via le mani

sLa stanza è spoglia.
Piena di fiori, poster e di ritagli a nuvola. Invisibili, incollati; la colla, lo scotch; le puntine da disegno infilate nei disegni, nel sughero. C’è la foto della prima elementare, della seconda, della prima media e della terza; la maestra, le maestre e un pino marittimo ha trafitto la terra di fianco alla scuola. Una prof con le braccia conserte e gli occhiali. Hanno ammantato il plesso e in passato gli alberi erano di più; poi rasi, una ferita che ha sparso nodi di pitone, rughe sul mondo di radici sradicate e zaini pesanti, troppo, sulle spalle secche e il silenzio, poco, nelle bocche di sabbia, un grido di paura, sterile e che non lascia scia, è lo squittio dello scoiattolo nella savana. Nessuna noia ma un riverbero di cose da fare, da studiare, da ripetere a memoria. La ricerca sulla Francia, su Parigi, i castelli della Loira. Come essere stati lì e nessuno tocca le mani di Alice. Il bordo della pittura lilla è una greca, sfumature, e lei bussa. Alla porta, alla finestra, alla bocca. Il sangue è salato, rosso, nessuna gradazione. Cola e non è coca, né cola né cocaina. Sergio l’ha provata, lei ha paura e nessuno le ha mai spiegato la differenza tra un altopiano di gemme e la cenere del sottosuolo.
Bussa.
Non vorrebbe ma sta lì dietro la porta, la finestra, gli occhi. Non dice niente e c’è. Sta lì: senza fretta, non ha voglia, picchia però, è stata Alice a chiamarla. Bussa alla porta di casa, quella blindata da suo padre, alla porta della cameretta di Alice, alla finestra della cameretta di Alice. Piange e bussa. È il posto suo e si commuove di tutto quell’amore, sa che da lei si va soltanto via e invece Alice si lecca le ferite, la evoca e corre ad arcipelaghi di isole infelici, le dita formano baie che raccolgono lacrime. Bussa: nella ghisa smaltata della vasca da bagno del bagno di Alice, sulle costole delle veneziane verdi che sfrigolano quando il vento è arrabbiato, sul soffitto, si cala dal filo del lampadario e fulmina la lampadina. Sergio le ha toccato il seno e poi giù, l’ombelico, la pancia, l’inguine. Sergio puzza di nicotina, non le ha toccato le mani e le sta attorno. Alice non lo manda via perché almeno lui le sta attorno. Gli altri hanno paura. Fuoco la musica. Si muove, è una fiamma che spacca il silenzio. Spacca le orecchie, la alza, suo padre ha spaccato il lettore cd; Alice mette la cuffia, alza la musica, i timpani ragliano e, quando torna al mondo, è una conchiglia che porta il mare. Suo padre le ha riempito la testa di pugni e gli auricolari si sono rotti, dalle orecchie è uscito un filo rosso e non ha potuto neppure giocare il jolly. Si sono spaventati tutti. Al dottore del pronto soccorso hanno detto che Alice ascolta la musica troppo alta e gli hanno dato duecento euro, così, in mano. Quattro pezzi da cinquanta sul palmo e lui li ha fatti scivolare sotto il camice, in tasca.
«Hai fatto i compiti?»
«Sì».
«Questo quaderno è un pasticcio».
«Sono disordinata, lo sai».
Ci sono i piatti di tre giorni impilati sul lavello. Sua madre fuma e poi butta la cicca giù dal balcone: «Hai studiato?»
«Storia».
«Poi me la ripeti».
Alice ripete, la madre guarda la tivù, Amici. Le ragazze cantano, ballano, frignano. Hanno culi tondi e calzamaglie velate. I ragazzi sono belli, pettinati alla moda e sogghignano dietro denti bianchi come avorio strappato a qualche animale che era vivo. Quando il padre torna, la madre si mette in cucina: Amici con meno pollici. Il padre mangia come un orso, rutta e unge il telecomando di pollo e senape. Si toglie le scarpe e le lascia lì, si addormenta sul divano. Quando è ubriaco, la madre lo chiude dentro e lui urla. Una volta ha sfondato la porta a pugni. Alice e la madre sono scappate dai vicini. È arrivata la polizia comunale: cinquecento euro e gli agenti sono andati via. Poi il padre, il giorno dopo, ha portato tutti a Gardaland.
