una donna per bene

ClaraZetkin

L’8 marzo non si celebrava da quasi un secolo. Clara ne sapeva qualcosa per via di quella sua nonna un po’ suonata che viveva in campagna. Da bambina andava volentieri a trovarla, aveva passato con lei qualche estate e si era divertita col robot che accudiva la nonna, puliva la casa e teneva in ordine il giardino. Adesso era diverso: era una giovane donna di diciotto anni, aveva i suoi impegni, altre cose da fare. Le voleva bene a nonna Ilaria, sentiva che c’era un filo nascosto che in qualche modo le univa, solo che non aveva tempo per darle retta come una volta.
Quel giorno, due settimane prima dell’8 marzo 2115, accese il poly e mandò un messaggio a Rosa e Corinne. Nonostante il divieto governativo si sarebbero trovate al Nero dopo le otto della sera. Ripeté a memoria il testo della canzone, infilò le scarpe e scese nel salone. La madre stava spillando i fagiolini, il padre leggeva e Clara indossò il giubbotto: la reazione dei genitori fu immediata. Il padre lasciò il libro sul divano e corse alla porta; la madre si alzò e si affacciò dalla cucina.
«Sai bene che non si può uscire!», fece il padre parandosi davanti come un soldato.
«Lo so, è per questo che esco».
«Sentila!», urlò la madre, «che ti dicevo? Questa va a farsi ammazzare».
«Non mi risulta che a te importi, mamma».
«Ora basta, Clara!», intervenne il padre, «hai avuto tutto il pomeriggio per uscire».
«Togliti dalla porta!»
«Non esci!»
«Ho le prove del concerto».
«Che concerto?»
«Levati», avanzò e afferrò il pomolo, «e domenica non posso venire da nonna Ilaria».
«Cosa fai?», fece la madre, «la lasci andare?»
«Il concerto è autorizzato?», domandò il padre.
«Certo che no!», rispose Clara, «esiste ancora qualcosa di autorizzato?»

Il Nero era un locale ricavato nella porzione interna di un centro commerciale abbandonato. Lo gestiva Lukas, un giovane ceceno arrivato in Italia da bambino e rimasto orfano. Usare la sala prove del Nero significava consumare e lasciare i soldi sul bancone. Lukas permise alle ragazze di sistemarsi, poi arrivò. Entrò nello spazio adibito alle prove. Clara stava picchiettando l’indice sul microfono, Corinne stava avvitando i cursori di fissaggio dei tamburi e Rosa stava verificando l’amplificazione del sintetizzatore.
«Porto da bere?» fece «cosa?»
«Birra per tutte?» buttò lì Clara.
Rosa e Corinne annuirono.
«Birra finita» sentenziò Lukas.
«Rhum?»
«Finito».
«Fai prima a dire cosa c’è».
«Lemon o menta o…»
«O?»
«Vodka russa», disse sottovoce Lukas, mellifluo: «Al doppio del prezzo».
«Sarà uno dei tuoi soliti intrugli», disse Rosa.
«No!», Lukas mise la mano sul cuore, «roba di qualità».
«Al doppio del prezzo no», disse Corinne.
«Ragazze, io rischio a tenere aperto e a farvi suonare».
«E vuoi guadagnare soldi?», rise Clara, «accontentati e un giorno la storia ti ricorderà con onore: Lukas Rabachyov aiutò la rivoluzione».
«Ma quale rivoluzione!», alzò le spalle lui: «Siete matte a pensare di cambiare le cose».
«Domenica ci sarà un concerto in Piazza del Popolo, lo sai?», Corinne picchiò una bacchetta sul tomtom; il rimbombo penetrò i diffusori e inondò la stanza: «Arrivano band underground da tutta Italia».
«Autorizzato?»
«Sembri mio padre!»
«Il tuo locale è autorizzato a vendere alcolici?», Rosa si mise dietro il sintetizzatore e impostò il programma audio: «Eppure lo fai».
«Rivoluzione?», disse Lukas, «non voglio sentirvi, lavoro e voglio continuare a farlo».
«Ti pagano per stordirci?», Clara avvicinò le dita delle mani disegnando un triangolo, puntandolo contro Lukas Rabachyov: «Tieniti la vodka», disse, «porta la menta».
Rosa e Corinne imitarono Clara replicando altri due triangoli.
«Siete davvero suonate», rise Lukas.
«Sì», fece Clara, «siamo suonate, suoniamo e se continui a rompere te le suoniamo».
Lukas scrollò le spalle e scosse la testa: «È che vi voglio bene», disse, «sono un buono. Sono troppo buono».

