l’ultimo giorno dell’inverno

l'ultimo g inverno

Viola è nata l’ultimo giorno dell’inverno 2016, quattro anni e mezzo fa. È orfana. Sua madre è morta mettendola al mondo; suo padre, pochi giorni dopo, si è lanciato contro la metropolitana in arrivo alla fermata di De Angeli. Non so di più dei suoi genitori, alle famiglie adottive non viene detto molto, è una regola.
Ti sarebbe piaciuta, Augusto. È una bambina dolce e ribelle; io sono di parte, vero, ma voglio giocarmela così e azzardare che ti sarebbe piaciuta, come si faceva tra noi due. Una scommessa senza soldi, niente cavalli da giocare.
Viola cammina a piedi scalzi sul parquet della nostra casa, fuori imbrunisce e gli autobus filano dentro le strade. Le luci intermittenti dell’albero di Natale si frantumano sui cristalli delle finestre del terrazzo. Nella bella stagione, la domenica, quando il gelsomino stilla l’aria di miele, pranziamo tutti sotto il pergolato ora battuto dall’aria gelida; l’edera, adesso, è appesa ai graticci, stanca, e alcune foglie dardeggiano l’ultima volta prima di volar via. Le antenne dei palazzi disegnano le interferenze del cielo, in questo principio d’inverno, dimenticato dalle nuvole. Mi vien da piangere e piango così che davanti ai miei occhi tutto scompare in un gorgo che si rintana in me, da qualche parte. Non trovo più niente di questo oggi. Solo il futuro conta, la vita che verrà per Viola, e i miei ricordi: quella volta che pioveva forte e c’era un odore acido, di ozono, io tenevo l’ombrello e tu la mia mano.
Viola salta sul sofà, spengo la lampada del salone e restiamo vicine a osservare l’incanto delle luci. Domani è la vigilia e in cucina sto mettendo insieme gli ingredienti per i pranzi e le cene delle feste. Nel silenzio sento lo sfrigolio dei relè comandare l’alternanza delle luminarie. Dico a Viola che qualche grillo deve essersi nascosto in casa. Lei ride: anche quello di Pinocchio? chiede. Guardo la stella sulla punta dell’albero e cerco una risposta che assomigli a una favola. Viola con un balzo torna a cantare e a correre. È lei il presente che abiterà il domani, lei che ricama il mio tempo e il mio spazio, mi nutre e rende leggera la mia anima vecchia e ossuta. Stamattina siamo andate ai giardinetti. Abbiamo camminato lontano dal suono delle strade, imitavamo le cornacchie indaffarate a becchettare i resti di fianco ai cestini. Spesso camminiamo tanto da arrivare in periferia. Qualche mese fa, al Gallaratese, abbiamo visto le ruspe ricoprire un lungo tratto di Via d’Acqua. So che la stanno smantellando tutta. Alcuni operatori raccoglievano le nutrie dentro il cassone di un camion. Mi ha fatto male quella scena. Hai ragione, Augusto: il tempo punisce ogni errore.
Viola è testarda, a fine ottobre abbiamo dovuto ritirarla dalla scuola materna: litigava con tutti e non era entrata in amicizia con le maestre. La comprendo, stavano qua anche a me. Una aveva lo stesso sguardo di talune onorevoli ai talkshow e l’altra avrebbe avuto bisogno di cominciare tutto daccapo: rifare la materna, la primaria e la media. Portare via Viola da quella scuola è stata la cosa migliore che potessimo fare. Ne troverò una diversa l’anno prossimo.
Mi sento una nonna finta, Augusto lo sai; Clelia è una brava figlia e ora è una brava mamma, sono sempre di parte, vero. Con Orazio, l’hanno avuta in adozione che aveva solo una settimana. Per loro è come una bambina naturale. Tutta la nostra famiglia la ama e io prego dio di campare a lungo, avere il tempo e la forza per spiegarle più cose possibili. Ma ho un piano nel caso non dovessi farcela.
