briciole come mosche bianche

briciole
Si muovevano solo le mosche. Volavano sui tavolini all’aperto, si fermavano sopra le briciole e passeggiavano inquiete tra i bicchieri sfregando le zampette. Il caldo umido si era gettato sulla pianura e le campagne, le strade e le case, erano piegate in un lungo, pigro respiro. Il bar occupava il pianterreno dell’angolo della piazza del paese, di fronte al sagrato e sotto le mura di una vecchia casa, in una terra che negli anni sessanta era stata dichiarata depressa e che ancora, a distanza di vent’anni, perseverava nella malinconia d’una sopravvivenza obbligata. Il giardino del bar era per metà coperto da una sgangherata tettoia in plexiglas, sopra la quale erano cresciute confuse arterie di edera. Sul confine c’era un albero secco dalle fronde flesse verso il basso che a Chiara ricordarono degli occhi malati. Arrivò in bicicletta, coi capelli raccolti in una coda tenuta sollevata da un mollettone. Pensava alla sera prima. Non era andata bene, non funzionava più e la casa libera, mamma e papà in vacanza, avevano solo contribuito a portare a galla la questione, ad acuire il problema. Cercò un tavolino all’ombra e sedendosi guardò l’ora. Poi sistemò la camiciola di cotone con un gesto lento, lieve. Il cameriere arrivò a sparecchiare. Le mosche si alzarono e volarono sul tavolo a fianco.
«Vuoi ordinare?»
La plastica intrecciata della sedia le s’incollò alle gambe: «Un attimo», rispose, «aspetto una persona».
Andava di rado in quel bar, era più un posto da vecchietti e briscola, avevano deciso di trovarsi lì perché c’era questo giardinetto. Conosceva il cameriere di vista, in paese ci si conosceva tutti. Lui passò un panno sul tavolo, riprese il vassoio e tornò dentro il locale, sparì tra le strisce di plastica colorata come in una magia. Chiara sfiorò con un dito la caviglia, un centimetro sopra il bordo delle ballerine color bronzo, per lenire la puntura di una zanzara. Oggi, qualsiasi movimento, costava fatica. Consumò un po’ dell’attesa ascoltando il ronzio delle pale di un ventilatore che giungeva fino in giardino e che pareva far danzare le mosche. Era probabile che dentro fosse più fresco. Pensò di alzarsi ed entrare ma immaginò che lui sarebbe arrivato e non l’avrebbe vista. Si allungò e prese un quotidiano posato sulla sedia di fianco. Il campanile, infilato nel cielo fuso, rintoccò l’una. In prima pagina si parlava della ragazza assassinata nello spogliatoio della palestra: “Gli inquirenti stanno vagliando tutte le ipotesi…” recitava il sottotitolo. Sfogliò rapidamente le pagine interne. Le mosche, in controluce sulla lamina di alluminio dei tavoli, si confondevano con le briciole di pane. Restò incantata a seguirne i rapidi movimenti: le ali erano minuscole vele, tremolavano, e dietro c’era il mare grigio della piazza riarsa di sole. Prese un fazzoletto dalla borsa e deterse un po’ il collo, dietro, dove il tocco dei capelli sfuggiti all’elastico l’aveva fatta sudare. La macchina sportiva si compose sulla linea d’ombra del cornicione e prima di frenare ruggì un’ultima volta. Alberto scese dinoccolato. Aveva un corpo sbalzato da muscoli e abiti aderenti. Le spalle, viste da dietro, erano larghe. Il petto però, meno possente, tradiva un’esagerata sollecitazione della fascia dorsale. Era un corpo di un fascino spietato.
«Non credevo arrivassi in orario», disse lei.
«Mi sono sbrigato». Si lasciò cadere sulla sedia, mise gli avambracci sul tavolo e schioccò le dita.
Il rumore secco delle cartilagini la fece rabbrividire: «Hai preso tutto per l’esame?», disse.
Lui si voltò verso la porta del bar: «Hai già ordinato? Ho sete».
«No, ti ho aspettato…»
«Cameriere», gridò lui agitando le braccia.
«Piano, fai scappare le mosche».
Il cameriere, restando sull’uscio, si affacciò e rimase in attesa con le braccia lunghe e le mani infilate nel marsupio del grembiule.
«Per me una birra in bottiglia, tu?»
«Una menta ghiacciata».
Il cameriere annuì e rientrò. Le corde di plastica dell’uscio frustarono l’aria pregna di liquidi invisibili. Alcune mosche tornarono indietro, verso i tavoli vuoti del giardino e attorno a Chiara e a lui.
«La tesi, come va?», disse Alberto: «Ci hai lavorato?»
«Mi sono svegliata presto stamattina e ho studiato bene, un buon lavoro. Sono soddisfatta».
«Brava», disse prima che gli comparisse uno gnocco sulla guancia: «Altro?», divenne serio, «di ieri sera per esempio?»
