prima di arrivare al mare mi sono fermato all’autogrill

autogmare

Ho preso la macchina di mio padre e ho preso la tangenziale. Erano le due del pomeriggio di venerdì diciannove marzo e non c’era traffico. Ho preso l’autostrada per Genova. Avevo voglia d’arrivare davanti al mare. Mio padre mi ha chiamato sul cellulare perché non trovava le chiavi della macchina. Gli ho detto che se fosse sceso nel box non avrebbe trovato neppure la macchina. Ho riappeso, ho spento e ho infilato la mano dentro il cruscotto: prendendo gli occhiali da sole ho fatto cadere una scatola di preservativi alla fragola. Di fianco all’autostrada hanno cominciato a correre filari di prati gialli coperti da capannoni di vetro e lamiera. Le insegne delle ditte avevano nomi strani. Per divertirmi, come facevo al cimitero guardando i cognomi sulle lapidi, ne ho letto qualcuno: Genefalk, Trafilatex, Alcolm. Dai container posati nei piazzali spuntavano scarti rilucenti; un uomo in tuta da lavoro, fumando, è sbucato da una porticina. Più avanti, in un’area di sosta, c’era un tir bianco: ho pensato giungesse dalla Scandinavia con la cella frigorifera stipata di salmoni. A Bereguardo, grigio come il ghiaccio sporco di un diorama, c’era il Ticino che passava tra i bordi ghiaiosi e le piante disordinate. I pneumatici saltavano sulle saldature e pensando ai miei genitori e a quando, prendendo la strada di qualche borgo, seduto dietro, vedevo le loro teste ciondolare al ritmo imprevedibile del pavé, ho riso. Mia madre è ancora convinta che io non sia a posto. Quando avevo quindici anni la menava con la storia che non mi vedeva mai con una ragazza e s’inventava di tutto per farmi studiare con quella compagna di classe, Silvia, solo perché suo padre era inglese e lei aveva in mente di mandarmi a Brighton a studiare. Io e Silvia non ci sopportavamo. È finita con mia madre in ginocchio davanti ai genitori di lei pregandoli di non sporgere denuncia: Silvia non aveva gradito il mio pene eretto infilato a segnalibro nel Conte Pianezzola di latino. Poi un giorno, qualche mese dopo, ho baciato Eliana: aveva i denti, li lasciava davanti e teneva la lingua rintanata dietro la gabbia d’avorio. Ci siamo tolti le scarpe e sul letto siamo andati alla scoperta l’uno dell’altra. Abbiamo lasciato i libri aperti e dalla finestra entrava una bella luce. Siamo stati zitti per un’ora. Ho lasciato in sottofondo l’mp3 collegato alle casse del computer. Pensavo avesse le tette più grandi, con la maglietta non si capiva. Forse anche lei immaginava ce l’avessi più grosso. Me l’ha toccato appena. Io ho fatto finta che per me era una cosa normale. Alle cinque l’ho accompagnata al pullman. Sono stato lì con lei ad aspettare la 78, mi ha detto che la prossima volta sarei potuto andare io a casa sua a fare i compiti. Ho detto va bene e mi sono accorto d’essere in ritardo per l’allenamento, così ho chiamato Roberto e siamo andati a fumarci una canna. Lui voleva andare a grafitare i piloni del ponte. Io non avevo voglia e abbiamo fatto un salto al supermercato a prenderci da bere; le lattine le abbiamo bevute sulla panchina del parchetto. Quando Roberto ha aperto la sua, è uscita la schiuma e ci ha fatto la doccia. Mi sono asciugato i jeans e una signora che passava con il cane ci ha guardato male. Al campetto, alcuni extra comunitari giocavano a basket; ci siamo uniti a loro e uno di quegli arabi sparava frasi da un quarto d’ora aspirando le a e le acca. Dico solo “passa”, ha fatto ridendo con i denti marci di fuori. È una giornata che mi ricordo sempre, non lo so perché, mi capita spesso di ricordare giornate senza senso o simili ad altre. Ho cercato di capire come mai: mi scrivo le cose di quelle giornate, faccio un grafico per trovare un denominatore comune; sono giornate lontane nel tempo ma che ricordo con precisione. Una volta, mio padre e mia madre, m’hanno portato sul lungomare Europa di Varazze. Era primavera e sembravano felici d’essere lì con me. C’era un mare blu che da sopra le rocce non lo potevi toccare e lui, lo stesso, non ti poteva prendere. Sull’orizzonte passavano le navi arrugginite e io speravo non affondassero che sennò il petrolio finiva in acqua. Quando sono