Viola è bella come un bocciolo, è la splendida primavera del giorno dopo il venti di marzo. Quando si arrabbia butta tutto per aria e a tavola lancia a terra tovagliolo e posate. Vuole vivere e s’è accorta dell’imbroglio di questo mondo. Ha capito che questa esistenza velenosa è una follia. Reclama altro. Uffa, Augusto, non rompere! Sono pessimista, lo so. Sempre meglio di te che ti giocavi a dadi anche il cielo. La mia cara amica Ines, sì, quella che non sopportavi ma che sa tutto di astrologia e che odia gli oroscopi perché lei studia la materia come una vera scienza, ha detto che Viola, essendo nata alle otto e mezza della sera, ben dopo il tramonto, è ariete e non pesci, e che quindi il suo carattere è forgiato con le peculiarità dell’ariete in dosi massime; letali, dice ridendo e facendomi gli auguri.
Clelia e Orazio lavorano tutto il giorno e Viola passa con me molto del tempo della sua vita. Andiamo al parco, a far la spesa, dal dottore. Ricreazioni, biblioteca, facciamo colazione al bar. Da un anno è la mia ombra. Tutto quello che faccio io è costretta a farlo lei, e viceversa, e da quando posso portarla con me, giuro, sono ringiovanita. Non credevo potesse accadere. Cammino a piedi scalzi tra l’erba, mi nascondo nel bosco e respiro. Viola è quel lungo respiro. Augusto, te lo giuro, ogni momento con lei è un nuovo incontro. Al museo, siccome per vedere le locomotive bisognava sostare sopra una specie di trespolo montato di fianco alla motrice, lei, vedendo dentro le leve di guida, il buco per il carbone, i pressometri, avrebbe voluto toccare tutto ma le ho detto che nei treni vecchi non si può entrare; allora m’ha chiesto se un tempo i guidatori avessero le mani lunghe, per riuscire a guidare restando sopra il trespolo. Ho iniziato a ridere. Ho riso tutto il giorno, rido ancora adesso e lo stesso sono malinconica. Fatto sta che i bambini dovrebbero poterci entrare nelle locomotive. Il mio più grande sforzo di nonna finta allora è fingere che questo transito terreno, dir così mi consola, sia in qualche modo meraviglioso e valga la pena esserci ed esistere. Respirare. Devo farcela, tenere nascoste le lacrime, assorbirle tra le guance e il cuscino nel silenzio dei risvegli e restituire a Viola il sole che lei deposita su di me, in casa, su tutti noi.

Libera è un’amica di Viola. Abita nel nostro palazzo ed è nata nel gennaio di quell’anno, il 2016. È due mesi più grande di Viola. I Maggi l’hanno avuta in adozione a metà febbraio. Sono stati tra i primi a godere del piano macroregionale a supporto degli orfani. Frequenta una scuola materna privata, in centro. Suo padre adottivo lavora al Museo del Duomo e tutte le mattine la porta al collegio. Il pomeriggio i nonni escono e vanno a prenderla. Alle quattro e un quarto rientrano. Libera vuole giocare con Viola, entra in cortile e sale in fretta le scale inseguita dai nonni che cercano di trattenerla o di sviarla. Ma non c’è niente da fare. Libera corre fino al sesto piano, da noi. Bussa, entra, salta tra le braccia di Viola che l’aspetta e giocano. I nonni arrivano in ascensore, si scusano, a volte si fermano per un the. Abitano al quarto piano, di fronte all’appartamento del genero e della figlia.
Tutto il Nord Italia, nel 2016, è stato flagellato dai decessi da parto. È stato terribile, Augusto. Migliaia di donne sono morte dando alla luce il proprio bambino e scatenando il suicidio o la follia del partner. Ora, a distanza di quattro anni, sapere il perché dei decessi non riduce l’orrore. Una generazione di orfani affidata a genitori adottivi o a Case di Crescita, così sono stati chiamati i brefotrofi del terzo millennio. Adesso sappiamo che la congiuntura clima-inquinamento che trasformò la pianura padana in un’immensa camera a gas, fu l’effetto scatenante dello stress da parto culminato in tragedia. Polveri sottili, agenti contaminanti, monossido di carbonio da una parte e calma di vento, assenza di pioggia, persistenza di nebbia dall’altra, generarono una miscela mortale.
