una donna per bene

ClaraZetkin

L’8 marzo non si celebrava da quasi un secolo. Clara ne sapeva qualcosa per via di quella sua nonna un po’ suonata che viveva in campagna. Da bambina andava volentieri a trovarla, aveva passato con lei qualche estate e si era divertita col robot che accudiva la nonna, puliva la casa e teneva in ordine il giardino. Adesso era diverso: era una giovane donna di diciotto anni, aveva i suoi impegni, altre cose da fare. Le voleva bene a nonna Ilaria, sentiva che c’era un filo nascosto che in qualche modo le univa, solo che non aveva tempo per darle retta come una volta.
Quel giorno, due settimane prima dell’8 marzo 2115, accese il poly e mandò un messaggio a Rosa e Corinne. Nonostante il divieto governativo si sarebbero trovate al Nero dopo le otto della sera. Ripeté a memoria il testo della canzone, infilò le scarpe e scese nel salone. La madre stava spillando i fagiolini, il padre leggeva e Clara indossò il giubbotto: la reazione dei genitori fu immediata. Il padre lasciò il libro sul divano e corse alla porta; la madre si alzò e si affacciò dalla cucina.
«Sai bene che non si può uscire!», fece il padre parandosi davanti come un soldato.
«Lo so, è per questo che esco».
«Sentila!», urlò la madre, «che ti dicevo? Questa va a farsi ammazzare».
«Non mi risulta che a te importi, mamma».
«Ora basta, Clara!», intervenne il padre, «hai avuto tutto il pomeriggio per uscire».
«Togliti dalla porta!»
«Non esci!»
«Ho le prove del concerto».
«Che concerto?»
«Levati», avanzò e afferrò il pomolo, «e domenica non posso venire da nonna Ilaria».
«Cosa fai?», fece la madre, «la lasci andare?»
«Il concerto è autorizzato?», domandò il padre.
«Certo che no!», rispose Clara, «esiste ancora qualcosa di autorizzato?»

Il Nero era un locale ricavato nella porzione interna di un centro commerciale abbandonato. Lo gestiva Lukas, un giovane ceceno arrivato in Italia da bambino e rimasto orfano. Usare la sala prove del Nero significava consumare e lasciare i soldi sul bancone. Lukas permise alle ragazze di sistemarsi, poi arrivò. Entrò nello spazio adibito alle prove. Clara stava picchiettando l’indice sul microfono, Corinne stava avvitando i cursori di fissaggio dei tamburi e Rosa stava verificando l’amplificazione del sintetizzatore.
«Porto da bere?» fece «cosa?»
«Birra per tutte?» buttò lì Clara.
Rosa e Corinne annuirono.
«Birra finita» sentenziò Lukas.
«Rhum?»
«Finito».
«Fai prima a dire cosa c’è».
«Lemon o menta o…»
«O?»
«Vodka russa», disse sottovoce Lukas, mellifluo: «Al doppio del prezzo».
«Sarà uno dei tuoi soliti intrugli», disse Rosa.
«No!», Lukas mise la mano sul cuore, «roba di qualità».
«Al doppio del prezzo no», disse Corinne.
«Ragazze, io rischio a tenere aperto e a farvi suonare».
«E vuoi guadagnare soldi?», rise Clara, «accontentati e un giorno la storia ti ricorderà con onore: Lukas Rabachyov aiutò la rivoluzione».
«Ma quale rivoluzione!», alzò le spalle lui: «Siete matte a pensare di cambiare le cose».
«Domenica ci sarà un concerto in Piazza del Popolo, lo sai?», Corinne picchiò una bacchetta sul tomtom; il rimbombo penetrò i diffusori e inondò la stanza: «Arrivano band underground da tutta Italia».
«Autorizzato?»
«Sembri mio padre!»
«Il tuo locale è autorizzato a vendere alcolici?», Rosa si mise dietro il sintetizzatore e impostò il programma audio: «Eppure lo fai».
«Rivoluzione?», disse Lukas, «non voglio sentirvi, lavoro e voglio continuare a farlo».
«Ti pagano per stordirci?», Clara avvicinò le dita delle mani disegnando un triangolo, puntandolo contro Lukas Rabachyov: «Tieniti la vodka», disse, «porta la menta».
Rosa e Corinne imitarono Clara replicando altri due triangoli.
«Siete davvero suonate», rise Lukas.
«Sì», fece Clara, «siamo suonate, suoniamo e se continui a rompere te le suoniamo».
Lukas scrollò le spalle e scosse la testa: «È che vi voglio bene», disse, «sono un buono. Sono troppo buono».