Il cameriere arrivò col vassoio. Poggiò sul tavolo due sottocoppe di cartone plastificato e mise sopra i bicchieri. Aprì la bottiglia di birra e la lasciò sul tavolo. Fece per andare via ma Alberto lo chiamò.
«Mi lasci il tappo?», disse, «mi piace giocarci».
Chiara non aprì bocca.
Il cameriere fece due passi indietro e con un gesto di esagerata riverenza posò il tappo di fianco alla bottiglia: «Serve anche il cavatappi?», disse.
«No, grazie», rispose lui tra i denti.
Il cameriere se ne andò trascinando gli zoccoli.
«Alla fine dovrai deciderti a dare analisi due» disse lei: «Non credi?»
Lui accennò un sì e cambiò discorso: «Stamane la macchina faceva un rumorino strano…»
«Non puoi chiedere il rinvio per il militare all’infinito».
«Ti vuoi liberare di me?», le prese una mano, carezzandola e stringendola, la fissò dentro gli occhi con lucida cattiveria fino a percepirne un brivido.
«Che hai capito», fece Chiara togliendo la mano: «Dicevo per il tuo piano studi».
«Smettila di preoccuparti del mio piano studi, non ti basta il tuo?»
«Io mi laureo a ottobre. Ho solo due anni più di te e tu sei indietro di quattro».
«Dovrò dirlo a mio padre del rumore».
«Che rumore?», muovendo il bicchiere si accorse che il ghiaccio era già sciolto: «Che dici?»
«Mi ascolti o no quando parlo?», disse Alberto, «il rumorino che fa la macchina».
Lei non aggiunse altro sull’argomento: «Sei passato in biblioteca?», disse poi.
«E tu? Cos’hai deciso?»
«Ho anche fame», tolse lo sguardo: «Prendiamo da mangiare?»
«Non hai pranzato a casa?»
«Solo la colazione».
«Le tue colazioni sono dei pranzi nuziali».
«Il primo pasto è il più importante».
«In università ho preso un panino».
Il cameriere, quasi avesse sentito, riapparve in quel momento.
«Potremmo avere un’insalata?» domandò lui.
«Se volessi altro?», fece Chiara.
«Mangi sempre insalate…»
«Ho capito, ma posso ordinare io?»
«E ordina tu».
Il cameriere avanzò di due passi. Infilò di nuovo le mani nel grembiule e rimase in attesa.
«Un’insalata tonno, pomodori e mozzarella», disse lei.
Alberto alzò le spalle e fece uno sguardo d’intesa al cameriere. Chiara fece un respiro forte, odiava la complicità tra maschi. Il cameriere non fece troppo caso all’occhiata d’alleanza, registrò nella mente l’ordinazione e prima di rientrare sistemò gli altri tavoli; raccolse alcuni bicchieri, diede un colpo di straccio. Le mosche ronzarono e infastidite volarono via, sparendo nel nulla.
«Hai visto?», fece lei.
«Cosa?»
«Le mosche, eccole che tornano…»
«Dove?»
«Lì!», fece segno, «su quel tavolo, il cameriere ha scordato di pulirlo, tornano sulle briciole».
«Non capisco che hai oggi», scrutò la sua macchina in strada, «questo interesse per le mosche».
Rimasero in silenzio un minuto. Bevendo, senza incrociare gli sguardi. Poi Alberto provò a riprendere il filo del discorso che gli interessava.
«A me non va più bene», disse, «e credo che ieri sera l’abbia capito anche tu».
«E se decido di prenderla, torneremo felici», disse Chiara: «Sarà tutto come prima?»
Lui rispose svelto: «Come prima, certo», disse appoggiando la birra.
«E se decido di fare quel che più desideri, quando dirò cose belle, magari dirò briciole come mosche bianche, vedrai anche tu quello che vedo io, sentirai anche tu quello che sento io?»
«Sì. Sentiremo insieme tutto quanto».
«Ci sono stata, sai?»
«Lo avevo capito».
«Non ho ancora deciso però».
Lui fece di sì e tese le mascelle: «Oggi io invece passo dal meccanico», disse poi, «per il rumorino…»
Chiara si alzò di colpo e Alberto zittì. Le ultime sillabe gli morirono nel rigido silenzio degli occhi di lei. Un istante dopo, mentre il cameriere arrivava con l’insalata, Chiara andava via e le mosche, lasciando le briciole, si sollevavano. Alberto strinse tra due dita il bordo zigrinato del tappo, penetrandosi la pelle col metallo e ferendosi il polpastrello. Una goccia di sangue scese a pizzicare l’alluminio del tavolo. Osservò di nuovo la carrozzeria lucida e nera della macchina, la piazza rovente nella stasi di un’afa spietata e Chiara che andava via di spalle, spingendo le ballerine sui pedali.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...