Molti hanno voluto imputare la colpa anche all’esposizione mondiale. Più gente a Milano e nel Nord, più aerei, sovra utilizzo delle risorse e uno slogan che, preso alla lettera, aveva finito per rivelarsi fatale; come se Milano, nutrendo il pianeta, fosse stata obbligata a spogliarsi della propria energia vitale e l’expo avesse finito per divorarla. Ma questo, anche a distanza di tempo, non è possibile provarlo.
Viola è viva.
I bambini nati tra il primo gennaio e la fine di maggio del 2016 sono, tranne che per cause diverse, sopravvissuti tutti, così come tutte le madri sono defunte.
Un giorno Viola dovrà sapere. Vorrà sapere. Ho il mio piano, Augusto: una caccia al tesoro. La psicologa dice che dieci anni potrebbe essere un’età giusta, vedremo. Clelia e Orazio non sarebbero capaci di spiegarle le cose per bene. Ci vuole una nonna, ci vuole più amore e allo stesso tempo distacco. Dovrò essere io a dirle chi è. Intanto racimolo informazioni. È vietato, devo farlo di nascosto, potrei essere incriminata. Milano e il Nord Italia vogliono dimenticare. Ma non si può aspirare al futuro negando la memoria e io sono memoria.

Oggi non sono passata a trovarti. Il mercoledì è il nostro giorno, lo so, ma domani è la vigilia di Natale ed è il giorno che amo di più; perché il Natale è la storia più bella che abbiamo da raccontare. Saresti stato un buon nonno finto anche tu, anche se la parola finto non ti sarebbe piaciuta, va bene: saresti stato un buon nonno e basta.
Viola arriva da dietro e mi tira la gonna, vuole che torni sul divano, ha in mano un okulele e lo suona, intanto canta a voce alta e tiene il tempo con la testa. La muove su e giù e i capelli le fluttuano delicati.
«Poi usciamo a fare un po’ di spesa…»
Viola si ferma, mette il plettro tra le labbra.
«Domani è la vigilia di Natale», le ricordo, «dovrò preparare un po’ di cose buone, devo scendere al negozio».
«E mi devo vestire tutta, nonna?»
«È freddo fuori, certo che ci vestiamo».
«Ma poi ti posso aiutare a preparare?»
«Sì».
«Ora giochiamo ancora?», riprende a suonare. Le corde dell’okulele vibrano insieme alla sua voce, «tu stai lì nonna, stai lì seduta che ti faccio un concerto».

Io e Viola usciamo verso le sei e mezza. Molti tornano dal lavoro. Da ottobre del 2016 è stato proibito l’uso del mezzo privato in tutta l’area metropolitana. I divieti si sono poi allargati, con modalità differenti, a tutta la Pianura Padana e di conseguenza a tutto il Nord. I bus elettrici viaggiano rapidi sulle strade libere dal traffico. La proibizione ha contributo a ossigenare il catino padano liberandolo da una buona parte di sostanze inquinanti. Le spese per le caldaie, sostituite in blocco in tutta la città, furono coperte da un finanziamento trivalente: regionale, statale ed europeo. Senza deroghe. Nel giro di un anno vennero sostituite tutte le caldaie di Lombardia, Piemonte e Veneto.