«Come mai Clara non è venuta?», domandò nonna Ilaria facendo segno al robot di servire il pranzo, «le avevo preparato i miei appunti sull’otto marzo».
«Aveva da fare con la scuola», le rispose il figlio, «poi, mamma, ancora con questa storia dell’otto marzo? I tempi sono cambiati».
«Sono cambiati sì», fece nonna Ilaria, «e non da oggi. Io me ne sono accorta, a te invece pare vada bene tutto».
«Mamma, quand’è che la smetterai di agitarti?»
«Agitarmi?»
«Sì. La situazione è quella che è, agitarsi non serve a niente».
Il robot si spostò dalla tavola. Iniziarono a mangiare.
«Non serve a niente accettare d’essere calpestati come scarafaggi».
«Possiamo parlare d’altro?»
Nonna Ilaria non badò più al figlio e guardò il nipote: «Dov’è tua sorella?», fece ammiccando, «dimmelo un po’».
«Deve cantare a un concerto», rispose senza esitazioni il ragazzetto.
Intervenne la madre mettendosi un dito sulle labbra e lanciando un’occhiata al figlio; poi, rivolgendosi alla suocera, sorridendo disse: «Non lo ascolti, sa com’è Giovanni».
«Sincero», fece nonna Ilaria dando una carezza al nipote.
Giovanni alzò la testa verso l’alto ridacchiando.
«Per un pranzo, una volta al mese, potrebbe anche venire», borbottò nonna Ilaria, «e cos’è questa storia della canzone?»
«Nulla», fece il figlio.
«Oh, insomma, voglio sapere», si fece versare un dito di vino: «Giovanni, dimmi un po’ della canzone di tua sorella».
«Oggi c’è un grande concerto in città».
Nonna Ilaria annuì: «Poi, che altro sai?»
«Clara canterà una canzone, suona con le sue amiche».
«Rosa e Corinne?»
«Sì, loro».
«E tu non glielo hai impedito?» fece la nonna rivolgendosi al figlio, «si caccerà nei guai».
«È testona!»
«Lo so, e voglio andarci pure io al concerto».
«Mamma, che dici?», saltò su il figlio.
«Facciamo in tempo, Giovanni?»
«Sì, nonna», rispose il ragazzino, «inizia alle quattro».
«Bene, allora pranziamo in fretta e si va!»
«Mamma…»
«Sst! Zitto figliolo e mangia, non voglio arrivare tardi».

La piazza vibrava di voci e di suoni. Il palco era stato montato contro il vecchio palazzo del municipio. Le truppe governative, allertate dal servizio segreto civile che presidiava in borghese, muovevano a ranghi compatti verso l’epicentro. L’ordine era di attendere, lasciare fare e poi agire. Ogni insulto al governo sarebbe stato punito in modo esemplare. I cyborg addetti al servizio d’ordine circondavano la zona. Quando nonna Ilaria scese dal furgone e con la carrozzella sfilò nel centro di Piazza del Popolo, tutti si fecero da parte. Clara, in compagnia di Rosa e Corinne, stazionava nei pressi del palco con altri giovani musicisti. Indossava delle calze di nylon rosa acceso, stivali a punta, mori, e una maglia tempestata di lustrini d’oro e d’argento. Aveva raccolto i capelli in un nastro di seta blu elettrico. Giovanni e i genitori rincorrevano da lontano nonna Ilaria facendosi largo tra la folla, gremita sul selciato. Clara si voltò e vide la sedia a rotelle puntare verso di lei.
«Nonna…», sospirò, «che ci fai qua?»
«Non sei venuta a trovarmi e allora eccomi».
«Sarei venuta la prossima volta, qui sarà un casino tra poco».
«Quindi?»
«Beh…»
«Beh cosa? Vuoi dire che non è un posto per me, per una nonna sulla sedia a rotelle?»
«Tu che ne pensi?»
«Quando canti?», domandò nonna Ilaria.
«Tra due ore», rispose Clara.
Nonna Ilaria prese da una sacca appesa ai braccioli della carrozzella gli appunti sulla festa della donna e li mise in mano alla nipote: «Leggi».
«Carta?»
«Sono fogli vecchi, riciclati. Non ho ucciso nessun albero. Leggi».
«Adesso?»
«Hai due ore di tempo. Fallo prima di salire su quel palco».
«Va bene», annuì Clara, «ma tu diglielo, nonna», Clara si rivolse alle amiche: «Vero che a tuoi tempi l’otto marzo era diventata una festa in discoteca, spogliarelli e donne che facevano le pazze?»
«Sì, ma c’è stato un tempo precedente ai miei tempi, un tempo che è bene ritorni», girò la carrozzella, «ogni futuro necessita di utopie», seguita a distanza dal figlio, dal nipote e dalla nuora, andò a sistemarsi di fronte al palco: «Leggete i miei appunti», fece segno, «e chiamiamola giornata internazionale della donna, non festa».