diventato più grande ho smesso di pensare alle navi che affondano. Non mi frega niente se poi quelli di Greenpeace devono pulire i cormorani dal petrolio. È un mondo così questo. Che senza benzina nessuno ci vuol restare, nemmeno gli ambientalisti. Prendo una caramella dal portaoggetti: c’è scritto citrus-lemon, la succhio dieci secondi e la sputo sul tappetino. A guidare con il cambio automatico non ci vuole niente. È come sull’autoscontro. Ho accelerato e dopo poco, appeso tra il cielo e le corsie, è apparso l’autogrill. Mi piacciono gli autogrill che scavalcano l’autostrada. Custodiscono un mistero che non so spiegarmi, sono come un sogno che al risveglio non torna. Da piccolo, intanto che i miei genitori bevevano il caffè, restavo a osservare le macchine infilzare l’orizzonte e dileguarsi nel futuro. Ho scritto questa frase in un tema sul viaggio, ma la prof non l’ha capita e ha segnato delle ondine rosse a lato. C’è un bel viavai di auto e persone nel piazzale. Posteggio con calma, chiudo tutto con il telecomando e mi dirigo verso la scalinata. Dentro l’autogrill c’è odore di sottaceti bruciati. Le griglie per scaldare i panini restano sempre accese e quando non tostano il pane è come se attirassero tra le loro fauci tutto quel che c’è attorno. Ho voglia di fare un rutto che tiro giù un vetro.
Ma lei mi guarda.
È da quando mi sono seduto che mi guarda. Forse mi stava guardando già da prima, mentre ero in fila per fare lo scontrino e poi in fila per la cola e di nuovo per il panino. All’inizio non ero certo guardasse me e ho fatto finta di niente: ho dato due morsi al panino e ho stappato la lattina. Non c’è modo di evitarla. Mi volto, mangio, leggo i menù; mi rigiro e lei mi guarda così intensamente che sembra attirarmi nelle sue ferite come un microbo da disinfettare. Ha i capelli lisci, dorati e gli occhi d’un colore indecifrabile. Non fa nient’altro che fissarmi e giocare con la borsetta; accavalla le gambe e lascia che la scarpa le scivoli dal tallone. La trattiene solo con la punta del piede che ondula con leggerezza. Indossa calze di nylon fini, color carne. La pelle è d’un rosa invadente che pare tatuato, non si arrende: mi guarda ossessiva. Avrà trent’anni, non so. Non sono bravo a dare l’età. Si alza. Viene verso di me: ho il cuore che è un mortaio.
«Sei qui da solo?», dice quando i tacchi smettono d’infilzare il pavimento.
Simulo naturalezza, sposto la sedia e mi giro meglio, anche se fatico a guardarla in viso: oltre i tornelli ruotano come giostre.
«Sei giovane, quanti anni hai?», insiste tenendo un sorriso sulle labbra.
«Ventuno», mento controllando il tono della voce.
Si sfiora i capelli, come le si fosse posata della polvere invisibile: «Ho litigato con il mio fidanzato», dice, «mi ha mollato qua».
«Ah!», deglutisco senza sapere che dire, mi guardo attorno, resisto all’istinto d’alzarmi, «sto andando al mare…», butto lì.
«Al mare?», stringe gli occhi, delusa, «speravo verso Milano, per uno strappo…»
Lei parla e io penso a come rimediare. Il suo profumo mi sbatte sul collo, insegue le narici e mi frusta l’ipotalamo: inutile evitare la schiavitù, dovrei alzarmi e andarmene. Ogni altra scelta è una resa.
«Non ho visto nessuno di cui possa fidarmi», continua, «magari mi prende in macchina un mezzo matto…»
«Potrei esserlo anch’io».
«Tu no!», ride, «la fisiognomica è una mia fissa», dice seria, «e tu no».
«Al mare mi faccio una mangiata di pesce, ero stufo di studiare…»
«Studente, macchina e mangiata di pesce; non ti mancano i soldi eh?»
Spaventato da una voce roca mi volto e sopra di noi c’è un tipo. Ha un aspetto torvo, sale diritto dai piedi al torace e poi s’incurva come un punto di domanda. Dice che non possiamo restare seduti qua e che i posti sono riservati al ristorante: «Quando è aperto», precisa guardando soprattutto me. Mi alzo al volo, non mi va di discutere. Lei non si muove. Faccio per allontanarmi e mi cinge il polso invitandomi a restare: un brivido mi scortica il braccio e si pianta nel centro della pancia. La guardo mentre guarda l’addetto che guarda me. Lei percepisce il mio fastidio e mi lascia. Mi muovo irruente e con lo stinco urto una sedia che cade in un fragore di legno e ceramica.