Il rapporto dell’Agenzia Europea per l’Ambiente, già alla fine dell’anno 2013, aveva identificato in Pianura Padana e in particolare nell’area lombarda attorno e dentro Milano, una qualità dell’aria pessima, la peggiore di tutta Europa, tanto che neppure poteva considerarsi aria respirabile dall’uomo. Come per altri resoconti precedenti, amministrazioni politiche, soggetti produttivi e singole persone si erano ben guardate da considerare la questione come un ultimatum e le favorevoli condizioni climatiche di quel periodo avevano concorso a nascondere il pericolo. C’era voluto il sacrificio di 12.476 coppie per spronare Milano e la Lombardia, il Nord e l’Italia stessa a cambiare modo di vivere.
12.476 orfani.
Una è Viola.
Al negozio vicino a casa andiamo a piedi. Molti grandi centri commerciali, raggiungibili solo in auto, sono stati chiusi tra il febbraio e l’estate del 2017. Nel frattempo, da quel giugno del 2016, quando la prima legge antismog venne varata, un circolo virtuoso di nuove abitudini ha riportato i negozi nei quartieri. Negozi vivi, stracolmi di cose a prezzi normali. Chilometro Zero, biologico, prodotti delle cascine padane, fino a quel momento cibo per un’elite, iniziarono a riempire gli scaffali.
Nel condominio abbiamo una decina di carrelli elettrici. Viola si diverte. Si può usarlo anche in tre. Un guidatore adulto davanti, in piedi e al timone; un bimbo tra i quattro e i dieci anni vicino all’adulto e un bimbo piccolo sul seggiolino. Poi si va a far la spesa e si torna con quello, senza usare nemmeno i sacchetti. Si riempie il carrello e si torna. Io salgo con il carrello fino in casa e lascio la spesa, poi lo rimetto sotto carica, in cortile.
Un’altra delle leggi varate dopo l’esposizione mondiale ha portato all’eliminazione in un anno e mezzo di tutte le barriere architettoniche. Senza le automobili poi, le strade sono diventate enormi e allora si sono fatte davvero le piste ciclabili, le pedonali, quelle per i carrelli spesa. A ogni angolo è possibile noleggiare bici, piccole auto elettriche, furgoni elettrici. Molte zone della città sono servite da funivie orizzontali. Sono cabine che contengono fino a cento persone che viaggiano a circa quindici metri da terra e che, come vagoni metrò, portano le persone da un posto all’altro. Una delle cose decise dopo l’expo è stata anche quella di non scavare più per costruire linee sotterranee. Troppe spese, troppo inquinamento, troppa terra mossa per niente.
«Non siamo topi», ha detto il sindaco dell’Area Metropolitana, «che bisogno c’è di vivere sottoterra?»
Funivie elettriche che tagliano la città a quindici metri di altezza. Lo spazio lo ha creato il divieto dell’uso di auto private. Tutti i benzinai sono diventati distributori di elettricità per bici a pedalata assistita, auto elettriche, monopattini. Il circolo virtuoso ha costretto le aziende produttrici di auto a convertire la produzione e tutti questi nuovi lavori e altri ancora hanno rimesso in moto l’economia. Gli incentivi agricoli hanno portato in breve tempo molti giovani senza lavoro in campagna. Terreni adibiti a coltivazioni per mangimi sono stati espropriati e assegnati per progetti “a nutrimento-umano”. Ogni ulteriore consumo di territorio è stato soppresso e le case vuote e sfitte sono state sequestrate, ristrutturate e assegnate.
Bastava poco. La morte di 12.476 madri e, in un effetto domino, il suicidio di 11.134 padri. Gli altri sono impazziti. 12.476 orfani.
Io e Viola entriamo nel grande emporio Ol&Son e compriamo tutto quel che serve per Natale. Viola è curiosa: tocca, annusa, il salumiere le fa assaggiare una scaglia di parmigiano. Ci sono i festoni. Il presepe di fianco alla cassa illumina a intermittenza la pelata di Taddeo, il direttore del negozio. Torniamo a casa a grandi passi. Mangiando con la bocca il freddo pulito del 2020, filando sul carrello elettrico. Viola saluta le foglie cadute sui marciapiedi e sbircia dentro le finestre gli addobbi natalizi affacciati sulle strade.