Alle sei della sera, dopo due ore di spettacolo, Clara, Rosa e Corinne, capelli davanti al viso, invasero il palco. Toccava loro! Clara urlò, Corinne fece roteare le bacchette tra le dita e Rosa strinse il pugno e lo rivolse verso la piazza. Il buio e le truppe governative avvolgevano il concerto; i cyborg avevano fermato alcuni giovani; gli agenti in borghese tenevano d’occhio le quinte in attesa dell’ordine d’intervento. Gli arresti si erano svolti senza rivolte: nessuno poteva contrastare la forza dei cyborg.
«La canzone che andremo a eseguire», disse Clara amplificata dall’impianto voci, giganteggiando sul fragore della folla, «è dedicata a tutte le donne che il prossimo otto marzo riprenderanno a festeggiarlo. Il regime uccide la nostra libertà e non merita questa musica, questi giovani, queste donne. Oggi noi, e domani e l’otto di marzo del duemilacentoquindici, rivendichiamo le conquiste sociali ed economiche delle donne della metà del novecento soffocate dalla stolta violenza di questo governo di briganti».
«Ha letto tutto», gongolò tra sé nonna Ilaria alzando il pollice, «ha letto».
«La nostra canzone», proseguì Clara mentre Corinne si metteva alla batteria e Rosa alla tastiera, «è contro le discriminazioni e le violenze che noi giovani donne dobbiamo subire. Per questo, in nome di tutta la parte sana del paese, chiediamo giustizia sociale, equità economica e le dimissioni del Consiglio dei Ministri», Corinne picchiò sulla batteria, Rosa svisò sulla tastiera, «il diritto di voto lo abbiamo ancora, ma sappiamo che fine fanno i nostri voti: li mangia l’informatica coi brogli». Poi staccò il microfono dall’asta e cominciò a cantare. Un boato prese l’aria. Corinne pestò forte le bacchette sui tamburi, Rosa azionò gli intrugli del sintetizzatore e Clara saltò dentro la musica con una rabbia sconosciuta. La folla la seguì battendo i piedi sul selciato, ballando. Clara allora si mosse dolce e cantò le parole meglio che poteva.
La piazza volava con lei, con loro.
Alla fine dell’esibizione, dietro il palco, alcuni agenti in borghese le ammanettarono. Nonna Ilaria annuì dura, trattenendo le lacrime e seguendo il passo di Clara che andava via, Rosa e Corinne di fianco: i cyborg le trascinavano altrove. L’esercito obbligò la piazza a un giogo di controlli. Il concerto fu interrotto e tutti i musicisti delle band portati nei centri di detenzione per essere schedati. Il processo avrebbe condannato Clara, Rosa e Corinne a due anni di lavori forzati. Sarebbero state separate e condotte in penitenziari differenti.

L’8 marzo 2115, molte donne si radunarono in strada per festeggiarsi e per fare memoria del futuro. In testa al corteo c’erano nonna Ilaria e il suo robot badante che spingeva la sedia a rotelle. Al bracciolo della carrozzella, nonna Ilaria aveva legato una corda che tratteneva tra il cielo e la terra un aquilone a forma di farfalla. Tra le ali c’era scritto “utopia”. Clara, Rosa e Corinne, dalle finestre delle loro prigioni, lo videro sbandierare nel vento.

(In memoria di Clara Eissner Zetkin, Rosa Luxemburg e Corinne Brown, attiviste e combattenti per i diritti delle donne. Dedicato a Maria Alyokhina, Yekaterina Samutsevich e Nadezhda Tolokonnikova: Pussy Riot per sempre d’ogni tempo e spazio.)

