ha più potuto tirarsi indietro. Anche la casa è come Italo la ricordava, lo stesso odore di gomma dolce, i quadri con le cornici cesellate, brillanti. Ognuno si sforza per riconoscersi cercando le parole più belle.
«È passato tanto tempo», dice Nina, «ho saputo che venivi e non m’è parso vero», stringe gli occhi per guardarlo meglio, «non potevo crederci», è acciambellata in uno scialle di lana.
«Siamo felici che tu sia qui», aggiunge il signor Gianni scortandoli.
«Faccio il caffè», dice Nina deviando in cucina.
Gianni entra in sala seguito da Italo: «Siamo rimasti soli», prende una sedia e offre il divano a Italo, «era sempre allegro, un tesoro. Il nostro piccolo tesoro», poi si fa silenzioso, un artiglio gli attraversa lo sguardo e lo trascina nel desiderio di un’attesa che gli mitighi la stanchezza.
Nina, dopo qualche minuto, entra col vassoio e le tazzine fumanti: «Che succede qua?», dice tagliando il silenzio, «Gianni, mica avrai cominciato a fare discorsi tristi?»
«Nessun problema Nina. Sono qui per parlare anche di lui», prende coraggio Italo.
«Beviamo il caffè», Nina posa il vassoio sul tavolo: «Zucchero? Fai da solo?»
Gianni rimane sulla sedia, vorrebbe stare zitto: «Anche dopo che non sei venuto più», dice, «lui parlava sempre di te».
Nina gira un’occhiataccia al marito: «E tu, come stai?», domanda a Italo.
«Io bene».
«Il lavoro?»
«Va».
Gianni sorseggia il caffè: «Andrea ti ha aspettato tutta la vita», dice: «Aveva quarantadue anni quando è morto, cinque anni giusti mercoledì scorso».
«Non assillarlo».
«Vado in cucina a prendere i biscotti», Gianni si alza, strascica le pantofole.
«Controlla il forno», gli dice Nina.
Italo sta ancora girando il cucchiaio nella tazzina.
«Capiva sempre meno», dice Nina, «si spegneva, ma di te s’è ricordato fino all’ultimo».
«Non ho potuto più tornare», prova a dire Italo.
«Quanti anni hai ora?»
«Quarantacinque».
«Sono passati trentadue anni e mi sembra di vedervi ancora insieme, come quel giorno che lo portavi a fare un giro sull’autoscontro».
Italo trattiene in gola tutta la sua vita, un momento dopo l’altro, tutto lo scempio di cose inutili che si fanno, che si dicono, che si pensano. Neppure serve piangere, pensa, né domandare perdono, né sopravvivere ai sensi di colpa. Semplicemente basterebbe non esistere.
«Hai figli?»
Tace e fa segno di no.
«Era buio ed è arrivato in casa senza di te. M’era parso strano, lo accompagnavi sempre e spesso ti fermavi per cena. Te lo ricordi?»
«Cosa ha raccontato di quella volta, Andrea?», domanda Italo.
«Che si era divertito ma fatto male al labbro».
«Sapeva raccontare le bugie allora», la mascella di Italo si tende, «andarono in un altro modo le cose», dice, «sono qui per domandare perdono».
Dalla finestra entra il sole e la luce danza. Non c’è altro al mondo che quella luce.
«Perdonare?», Nina si richiude nello scialle, «l’istituto risparmia sui riscaldamenti».
«L’ho tradito quel giorno».
«Dove abiti ora hai il riscaldamento autonomo?»
«Sì Nina, ma tu non mi ascolti, sono stato un vigliacco, hai sentito?»
«Ti ascolto, e penso tu stia esagerando».
«Non sono più tornato da lui, da voi», butta in gola il caffè, «sono sparito».
«Ti sei punito abbastanza, non credi?», dice Nina, «abbiamo sempre creduto che Andrea avesse bisogno di noi, anche tu. Invece era il contrario. Non sei più tornato, è vero. Ma chi ha dovuto sopportare il dolore più grande?»
Gianni entra con la torta.
«Comunque non diceva bugie, Andrea», Nina si avvicina al tavolo e sparge lo zucchero a velo: «Ora mangiamola questa torta».
Italo si alza e l’abbraccia, poi abbraccia Gianni.
«Ti aveva perdonato», dice Nina dietro gli occhiali, «la sera stessa ti aveva già perdonato. Perché tu eri il suo amico e basta».
«C’è ancora caffè. Ne vuoi, Italo?», dice Gianni.
«Sì», resta in piedi in mezzo alla sala, «grazie», dalla gola non passano altre parole.
Da un cassetto Nina prende una cartelletta e la apre. Nei colori disordinati del foglio c’è il fumo delle castagne, i lampi delle giostre e in primo piano, sproporzionata, l’autopista. Italo lo prende tra le mani e disegnati ci sono due ragazzetti con le braccia in alto e una mezzaluna sul viso.
«Tienilo», dice Nina.
«La torta!», esclama Gianni spazientito.
