ottocento

Bacio_1867

Piove ancora.
Il cielo lo vedo dall’atrio. É una lavagna, la maestra ha disegnato il tricolore, il vento lo muove e la stoffa tratteggia onde morbide. Il caffè sa di acqua di scarico. Mescolo lo zucchero cercando di pescare i granelli nelle incavature più strette.
Nessuno.
Le sale della mostra sono deserte. Non avrei potuto scegliere giorno migliore. Il capo nemmeno ha battuto ciglio: prendo mezza giornata, ho detto. Lui ha annuito, avrà aggiornato il foglio excel sottraendomi quattro ore dal monte ferie, io ho spento il computer, ho infilato il giubbotto e sono uscito.
L’ombrello non lo porto mai. Farò una fuga fino alla metrò. Mi viene in mente che devo passare al supermercato e sbadiglio, getto il bicchiere nel bidone, mi alzo e decido di uscire.
Attraverso l’ultima sala con aria interessata: due giovani si stringono di fronte alla Betsabea. Sapere che Hayez dipinse Il Bacio come atto d’amore per la nascita dell’Italia mi rattrista: uno dei custodi mi osserva, starà pensando che sono un qualunquista superficiale entrato alle Scuderie per il maltempo, invece no, visto che esco adesso e l’aria fuori è ardesia che neanche un colpo d’ascia potrebbe scalfire.
Ottocento.
Avrei dovuto nascere in un’altra epoca. Passioni, stimoli, caldo sangue e speranze di un secolo che moriva nei volti pungenti del Quarto Stato, al contrario, trascino il pizzico del mio petto dentro una solitudine avariata. I due giovani, mano nella mano, si spostano davanti a un altro quadro, ridono e mi fanno voltare. Lei gli dà una spinta amorevole, lui si allontana, non la molla e la trascina oltre una colonna.
Torno indietro.
Ho scarpe con la para di gomma e passi silenziosi. Ritratto di Anastasia Spini, del Piccio: riesce a dare alla bruttezza del reale una straordinaria dignità. E questa donna, che sembra un uomo con la cuffietta in testa e le pantofole, fa tenerezza da quanto è brutta. Mi chiedo se avrei mai avuto il coraggio di amare questa Anastasia, la luce di quegli occhi infelici, la sua forza di sedersi lì, in posa, a farsi immortalare come una dea, profilo e pelle e pensieri, quando nessun specchio avrebbe potuto ospitarla e concludo che sono un vigliacco. Non riesco più a lasciarla però, immagino la pena di lei che si prepara per la notte, esita per le lenzuola gelide, spegne la candela e non resta che un profumo di cera, la luna bianca oltre la mussola delle tende e le palpebre che si acchetano.
É la mia pena.

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