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la gatta e la ruota

bici

Livio ha un contratto a termine e una madre che esce di casa solo per andare al mercato comunale. Suo padre è morto tre anni fa e l’unica cosa che ha lasciato è una cantina piena di roba: i bulloni d’una 128 e sedie che fan da nido alle tarme; la friggitrice elettrica presa coi punti del discount e uno scrigno di bobine per il Geloso; una scatola di coltelli vuota con l’interno di velluto blu e qualche 45giri dal vinile rigato. Le sorelle, maggiori di Livio di quasi venti anni, se ne sono andate via da tempo. Sposate, scappate, più viste dal giorno del matrimonio. A quello di Laura, il padre si ubriacò finendo a litigare per il parcheggio. Che scena ridicola, spesso Livio rivede il padre in mezzo al prato con la faccia vermiglia e rasposa: sta spintonandosi con quell’altro e tutte e due dicono frasi senza senso; vede la sorella che scappa piangendo, veli e pizzi che le dardeggiano sul fondoschiena. E ha pietà di lei e del padre e di se stesso. Di tutta la sua famiglia sparata inconsapevole tra le pieghe del mondo. Tre anni dopo, quando si sposò Angela, andò anche peggio. Il padre, consumato dalla cirrosi, si svegliò la mattina con la luna e cominciò a far storie per i confetti e i gemelli d’oro, per la cravatta e le foto. Angela non era tipo però da piangere e scappare, in quartiere era famosa come femmina capace di farsi rispettare ed esasperata, mentre infilava le scarpe bianche accorgendosi ch’erano un 38 e non un 38½, lo colpì con la suola. Fortunatamente non col tacco. Lei si ruppe l’unghia dell’anulare, fortunatamente della mano destra visto che non era mancina, e il padre l’accompagnò all’altare con l’occhio sinistro tumefatto, senza mettere la cravatta e restando fortunatamente in silenzio per tutto il giorno.
Ma a parte queste tre fortune consecutive, oggi è luglio e Livio è sceso nelle cantine perché ha deciso che a lavorare ci va in bici. C’è un gran caldo da far schifo. L’afa intorpidisce ogni tipo di pensiero. Qua sotto, le cantine sono un labirinto di cemento armato e non c’è una luce che funziona, è fresco però. I relè scattano a vuoto e le poche finestre sono murate, in più c’è una puzza acida di piscio e di immondizia che raschia la gola. L’acqua limacciosa scorre nei tubi appesi ai soffitti come le ossa di dinosauro al museo di storia naturale. Ci sono cunicoli e androni, porte chiuse, altre divelte e locali usati come cessi o come tane o per lo spaccio. Livio lo sa bene, abita al quartiere da sempre e un quartiere di periferia è la mappa di nessun tesoro; la conosci a memoria, la studi giorno e notte come dovesse aprire chissà quali forzieri; conosci le strade, i passaggi segreti, i ponti e passi tutta la vita a domandarti dove i pirati avranno seppellito i dobloni del re.
Intanto quaggiù, adesso, c’è una gatta.
Ha gli occhi gialli che pungono il buio, sta lì, non si muove. Livio le passa accanto trascinando la bici, il battistrada si appoggia alle rughe umide del cemento e strappa come un velcro. La gatta lo sopravanza di qualche passo, odora di pelo bagnato e il suo incedere è simile allo stormire delle foglie. È una danza. Poi Livio scorge un triangolo di luce e lo raggiunge: è la piattaforma del teletrasporto, pensa. Così, camminando sullo scivolo, riemerge a livello della terra insieme alla gatta. I palazzi sono carte da gioco che si specchiano in graffiti di mobiletti e treppiedi, bottiglie d’acqua e vasi, gabbiette di canarini e veneziane a mezz’asta.
«Dove hai preso quel rottame?», sua madre è affacciata.