Biossido d’azoto, Augusto. Le indagini hanno stabilito che è stato questo composto a uccidere le partorienti. Durante la gestazione, i corpi delle madri hanno istintivamente protetto la loro placenta risucchiando da se stesse tutte le risorse più sane per nutrire con efficacia il feto. Questo, nei nove mesi di maternità, le ha debilitate, conducendole alla morte durante il parto. Il biossido d’azoto crea problemi alla respirazione e i decessi delle madri, nella quasi totalità, furono per asfissia. Io non dovrei pensare a queste cose, dirtele ogni volta, ma quando provo a prendere sonno, la sera tardi, non posso evitare di pensarci. Come stai Augusto? Esiste davvero l’aldilà? Ci sei? Mi senti? Mi stai aspettando? Non fosse per Viola avrei solo desiderio di correre da te; anche se quando eri qua, eri sempre tra i piedi. Ma c’è la bambina adesso e io devo proteggerla per tutto il tempo che posso, te l’ho detto. Te l’ho già detto, lo so. Buonanotte Augusto, è freddo il letto senza te.

Viola ha un po’ febbre. Niente di grave. Le feste sono passate serene. Gennaio è bianco e triste. Non c’è più niente da aspettare. C’è ancora molto da fare per continuare a vivere da esseri umani, per il futuro.
I piani di riqualificazione della cultura pubblica sono quelli che mi stanno più a cuore. Ci sono i comitati di quartiere che controllano la ristrutturazioni delle scuole pubbliche e io ne faccio parte; ci sono le commissioni parlamentari che hanno il compito di stabilire un diverso e rivoluzionario gettito salariale. Il professore, il maestro, l’educatore, già dall’anno scorso sono tra le professioni più pagate. Il governo centrale ha abolito i call-center e li ha trasformati in facility-center. È vietato telefonare alle persone cercando di vendergli servizi inutili a tariffe drogate. Gli operatori, viceversa, devono solo facilitare le persone all’uso delle nuove tecnologie. L’utilizzo della rete e delle comunicazioni è gratuita. Il rientro di capitali dall’estero e lo stop al lavoro nero con il riconoscimento della nazionalità alla quasi totalità degli extra-comunitari, hanno immesso denaro nelle casse dello Stato il quale ha potuto concedere migliori servizi, spesso senza spese, ai propri cittadini. Quello che si paga è lo spreco. La tassa sullo spreco è la più alta. Vietato sprecare cibo, vestiti, tempo. Ammennicoli tecnologici, sacchetti, legno. Tutto deve essere riutilizzato e riciclato.

Oggi vado all’appuntamento con il ricettatore d’informazioni. Mi darà il faldone. Conoscerò tutto dei genitori di Viola e Viola, a suo tempo, potrà sapere. Lo devo incontrare sui navigli. Ai Lavandai, vicino al ponte. Ho già fatto il bonifico. Lui mi lascerà una busta. Ha detto di mettermi un cappotto colorato. Metterò quello fucsia. Stai tranquillo, Augusto. Andrà tutto bene. Sono la sola che ha il coraggio di trasgredire le regole per il bene di Viola. Devo andare io.

I fiori stanno germogliando ovunque. È una primavera mite. Io e Viola, a pranzo, spesso facciamo dei pic-nic in qualche parco di Milano. La mattina andiamo al museo o a una mostra, poi ci fermiamo in salumeria, compriamo pane e salame, prosciutto e formaggio, frutta e da bere e ci sdraiamo sull’erba, tra le margherite, sotto l’azzurro del cielo profumato di gemme che fioriscono sugli alberi. Viola gioca. Io riposo. Ieri siamo andate a piedi in zona fiera. In Via Monte Bianco c’erano tutti gli Alberi di Giuda in fiore. Piccoli petali rosa ovunque. Sulla strada, sul marciapiede, tra le aiuole. Viola ne ha raccolti un po’ in un sacchettino e a casa abbiamo fatto un collage. Mentre camminava per i viali di Milano ho pensato a un miracolo. Non c’era puzza di smog e il cielo era il Mar di Sardegna, l’aria entrava diretta nel naso, nella bocca, nelle orecchie di Viola e lei non tossiva. Era felice. Forse non dovrei dirle niente del passato, non so. Tu, Augusto, cosa faresti?