E in macchina cantavano.
Hanno cantato le canzoni dei Pooh. E hanno riso e giocato e mangiato un sacco di pasticci, fatto la fila e disceso tutte le attrazioni, le giostre, i mostri. Il mondo era bello, più bello e loro bellissimi e con il sole dentro agli occhi e gli occhiali da sole, i visi come petali di tulipani. Alice si era vestita con la camicetta a rombi colorati, i jeans, le scarpe basse, da ballerina. Sono arrivati a casa che era notte e il quartiere era un silenzio bianco di case diritte e uguali, campanili di sonno sdraiati verso il cielo. Stelle sulle punte incandescenti a forma di stella, piccole e vicine, occhi sulle macchine posteggiate. Hanno lasciato la Punto in divieto di sosta, con due ruote sul prato delle cacche e, a casa, Alice ha sentito che sua madre e suo padre facevano l’amore. Poi si è addormentata.
«È il tuo fidanzato?»
«No che non lo è».
«E chi è allora?»
«Un amico, ma che ti frega?»
«Sono tuo padre, mi frega tutto di te».
Alice non risponde, gira la faccia via da lui.
«Stai uscendo?»
Alice alza le spalle.
«Tieni», il padre posa cinque euro sul letto, «comprami un pacchetto di sigarette».
La scuola superiore è tutta un’altra cosa. Sergio, un giorno, è venuto a prenderla con lo scooter smarmittato, teneva l’altro casco appeso al braccio. Gli studenti lo guardavano e li avrebbe presi a pugni. Alice non aveva voglia di tornare ma le dispiaceva ferirlo, ha salutato le amiche ed è andata. Le sagome enormi, altissime, di cemento armato grigio, poroso, dei nuovi palazzi della zona fiera sbavavano di ombra i muri della scuola, il cortile, i giardinetti di fronte. L’orizzonte era diverso da quello degli anni scorsi. I vecchi padiglioni erano stati abbattuti con la dinamite e i muratori stranieri, in due anni, hanno tirato su i perimetri delle nuove residenze, prestigiose dice la pubblicità. Alice e Sergio si sono lasciati alle spalle tutto e con la moto sono tornati al quartiere. Prima di salire in casa, nell’androne dell’ingresso, si sono baciati, toccati un poco, sopra i jeans. Il rumore dell’ascensore li ha fermati.
«Non dovresti volermi così bene», una notte le ha detto lei dopo aver bussato ed essere entrata, «hai la tua famiglia, la scuola, le amiche».
«Smettila», ha risposto Alice, «non mentire, sai bene che non ho nessuno».
«Non ti prendo, non voglio».
«È freddo».
«Tutto questo non ha senso. Da me, lo so e lo sai, si va soltanto via, non devi volermi bene».
«È buio».
«Che ti ho detto, mi tocchi i pensieri. Cosa pretendi? Vuoi stare con me? Sì? Sappi che sono molto di più del freddo e del buio».
La luce spenta, origami alle pareti, lo zaino rovesciato. Alice si alza come uno spirito carnificato, gli occhi spalancati nel nero. Dai fori della tapparella filtra la notte e lei è ancora fuori a bussare, palpiti di marmo toccano Alice e niente da dire, sognare, da fare. Uscire con lei, colare sotto lo stipite della finestra. Non essere mai esistita: via le mani via gli occhi.
Ha smesso di bussare: «Domani», ha detto. Sparita: «Domani ti porto con me, domani».
«Ti prego, rimani», le ha sussurrato Alice.
