la gatta e la ruota

bici

Livio ha un contratto a termine e una madre che esce di casa solo per andare al mercato comunale. Suo padre è morto tre anni fa e l’unica cosa che ha lasciato è una cantina piena di roba: i bulloni d’una 128 e sedie che fan da nido alle tarme; la friggitrice elettrica presa coi punti del discount e uno scrigno di bobine per il Geloso; una scatola di coltelli vuota con l’interno di velluto blu e qualche 45giri dal vinile rigato. Le sorelle, maggiori di Livio di quasi venti anni, se ne sono andate via da tempo. Sposate, scappate, più viste dal giorno del matrimonio. A quello di Laura, il padre si ubriacò finendo a litigare per il parcheggio. Che scena ridicola, spesso Livio rivede il padre in mezzo al prato con la faccia vermiglia e rasposa: sta spintonandosi con quell’altro e tutte e due dicono frasi senza senso; vede la sorella che scappa piangendo, veli e pizzi che le dardeggiano sul fondoschiena. E ha pietà di lei e del padre e di se stesso. Di tutta la sua famiglia sparata inconsapevole tra le pieghe del mondo. Tre anni dopo, quando si sposò Angela, andò anche peggio. Il padre, consumato dalla cirrosi, si svegliò la mattina con la luna e cominciò a far storie per i confetti e i gemelli d’oro, per la cravatta e le foto. Angela non era tipo però da piangere e scappare, in quartiere era famosa come femmina capace di farsi rispettare ed esasperata, mentre infilava le scarpe bianche accorgendosi ch’erano un 38 e non un 38½, lo colpì con la suola. Fortunatamente non col tacco. Lei si ruppe l’unghia dell’anulare, fortunatamente della mano destra visto che non era mancina, e il padre l’accompagnò all’altare con l’occhio sinistro tumefatto, senza mettere la cravatta e restando fortunatamente in silenzio per tutto il giorno.
Ma a parte queste tre fortune consecutive, oggi è luglio e Livio è sceso nelle cantine perché ha deciso che a lavorare ci va in bici. C’è un gran caldo da far schifo. L’afa intorpidisce ogni tipo di pensiero. Qua sotto, le cantine sono un labirinto di cemento armato e non c’è una luce che funziona, è fresco però. I relè scattano a vuoto e le poche finestre sono murate, in più c’è una puzza acida di piscio e di immondizia che raschia la gola. L’acqua limacciosa scorre nei tubi appesi ai soffitti come le ossa di dinosauro al museo di storia naturale. Ci sono cunicoli e androni, porte chiuse, altre divelte e locali usati come cessi o come tane o per lo spaccio. Livio lo sa bene, abita al quartiere da sempre e un quartiere di periferia è la mappa di nessun tesoro; la conosci a memoria, la studi giorno e notte come dovesse aprire chissà quali forzieri; conosci le strade, i passaggi segreti, i ponti e passi tutta la vita a domandarti dove i pirati avranno seppellito i dobloni del re.
Intanto quaggiù, adesso, c’è una gatta.
Ha gli occhi gialli che pungono il buio, sta lì, non si muove. Livio le passa accanto trascinando la bici, il battistrada si appoggia alle rughe umide del cemento e strappa come un velcro. La gatta lo sopravanza di qualche passo, odora di pelo bagnato e il suo incedere è simile allo stormire delle foglie. È una danza. Poi Livio scorge un triangolo di luce e lo raggiunge: è la piattaforma del teletrasporto, pensa. Così, camminando sullo scivolo, riemerge a livello della terra insieme alla gatta. I palazzi sono carte da gioco che si specchiano in graffiti di mobiletti e treppiedi, bottiglie d’acqua e vasi, gabbiette di canarini e veneziane a mezz’asta.
«Dove hai preso quel rottame?», sua madre è affacciata.