Abitano all’ammezzato: sopra ci sono dieci file di balconi e ballatoi tutti uguali, ripetute per sette scale. Le finestre sembra che le abbiano aperte tra i muri con una raffica di mitra. Davanti, gli alberi dei piazzali, sono immobili come grissini nel formaggio. Cola dai tronchi e dalle fronde una resina appiccicosa che non è buona per farci niente. È come un humus velenoso che le piante eiaculano per dispetto, in risposta all’accerchiamento dei palazzi popolari che giornali e tivù, quando nel quartiere accade un fattaccio, definiscono conigliere di calcestruzzo o casermoni dormitorio.
«Allora?», insiste la madre: «Quel ferro vecchio da dove salta fuori?»
«L’ho presa usata».
«Usata? Buona per il rottamaio».
«Ci vado al lavoro», risponde Livio mentre la gatta si struscia tra le sue caviglie: «Risparmio i soldi dell’autobus».
Gli occhi della gatta ora, alla luce, sembrano due gettoni del telefono.
«È arrugginita».
«La vernicerò».
«È bucata».
«Solo sgonfia».
La madre di Livio ha una faccia che pare un pastrano sgualcito.
«Non fumare», le dice lui.
«Almeno faccio qualcosa», risponde lei.
A Livio piacerebbe portarla a fare un giro, farle mettere un vestito decente. Forse basterebbe che Laura e Angela venissero a trovarla, qualche volta. È invecchiata. È sola. Non vuole mai andare da nessuna parte.
«La pompa è nello sgabuzzino, me la prendi?»
«Se sai dov’è prendila tu».
«Sono in ritardo».
«E che t’importa? Tanto ti lasciano a casa a fine contratto, come sempre».
Livio, da tre mesi, lavora in un’agenzia di catering. Insieme al titolare e ad altri camerieri tuttofare si occupa di organizzare coffee-break, pranzi e merende per laureandi che frequentano un master. Luana lavora al bar aziendale e gli ha detto che pagano fino a quindicimila euro per nove mesi di corso. Le “masterine” hanno abiti firmati, profumi, occhi spenti e arroganti. I “masterini” ballano loro attorno come vermi appesi all’amo in attesa d’essere divorati. Fa rabbia vederli uscire dalle aule, malati di allegria e invadere gli atri per riempirsi i piatti di dolcetti, tartine, olive ascolane, mordicchiare tutto senza finire niente. Fa rabbia vederli togliere con la punta del coltello le strisce di grasso dal prosciutto, ridere dei titoli dei giornali e giocare a tenere in bilico i bicchieri di plastica.
La madre gli ha portato la pompa. Ha allungato un braccio e l’ha fatta cadere sull’aiuola. Livio l’ha raccolta tra i fiori e adesso ansima e gonfia le gomme. Quando ha finito, si china meglio e avvita i tappi. Infila la pompa nello zainetto. Pensa sia meglio portarsela appresso, le camere d’aria potrebbero perdere.
«A stasera», dice alla madre montando in sella.
La gatta cammina verso i giardini, vede un cane grande come un bulldozer, il muso pare una benna dentata. Si spaventa, la gatta; si acquatta un istante poi scarta di lato. Livio sta già pedalando, il colpo dell’abbaio lo svia, attraversa distratto la strada e in un baleno sarebbe contro il muso di un’auto che sopraggiunge. Non l’ha vista. La gatta è più agile però, ha l’istinto giusto per sfuggire al cane ma non alla ruota, e lo precede.
La madre lancia via la cicca ancora accesa, abbozza una specie di grido.
L’auto passa oltre, sterza, evita Livio, ed è tutto un girare di ruote e di balconi, di bocche aperte e pupille, quelle della gatta ora si vedono bene, sprizzano dal pelo. Livio frena e la gomma posteriore slitta, si tiene in piedi posando le scarpe sull’asfalto. L’auto è già via, al prossimo incrocio. Livio lascia a terra la bici e s’inginocchia: doveva aver già consumato le altre vite perché non respira più, né si muove né ha paura. Da una finestra viene fuori il volume alto di una radio, la voce brucia dentro la calura umida, dice che l’anticiclone delle Azzorre permarrà sull’Italia per un’altra settimana.
La madre ha le mani sul viso, su quel pastrano sciupato, perso tra i graffiti e il cielo giallo.