Italo pensa al Natale, il ritorno all’infanzia lo spinge attorno ai decori della vigilia, allo scorrere lento del tempo. Entra in un tunnel fatto delle solite cose da fare e di memoria. Intanto piove contro i vetri dell’auto, della casa, del box doccia. Arriva a casa e Sara esce dal bagno coi capelli umidi e si sdraia sul divano. Sul tavolo c’è una scatola da aprire anche se non è festa.
«Il tuo omaggio J-Net», dice lei.
«Sono stati di parola, è arrivato davvero».
«Domani sei a casa? Fai ponte?»
«Sì».
«Andiamo via qualche giorno, che ne dici?»
«Dove?»
Sara alza le spalle: «Firenze?»
Italo con la forbice taglia le regge. Nella scatola c’è un mouse griffato J-Net e una busta.
«Cosa dice la lettera?», domanda Sara.
«Lieti di farle questo regalo, spero gradito eccetera, grazie per la pazienza, eccetera», Italo legge rapido, «sarà contattato per la decisione riguardo la proposta eccetera», si ferma e legge l’altro foglio: «Viste le modalità non conformi agli standard con cui è stato sottoscritto eccetera, la informiamo che la sua richiesta di nuova utenza è stata respinta».
Sara sfila l’accappatoio e si mette sotto il plaid. Italo sfila le scarpe, la giacca, allenta il nodo della cravatta. La schiena gli duole meno del solito. Si volta e Sara è lì sul divano, la tivù è spenta e un piede le dondola dal bordo sbucando dalla coperta appena rimboccata.
«Mara come sta?»
«Meglio».
«Enzo?»
«Lui benissimo, ha già un’altra».
«Hai cenato?»
«Spiluccato».
«Preparo qualcosa?»
«Tu, come stai?»
Italo fa sì con la testa: «La ditta chiude quindici giorni a Natale».
«Ti ricordi? Questa coperta l’abbiamo comperata a quel mercatino a Innsbruck».
La casa è avvolta nel silenzio, non solo il loro appartamento ma tutto il condominio, e c’è un buio piovoso che picchia alle finestre. Pare di essere finiti in un mondo inesistente, non c’è materia, è come stare dentro una nuvola e volare via senza sapere dove. Italo, mentre scende tra le braccia di Sara, pensa che tutto è passato in fretta. Sara lo avvolge tra le gambe e lui la cinge forte, disperato. Ognuno utilizza l’altro come contrappeso per evitare di schizzare fuori dal fumo della nuvola e perdersi in un limbo più pauroso. C’è Andrea che guida l’autoscontro come fosse un pilota vero e ha il casco, c’è l’operatore della J-Net che straccia il contratto, la madre di Andrea che ha lo stesso sorriso del figlio; l’ufficio con le battute dei colleghi, l’impudenza del capo, il ritiro a fine mese della busta paga. Sara è morbida, ha la pelle fresca e la coperta d’Austria cade sul pavimento, poi stanno già lambendo i confini del quartiere. Il freddo di fine gennaio ha lasciato la gente dentro casa, anche il traffico è scarso. È passato un altro Natale, un altro anno, pensa Italo, febbraio ha pochi giorni e a marzo tutto comincerà di nuovo. Sara ha posteggiato la macchina davanti a casa dei suoceri e hanno proseguito a piedi. Italo è perplesso, si piega nel giubbotto e tiene le mani in tasca. Sara cammina lenta e senza parlare, ha fatto promettere a Italo di non fare domande e seguirla. C’è la rotonda del centro commerciale, il benzinaio, l’insegna spenta di un bar. La saracinesca è tinta di graffiti. Proseguono e si comincia a vedere, nel buio, lo scotch arancio che circonda il prato. Italo non capisce, guarda Sara ma lei incrocia l’indice sulle labbra e dice silenzio.
Nel prato c’è la pista dell’autoscontro.
«Sono incinta», dice Sara, «domani inizia il terzo mese».
«Sei pazza?»
«Per il bambino o per la pista?»
«Tutte e due».
Le luci della pista tracciano il prato, sbuffi di brina si alzano attorno esplodendo nel silenzio, come fuochi fatui. Sara e Italo si avvicinano, lei lo invita a superare i nastri della recinzione. Da lontano scorgono un ometto che fa loro segno di raggiungerlo.
«Li hai i soldi per i gettoni?», ride Sara.
«L’hai fatta venire qua tu?»
«Più facile di quanto credi».
«E il bambino?»
«È tutto vero».
«I dottori avevano detto che non era possibile».
«I dottori sbagliavano».
Le aste nere salgono verticali verso la rete elettrica. L’ometto attende, spinge una vettura verso il centro della pista, poi torna dietro il banco a far suonare la musica.
«Facciamo un giro», dice Italo.
Sara prende il gettone dal ripiano del giostraio e torna in mezzo alla pista. Sale sull’autoscontro, Italo la segue. Infilano il gettone nella fessura e la piccola macchina gommata parte. Gira seguendo le manovre del volante. Al centro delle razze c’è uno stemma bianco. Gira lenta, curvando, seguendo traiettorie assurde. Ghirigori che lasciano sulla pista scie lucide. Un buon vento muove i capelli di Sara. Lei ha chiuso gli occhi. Italo pensa che era solo un prato, certo, però tanto tempo fa era accaduta una cosa. E poi un’altra, e un’altra, e un’altra ancora.

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