Abitano all’ammezzato: sopra ci sono dieci file di balconi e ballatoi tutti uguali, ripetute per sette scale. Le finestre sembra che le abbiano aperte tra i muri con una raffica di mitra. Davanti, gli alberi dei piazzali, sono immobili come grissini nel formaggio. Cola dai tronchi e dalle fronde una resina appiccicosa che non è buona per farci niente. È come un humus velenoso che le piante eiaculano per dispetto, in risposta all’accerchiamento dei palazzi popolari che giornali e tivù, quando nel quartiere accade un fattaccio, definiscono conigliere di calcestruzzo o casermoni dormitorio.
«Allora?», insiste la madre: «Quel ferro vecchio da dove salta fuori?»
«L’ho presa usata».
«Usata? Buona per il rottamaio».
«Ci vado al lavoro», risponde Livio mentre la gatta si struscia tra le sue caviglie: «Risparmio i soldi dell’autobus».
Gli occhi della gatta ora, alla luce, sembrano due gettoni del telefono.
«È arrugginita».
«La vernicerò».
«È bucata».
«Solo sgonfia».
La madre di Livio ha una faccia che pare un pastrano sgualcito.
«Non fumare», le dice lui.
«Almeno faccio qualcosa», risponde lei.
A Livio piacerebbe portarla a fare un giro, farle mettere un vestito decente. Forse basterebbe che Laura e Angela venissero a trovarla, qualche volta. È invecchiata. È sola. Non vuole mai andare da nessuna parte.
«La pompa è nello sgabuzzino, me la prendi?»
«Se sai dov’è prendila tu».
«Sono in ritardo».
«E che t’importa? Tanto ti lasciano a casa a fine contratto, come sempre».
Livio, da tre mesi, lavora in un’agenzia di catering. Insieme al titolare e ad altri camerieri tuttofare si occupa di organizzare coffee-break, pranzi e merende per laureandi che frequentano un master. Luana lavora al bar aziendale e gli ha detto che pagano fino a quindicimila euro per nove mesi di corso. Le “masterine” hanno abiti firmati, profumi, occhi spenti e arroganti. I “masterini” ballano loro attorno come vermi appesi all’amo in attesa d’essere divorati. Fa rabbia vederli uscire dalle aule, malati di allegria e invadere gli atri per riempirsi i piatti di dolcetti, tartine, olive ascolane, mordicchiare tutto senza finire niente. Fa rabbia vederli togliere con la punta del coltello le strisce di grasso dal prosciutto, ridere dei titoli dei giornali e giocare a tenere in bilico i bicchieri di plastica.
La madre gli ha portato la pompa. Ha allungato un braccio e l’ha fatta cadere sull’aiuola. Livio l’ha raccolta tra i fiori e adesso ansima e gonfia le gomme. Quando ha finito, si china meglio e avvita i tappi. Infila la pompa nello zainetto. Pensa sia meglio portarsela appresso, le camere d’aria potrebbero perdere.
«A stasera», dice alla madre montando in sella.
La gatta cammina verso i giardini, vede un cane grande come un bulldozer, il muso pare una benna dentata. Si spaventa, la gatta; si acquatta un istante poi scarta di lato. Livio sta già pedalando, il colpo dell’abbaio lo svia, attraversa distratto la strada e in un baleno sarebbe contro il muso di un’auto che sopraggiunge. Non l’ha vista. La gatta è più agile però, ha l’istinto giusto per sfuggire al cane ma non alla ruota, e lo precede.
La madre lancia via la cicca ancora accesa, abbozza una specie di grido.
L’auto passa oltre, sterza, evita Livio, ed è tutto un girare di ruote e di balconi, di bocche aperte e pupille, quelle della gatta ora si vedono bene, sprizzano dal pelo. Livio frena e la gomma posteriore slitta, si tiene in piedi posando le scarpe sull’asfalto. L’auto è già via, al prossimo incrocio. Livio lascia a terra la bici e s’inginocchia: doveva aver già consumato le altre vite perché non respira più, né si muove né ha paura. Da una finestra viene fuori il volume alto di una radio, la voce brucia dentro la calura umida, dice che l’anticiclone delle Azzorre permarrà sull’Italia per un’altra settimana.
La madre ha le mani sul viso, su quel pastrano sciupato, perso tra i graffiti e il cielo giallo.

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