Nella scia di nuvole viola stirate di fianco a un bulbo di luna calante però è andata via. Via davvero.
Un giorno di sole azzurro, il piazzale dell’oratorio pullula di bambini di tutte le età. Don Stefano sa che Alice è brava a tenere i piccoli, li fa giocare e loro ridono e un poco obbediscono. Le campane, l’incenso, l’inverosimile storia di Gesù. No, non è mai esistito e Dio è un cinico bastardo se resta a guardare il mondo. Molto meglio considerare che non esista e non ce la fa Alice, non lo pensa davvero e quando Sergio ride di lei che va all’oratorio a tenere i bambini, dentro di sé urla a se stessa che Dio esiste. Don Stefano è un prete giovane, poi c’è Don Flavio, ha sempre la pelle arrossata da una barba fatta di fretta. I canestri, la sacrestia, il crocefisso di legno appeso al soffitto. La scatola di cartone bianco delle ostie. Alice conosce ogni cunicolo, ogni passaggio, ogni budello. Si muove sapiente tra chiesa, oratorio e cortile dell’oratorio; bar dell’oratorio, campo da pallavolo e saloni per le feste di compleanno.
«Dobbiamo farlo».
«Perché?»
«Ho diciotto anni».
«Io no».
«Se mi vuoi bene…»
«Non sono certa di volerlo fare con te».
«Sei una stronza, e se a scuola ti sbatti uno di quegli studenti, gonfio lui e poi te».
«Vattene Sergio, vattene via da me».
Ha pianto. Lui è andato via e per qualche settimana non si è fatto vedere. Ha pianto. Don Flavio è gentile, Don Flavio ha carpito quella tristezza e Alice è fuggita dalla sacrestia: le sedie vuote, l’altare alle spalle e Dio e su figlio Gesù, li sentiva ridere; l’acquasantiera e un colpo di luce del sole che scendeva. A casa c’era suo padre ubriaco, sua madre: Grande Fratello, Isola dei Famosi, omicidio di Garlasco, di Cogne, di Perugia, Ascoli e Sara Scazzi. Il centro commerciale di Mapello, via Poma, le mela rossa per Biancaneve e i parcheggi, le salite d’asfalto e i piazzali di macchine morte e nei negozi l’odore del pesce, del formaggio, del cuoio.
Perché da me, lo so, si va soltanto via.
Bussa.
Alice l’ha chiamata ancora: «Come stai?», le chiede.
«Non so rispondere, nessuno me lo chiede mai».
«Toccami le mani», insiste Alice.
«Non puoi, non devi. Non posso sentirmi amata, non ho la forza per respingerti e finirò per prenderti».
«Sei qui per questo, io lo sono».
La stanza ora è viola. Si sciolgono i poster, le foto, le capocchie delle puntine da disegno. Impasto colloso, sabbie mobili, documentario selvaggio. Alice è ferma. Via le mani via gli occhi. La vede: teschio nero che sorride, teschio dorato che luccica, teschio rosso che avvampa.
«Non vuoi leccarmi le ferite?»
«Non posso, sarei veleno».
«Vuoi andare via senza di me?»
«Da me tu non puoi proprio andare via», s’infuria.
«Ora parli bene, ti voglio», non è spaventata.
«Ogni notte passa, resisti».
«Toccami le mani».
«Avrai paura».
«Piangi? Perché?», china il capo Alice: «Neppure tu mi vuoi?»
La porta sbatte, grida il padre e la madre fugge inseguita dai pugni. Dovranno spendere altri cento euro, anche di più e sarà il silenzio a medicare ogni taglio.
«Toccami le mani», ripete Alice, «ti prego, toccami le mani», non si ferma, «toccami le mani, toccami le mani, toccale».
Lei si alza, soffia, è splendida e nera. Luccica di ebano umido e cadono sul pavimento i resti della terra morta.
La stanza è spoglia. Piena di fiori e poster.
Via le mani.
Perché da me, lo so, si va soltanto via.

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