«Come mai Clara non è venuta?», domandò nonna Ilaria facendo segno al robot di servire il pranzo, «le avevo preparato i miei appunti sull’otto marzo».
«Aveva da fare con la scuola», le rispose il figlio, «poi, mamma, ancora con questa storia dell’otto marzo? I tempi sono cambiati».
«Sono cambiati sì», fece nonna Ilaria, «e non da oggi. Io me ne sono accorta, a te invece pare vada bene tutto».
«Mamma, quand’è che la smetterai di agitarti?»
«Agitarmi?»
«Sì. La situazione è quella che è, agitarsi non serve a niente».
Il robot si spostò dalla tavola. Iniziarono a mangiare.
«Non serve a niente accettare d’essere calpestati come scarafaggi».
«Possiamo parlare d’altro?»
Nonna Ilaria non badò più al figlio e guardò il nipote: «Dov’è tua sorella?», fece ammiccando, «dimmelo un po’».
«Deve cantare a un concerto», rispose senza esitazioni il ragazzetto.
Intervenne la madre mettendosi un dito sulle labbra e lanciando un’occhiata al figlio; poi, rivolgendosi alla suocera, sorridendo disse: «Non lo ascolti, sa com’è Giovanni».
«Sincero», fece nonna Ilaria dando una carezza al nipote.
Giovanni alzò la testa verso l’alto ridacchiando.
«Per un pranzo, una volta al mese, potrebbe anche venire», borbottò nonna Ilaria, «e cos’è questa storia della canzone?»
«Nulla», fece il figlio.
«Oh, insomma, voglio sapere», si fece versare un dito di vino: «Giovanni, dimmi un po’ della canzone di tua sorella».
«Oggi c’è un grande concerto in città».
Nonna Ilaria annuì: «Poi, che altro sai?»
«Clara canterà una canzone, suona con le sue amiche».
«Rosa e Corinne?»
«Sì, loro».
«E tu non glielo hai impedito?» fece la nonna rivolgendosi al figlio, «si caccerà nei guai».
«È testona!»
«Lo so, e voglio andarci pure io al concerto».
«Mamma, che dici?», saltò su il figlio.
«Facciamo in tempo, Giovanni?»
«Sì, nonna», rispose il ragazzino, «inizia alle quattro».
«Bene, allora pranziamo in fretta e si va!»
«Mamma…»
«Sst! Zitto figliolo e mangia, non voglio arrivare tardi».

La piazza vibrava di voci e di suoni. Il palco era stato montato contro il vecchio palazzo del municipio. Le truppe governative, allertate dal servizio segreto civile che presidiava in borghese, muovevano a ranghi compatti verso l’epicentro. L’ordine era di attendere, lasciare fare e poi agire. Ogni insulto al governo sarebbe stato punito in modo esemplare. I cyborg addetti al servizio d’ordine circondavano la zona. Quando nonna Ilaria scese dal furgone e con la carrozzella sfilò nel centro di Piazza del Popolo, tutti si fecero da parte. Clara, in compagnia di Rosa e Corinne, stazionava nei pressi del palco con altri giovani musicisti. Indossava delle calze di nylon rosa acceso, stivali a punta, mori, e una maglia tempestata di lustrini d’oro e d’argento. Aveva raccolto i capelli in un nastro di seta blu elettrico. Giovanni e i genitori rincorrevano da lontano nonna Ilaria facendosi largo tra la folla, gremita sul selciato. Clara si voltò e vide la sedia a rotelle puntare verso di lei.
«Nonna…», sospirò, «che ci fai qua?»
«Non sei venuta a trovarmi e allora eccomi».
«Sarei venuta la prossima volta, qui sarà un casino tra poco».
«Quindi?»
«Beh…»
«Beh cosa? Vuoi dire che non è un posto per me, per una nonna sulla sedia a rotelle?»
«Tu che ne pensi?»
«Quando canti?», domandò nonna Ilaria.
«Tra due ore», rispose Clara.
Nonna Ilaria prese da una sacca appesa ai braccioli della carrozzella gli appunti sulla festa della donna e li mise in mano alla nipote: «Leggi».
«Carta?»
«Sono fogli vecchi, riciclati. Non ho ucciso nessun albero. Leggi».
«Adesso?»
«Hai due ore di tempo. Fallo prima di salire su quel palco».
«Va bene», annuì Clara, «ma tu diglielo, nonna», Clara si rivolse alle amiche: «Vero che a tuoi tempi l’otto marzo era diventata una festa in discoteca, spogliarelli e donne che facevano le pazze?»
«Sì, ma c’è stato un tempo precedente ai miei tempi, un tempo che è bene ritorni», girò la carrozzella, «ogni futuro necessita di utopie», seguita a distanza dal figlio, dal nipote e dalla nuora, andò a sistemarsi di fronte al palco: «Leggete i miei appunti», fece segno, «e chiamiamola giornata internazionale della donna, non festa».