Viola scova l’ultima traccia della caccia al tesoro. Nella busta c’è il faldone e qualche mia parola. È abbastanza grande oramai. La posso vedere, la vedo. Tu, Augusto? La vedi? Prendimi la mano, scaldala. Ecco Viola: sta leggendo, legge. Guarda come è attenta. È l’ultimo giorno dell’inverno 2028 sulla Terra, a Milano, in Italia, anche se qua il tempo non esiste. È il suo dodicesimo compleanno e le ho regalato l’album della memoria. Ora potrà leggere di sua madre, di suo padre. Tira un vento freddo. Augusto, dove ti sei nascosto? In quale pittura? Dai, tanto sai che ti trovo. Tutto è trasparente. Strade e case e viali di vento. Foglie che cadono e altre che gemmano, stelle che brillano sui fiumi. Acqua ed eterni ritorni di parole, una dietro l’altra. Un paradiso. E tu che piangi, commosso.
Viola cammina verso la finestra e alza gli occhi al cielo. Sorride. Sa che la vedo. Clelia la chiama. Orazio posa la borsa sotto l’attaccapanni, la giornata di lavoro è finita. Si abbracciano. Clelia è spaventata, triste: “Adesso che Viola sa” pensa “mi vorrà bene ancora?“
Ecco che si muove, Viola cerca un abbraccio. Pare un’alga in fuga da un mare senza ossigeno, protesa verso il sole. Respira Viola, respira. Stringe Clelia con forza e Orazio le raggiunge.
Augusto, ti ho visto. Sei dietro al melograno, scommessa? Ti prendo, mi tuffo nei colori e nuoto nel rosso e nel verde, nell’arancio e nell’indaco. Nell’eterno.

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briciole come mosche bianche

briciole
Si muovevano solo le mosche. Volavano sui tavolini all’aperto, si fermavano sopra le briciole e passeggiavano inquiete tra i bicchieri sfregando le zampette. Il caldo umido si era gettato sulla pianura e le campagne, le strade e le case, erano piegate in un lungo, pigro respiro. Il bar occupava il pianterreno dell’angolo della piazza del paese, di fronte al sagrato e sotto le mura di una vecchia casa, in una terra che negli anni sessanta era stata dichiarata depressa e che ancora, a distanza di vent’anni, perseverava nella malinconia d’una sopravvivenza obbligata. Il giardino del bar era per metà coperto da una sgangherata tettoia in plexiglas, sopra la quale erano cresciute confuse arterie di edera. Sul confine c’era un albero secco dalle fronde flesse verso il basso che a Chiara ricordarono degli occhi malati. Arrivò in bicicletta, coi capelli raccolti in una coda tenuta sollevata da un mollettone. Pensava alla sera prima. Non era andata bene, non funzionava più e la casa libera, mamma e papà in vacanza, avevano solo contribuito a portare a galla la questione, ad acuire il problema. Cercò un tavolino all’ombra e sedendosi guardò l’ora. Poi sistemò la camiciola di cotone con un gesto lento, lieve. Il cameriere arrivò a sparecchiare. Le mosche si alzarono e volarono sul tavolo a fianco.
«Vuoi ordinare?»
La plastica intrecciata della sedia le s’incollò alle gambe: «Un attimo», rispose, «aspetto una persona».