«Questo casino per una sciocchezza?», fa lei restando seduta e alzando il viso in quello accigliato del cameriere.
«Nessun casino», rimane calmo lui, «è una sala riservata, tutto qua».
«Vai se devi andare!», mi fa segno lei sgarbata, «vai!», grida mentre rialzo la sedia.
Ci resto male. Giro attorno al bar. Faccio all’inverso il tragitto di prima. M’infilo nel corridoio dei salumi, seguo il labirinto e cammino verso la cassa. Mi fermo ai bagni per pisciare. Lavo e asciugo in fretta le mani. Scendo la scalinata, non mi volto più e sono fuori: il soffio del vento mi porta il ruggito dei camion. L’asfalto è macchiato d’olio e il benzinaio infila cinquanta euro nel marsupio. Arrivo davanti alla macchina, o meglio, a dove l’ho lasciata perché la macchina non c’è. Mi cerco addosso le chiavi: non le trovo. Mi guardo attorno, sono certo: l’avevo lasciata nella fila centrale sotto il pergolato d’edera e plastica. Penso sia stata lei, non so come ma mi ha fregato: il cameriere era suo complice e m’hanno curato, sono due professionisti. Stordito torno verso l’autogrill, riattraverso il ponte di vetro sospeso sull’autostrada e l’aceto tostato mi raspa la gola. Guardo il tavolo dov’ero seduto: non riesco ad allontanare la vergogna per la mia inadeguatezza. Poi lei riappare: la basculante della toilette le soffia sulla gonna e la sospinge verso me. Mi passa a fianco fingendo di non vedermi. La inseguo e la prendo per un braccio: «Quel passaggio a Milano», dico mentre mi guarda con disprezzo, «non posso dartelo visto che m’hanno fregato la macchina».
Ha gli occhi fermi, le braccia conserte e aspetta solo che io smetta di parlare.
«Sei stata tu, mi hai preso le chiavi», dico senza prendere fiato, «eri d’accordo con quel finto cameriere…»
«Quello era un cameriere vero», si libera dalla mia presa e mi spinge via, «se ti ritrovo la macchina, mi riporti a Milano?», fa poi con aria canzonatrice.
«Allora è così? L’hai presa tu!»
«Le chiavi sì, le hai lasciate sul tavolo quando sei fuggito via», ride, «la macchina però…», allarga le braccia e accavalla le labbra, «credo che l’arcano sia svelato da questa struttura perfettamente simmetrica», e alza la mano lasciando penzolare le chiavi.
Faccio per prenderle ma lei si ritrae come un fiore carnivoro.
«Prima prometti», fa l’occhiolino.
Prometto e seguo la sua scia rosa che volge nel senso opposto a quello da cui tornavo: ero sceso dal lato sbagliato. Senza parlare attraversiamo un salone di gente che mangia: la scalinata è quella giusta e scendiamo dal lato che porta a sud, verso il mare. L’auto è dove l’avevo posteggiata. Lei sorride e c’invitiamo a salire a bordo. Guido fino a Casei Gerola: il casellante ha la faccia quadra, gli occhiali spessi, i capelli unti. Mentre pago, lui non riesce a distoglierle gli occhi dal bordo della gonna che vibra sulla tessitura lieve delle calze. Il viso, somatizzato alla forma del casello, gli si contorce in un’espressione viziosa. Mi dà il resto con le grandi dita e la moneta da dieci centesimi gli resta appiccata al polpastrello. La stacca con il pollice dell’altra mano e mi guarda con un sorriso ebete che schivo premendo l’acceleratore.
«Ora guida tu», dico accostando, «neppure ho la patente, ho diciassette anni».
Sorride. Io giro svelto attorno all’auto. C’è odore di letame. Lei intanto scivola sul sedile di sinistra. Fa inversione e s’infila sotto la pensilina. Intravedo le lenti del casellante scrutarci curiose e sento aggredirmi la voglia d’esistere, di vivere il lampo che mi proietterà nel futuro, come mettessi in bocca un cucchiaio di miele. Lei danza sui pedali con i piedi e le scarpe, con le gambe e le calze. Penso che Roberto non crederà mai a quello che m’è capitato, spero soprattutto mai a quello che mi capiterà. Vedo nello specchietto il riflesso giallo dell’autogrill dileguarsi nel passato. Nel prossimo tema scriverò questa frase e fanculo ai segni rossi della prof.

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