Alle sei della sera, dopo due ore di spettacolo, Clara, Rosa e Corinne, capelli davanti al viso, invasero il palco. Toccava loro! Clara urlò, Corinne fece roteare le bacchette tra le dita e Rosa strinse il pugno e lo rivolse verso la piazza. Il buio e le truppe governative avvolgevano il concerto; i cyborg avevano fermato alcuni giovani; gli agenti in borghese tenevano d’occhio le quinte in attesa dell’ordine d’intervento. Gli arresti si erano svolti senza rivolte: nessuno poteva contrastare la forza dei cyborg.
«La canzone che andremo a eseguire», disse Clara amplificata dall’impianto voci, giganteggiando sul fragore della folla, «è dedicata a tutte le donne che il prossimo otto marzo riprenderanno a festeggiarlo. Il regime uccide la nostra libertà e non merita questa musica, questi giovani, queste donne. Oggi noi, e domani e l’otto di marzo del duemilacentoquindici, rivendichiamo le conquiste sociali ed economiche delle donne della metà del novecento soffocate dalla stolta violenza di questo governo di briganti».
«Ha letto tutto», gongolò tra sé nonna Ilaria alzando il pollice, «ha letto».
«La nostra canzone», proseguì Clara mentre Corinne si metteva alla batteria e Rosa alla tastiera, «è contro le discriminazioni e le violenze che noi giovani donne dobbiamo subire. Per questo, in nome di tutta la parte sana del paese, chiediamo giustizia sociale, equità economica e le dimissioni del Consiglio dei Ministri», Corinne picchiò sulla batteria, Rosa svisò sulla tastiera, «il diritto di voto lo abbiamo ancora, ma sappiamo che fine fanno i nostri voti: li mangia l’informatica coi brogli». Poi staccò il microfono dall’asta e cominciò a cantare. Un boato prese l’aria. Corinne pestò forte le bacchette sui tamburi, Rosa azionò gli intrugli del sintetizzatore e Clara saltò dentro la musica con una rabbia sconosciuta. La folla la seguì battendo i piedi sul selciato, ballando. Clara allora si mosse dolce e cantò le parole meglio che poteva.
La piazza volava con lei, con loro.
Alla fine dell’esibizione, dietro il palco, alcuni agenti in borghese le ammanettarono. Nonna Ilaria annuì dura, trattenendo le lacrime e seguendo il passo di Clara che andava via, Rosa e Corinne di fianco: i cyborg le trascinavano altrove. L’esercito obbligò la piazza a un giogo di controlli. Il concerto fu interrotto e tutti i musicisti delle band portati nei centri di detenzione per essere schedati. Il processo avrebbe condannato Clara, Rosa e Corinne a due anni di lavori forzati. Sarebbero state separate e condotte in penitenziari differenti.

L’8 marzo 2115, molte donne si radunarono in strada per festeggiarsi e per fare memoria del futuro. In testa al corteo c’erano nonna Ilaria e il suo robot badante che spingeva la sedia a rotelle. Al bracciolo della carrozzella, nonna Ilaria aveva legato una corda che tratteneva tra il cielo e la terra un aquilone a forma di farfalla. Tra le ali c’era scritto “utopia”. Clara, Rosa e Corinne, dalle finestre delle loro prigioni, lo videro sbandierare nel vento.

(In memoria di Clara Eissner Zetkin, Rosa Luxemburg e Corinne Brown, attiviste e combattenti per i diritti delle donne. Dedicato a Maria Alyokhina, Yekaterina Samutsevich e Nadezhda Tolokonnikova: Pussy Riot per sempre d’ogni tempo e spazio.)

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