Andava di rado in quel bar, era più un posto da vecchietti e briscola, avevano deciso di trovarsi lì perché c’era questo giardinetto. Conosceva il cameriere di vista, in paese ci si conosceva tutti. Lui passò un panno sul tavolo, riprese il vassoio e tornò dentro il locale, sparì tra le strisce di plastica colorata come in una magia. Chiara sfiorò con un dito la caviglia, un centimetro sopra il bordo delle ballerine color bronzo, per lenire la puntura di una zanzara. Oggi, qualsiasi movimento, costava fatica. Consumò un po’ dell’attesa ascoltando il ronzio delle pale di un ventilatore che giungeva fino in giardino e che pareva far danzare le mosche. Era probabile che dentro fosse più fresco. Pensò di alzarsi ed entrare ma immaginò che lui sarebbe arrivato e non l’avrebbe vista. Si allungò e prese un quotidiano posato sulla sedia di fianco. Il campanile, infilato nel cielo fuso, rintoccò l’una. In prima pagina si parlava della ragazza assassinata nello spogliatoio della palestra: “Gli inquirenti stanno vagliando tutte le ipotesi…” recitava il sottotitolo. Sfogliò rapidamente le pagine interne. Le mosche, in controluce sulla lamina di alluminio dei tavoli, si confondevano con le briciole di pane. Restò incantata a seguirne i rapidi movimenti: le ali erano minuscole vele, tremolavano, e dietro c’era il mare grigio della piazza riarsa di sole. Prese un fazzoletto dalla borsa e deterse un po’ il collo, dietro, dove il tocco dei capelli sfuggiti all’elastico l’aveva fatta sudare. La macchina sportiva si compose sulla linea d’ombra del cornicione e prima di frenare ruggì un’ultima volta. Alberto scese dinoccolato. Aveva un corpo sbalzato da muscoli e abiti aderenti. Le spalle, viste da dietro, erano larghe. Il petto però, meno possente, tradiva un’esagerata sollecitazione della fascia dorsale. Era un corpo di un fascino spietato.
«Non credevo arrivassi in orario», disse lei.
«Mi sono sbrigato». Si lasciò cadere sulla sedia, mise gli avambracci sul tavolo e schioccò le dita.
Il rumore secco delle cartilagini la fece rabbrividire: «Hai preso tutto per l’esame?», disse.
Lui si voltò verso la porta del bar: «Hai già ordinato? Ho sete».
«No, ti ho aspettato…»
«Cameriere», gridò lui agitando le braccia.
«Piano, fai scappare le mosche».
Il cameriere, restando sull’uscio, si affacciò e rimase in attesa con le braccia lunghe e le mani infilate nel marsupio del grembiule.
«Per me una birra in bottiglia, tu?»
«Una menta ghiacciata».
Il cameriere annuì e rientrò. Le corde di plastica dell’uscio frustarono l’aria pregna di liquidi invisibili. Alcune mosche tornarono indietro, verso i tavoli vuoti del giardino e attorno a Chiara e a lui.
«La tesi, come va?», disse Alberto: «Ci hai lavorato?»
«Mi sono svegliata presto stamattina e ho studiato bene, un buon lavoro. Sono soddisfatta».
«Brava», disse prima che gli comparisse uno gnocco sulla guancia: «Altro?», divenne serio, «di ieri sera per esempio?»
Il cameriere arrivò col vassoio. Poggiò sul tavolo due sottocoppe di cartone plastificato e mise sopra i bicchieri. Aprì la bottiglia di birra e la lasciò sul tavolo. Fece per andare via ma Alberto lo chiamò.
«Mi lasci il tappo?», disse, «mi piace giocarci».
Chiara non aprì bocca.
Il cameriere fece due passi indietro e con un gesto di esagerata riverenza posò il tappo di fianco alla bottiglia: «Serve anche il cavatappi?», disse.
«No, grazie», rispose lui tra i denti.
Il cameriere se ne andò trascinando gli zoccoli.
«Alla fine dovrai deciderti a dare analisi due» disse lei: «Non credi?»
Lui accennò un sì e cambiò discorso: «Stamane la macchina faceva un rumorino strano…»
«Non puoi chiedere il rinvio per il militare all’infinito».
«Ti vuoi liberare di me?», le prese una mano, carezzandola e stringendola, la fissò dentro gli occhi con lucida cattiveria fino a percepirne un brivido.
«Che hai capito», fece Chiara togliendo la mano: «Dicevo per il tuo piano studi».
«Smettila di preoccuparti del mio piano studi, non ti basta il tuo?»
«Io mi laureo a ottobre. Ho solo due anni più di te e tu sei indietro di quattro».
«Dovrò dirlo a mio padre del rumore».
«Che rumore?», muovendo il bicchiere si accorse che il ghiaccio era già sciolto: «Che dici?»
«Mi ascolti o no quando parlo?», disse Alberto, «il rumorino che fa la macchina».
Lei non aggiunse altro sull’argomento: «Sei passato in biblioteca?», disse poi.
«E tu? Cos’hai deciso?»
«Ho anche fame», tolse lo sguardo: «Prendiamo da mangiare?»
«Non hai pranzato a casa?»
«Solo la colazione».
«Le tue colazioni sono dei pranzi nuziali».
«Il primo pasto è il più importante».
«In università ho preso un panino».
Il cameriere, quasi avesse sentito, riapparve in quel momento.
«Potremmo avere un’insalata?» domandò lui.
«Se volessi altro?», fece Chiara.
«Mangi sempre insalate…»
«Ho capito, ma posso ordinare io?»
«E ordina tu».
Il cameriere avanzò di due passi. Infilò di nuovo le mani nel grembiule e rimase in attesa.
«Un’insalata tonno, pomodori e mozzarella», disse lei.
Alberto alzò le spalle e fece uno sguardo d’intesa al cameriere. Chiara fece un respiro forte, odiava la complicità tra maschi. Il cameriere non fece troppo caso all’occhiata d’alleanza, registrò nella mente l’ordinazione e prima di rientrare sistemò gli altri tavoli; raccolse alcuni bicchieri, diede un colpo di straccio. Le mosche ronzarono e infastidite volarono via, sparendo nel nulla.
«Hai visto?», fece lei.
«Cosa?»
«Le mosche, eccole che tornano…»
«Dove?»
«Lì!», fece segno, «su quel tavolo, il cameriere ha scordato di pulirlo, tornano sulle briciole».
«Non capisco che hai oggi», scrutò la sua macchina in strada, «questo interesse per le mosche».
Rimasero in silenzio un minuto. Bevendo, senza incrociare gli sguardi. Poi Alberto provò a riprendere il filo del discorso che gli interessava.
«A me non va più bene», disse, «e credo che ieri sera l’abbia capito anche tu».
«E se decido di prenderla, torneremo felici», disse Chiara: «Sarà tutto come prima?»
Lui rispose svelto: «Come prima, certo», disse appoggiando la birra.
«E se decido di fare quel che più desideri, quando dirò cose belle, magari dirò briciole come mosche bianche, vedrai anche tu quello che vedo io, sentirai anche tu quello che sento io?»
«Sì. Sentiremo insieme tutto quanto».
«Ci sono stata, sai?»
«Lo avevo capito».
«Non ho ancora deciso però».
Lui fece di sì e tese le mascelle: «Oggi io invece passo dal meccanico», disse poi, «per il rumorino…»
Chiara si alzò di colpo e Alberto zittì. Le ultime sillabe gli morirono nel rigido silenzio degli occhi di lei. Un istante dopo, mentre il cameriere arrivava con l’insalata, Chiara andava via e le mosche, lasciando le briciole, si sollevavano. Alberto strinse tra due dita il bordo zigrinato del tappo, penetrandosi la pelle col metallo e ferendosi il polpastrello. Una goccia di sangue scese a pizzicare l’alluminio del tavolo. Osservò di nuovo la carrozzeria lucida e nera della macchina, la piazza rovente nella stasi di un’afa spietata e Chiara che andava via di spalle, spingendo le ballerine sui pedali.