prima di arrivare al mare mi sono fermato all’autogrill

autogmare

Ho preso la macchina di mio padre e ho preso la tangenziale. Erano le due del pomeriggio di venerdì diciannove marzo e non c’era traffico. Ho preso l’autostrada per Genova. Avevo voglia d’arrivare davanti al mare. Mio padre mi ha chiamato sul cellulare perché non trovava le chiavi della macchina. Gli ho detto che se fosse sceso nel box non avrebbe trovato neppure la macchina. Ho riappeso, ho spento e ho infilato la mano dentro il cruscotto: prendendo gli occhiali da sole ho fatto cadere una scatola di preservativi alla fragola. Di fianco all’autostrada hanno cominciato a correre filari di prati gialli coperti da capannoni di vetro e lamiera. Le insegne delle ditte avevano nomi strani. Per divertirmi, come facevo al cimitero guardando i cognomi sulle lapidi, ne ho letto qualcuno: Genefalk, Trafilatex, Alcolm. Dai container posati nei piazzali spuntavano scarti rilucenti; un uomo in tuta da lavoro, fumando, è sbucato da una porticina. Più avanti, in un’area di sosta, c’era un tir bianco: ho pensato giungesse dalla Scandinavia con la cella frigorifera stipata di salmoni. A Bereguardo, grigio come il ghiaccio sporco di un diorama, c’era il Ticino che passava tra i bordi ghiaiosi e le piante disordinate. I pneumatici saltavano sulle saldature e pensando ai miei genitori e a quando, prendendo la strada di qualche borgo, seduto dietro, vedevo le loro teste ciondolare al ritmo imprevedibile del pavé, ho riso. Mia madre è ancora convinta che io non sia a posto. Quando avevo quindici anni la menava con la storia che non mi vedeva mai con una ragazza e s’inventava di tutto per farmi studiare con quella compagna di classe, Silvia, solo perché suo padre era inglese e lei aveva in mente di mandarmi a Brighton a studiare. Io e Silvia non ci sopportavamo. È finita con mia madre in ginocchio davanti ai genitori di lei pregandoli di non sporgere denuncia: Silvia non aveva gradito il mio pene eretto infilato a segnalibro nel Conte Pianezzola di latino. Poi un giorno, qualche mese dopo, ho baciato Eliana: aveva i denti, li lasciava davanti e teneva la lingua rintanata dietro la gabbia d’avorio. Ci siamo tolti le scarpe e sul letto siamo andati alla scoperta l’uno dell’altra. Abbiamo lasciato i libri aperti e dalla finestra entrava una bella luce. Siamo stati zitti per un’ora. Ho lasciato in sottofondo l’mp3 collegato alle casse del computer. Pensavo avesse le tette più grandi, con la maglietta non si capiva. Forse anche lei immaginava ce l’avessi più grosso. Me l’ha toccato appena. Io ho fatto finta che per me era una cosa normale. Alle cinque l’ho accompagnata al pullman. Sono stato lì con lei ad aspettare la 78, mi ha detto che la prossima volta sarei potuto andare io a casa sua a fare i compiti. Ho detto va bene e mi sono accorto d’essere in ritardo per l’allenamento, così ho chiamato Roberto e siamo andati a fumarci una canna. Lui voleva andare a grafitare i piloni del ponte. Io non avevo voglia e abbiamo fatto un salto al supermercato a prenderci da bere; le lattine le abbiamo bevute sulla panchina del parchetto. Quando Roberto ha aperto la sua, è uscita la schiuma e ci ha fatto la doccia. Mi sono asciugato i jeans e una signora che passava con il cane ci ha guardato male. Al campetto, alcuni extra comunitari giocavano a basket; ci siamo uniti a loro e uno di quegli arabi sparava frasi da un quarto d’ora aspirando le a e le acca. Dico solo “passa”, ha fatto ridendo con i denti marci di fuori. È una giornata che mi ricordo sempre, non lo so perché, mi capita spesso di ricordare giornate senza senso o simili ad altre. Ho cercato di capire come mai: mi scrivo le cose di quelle giornate, faccio un grafico per trovare un denominatore comune; sono giornate lontane nel tempo ma che ricordo con precisione. Una volta, mio padre e mia madre, m’hanno portato sul lungomare Europa di Varazze. Era primavera e sembravano felici d’essere lì con me. C’era un mare blu che da sopra le rocce non lo potevi toccare e lui, lo stesso, non ti poteva prendere. Sull’orizzonte passavano le navi arrugginite e io speravo non affondassero che sennò il petrolio finiva in acqua. Quando sono diventato più grande ho smesso di pensare alle navi che affondano. Non mi frega niente se poi quelli di Greenpeace devono pulire i cormorani dal petrolio. È un mondo così questo. Che senza benzina nessuno ci vuol restare, nemmeno gli ambientalisti. Prendo una caramella dal portaoggetti: c’è scritto citrus-lemon, la succhio dieci secondi e la sputo sul tappetino. A guidare con il cambio automatico non ci vuole niente. È come sull’autoscontro. Ho accelerato e dopo poco, appeso tra il cielo e le corsie, è apparso l’autogrill. Mi piacciono gli autogrill che scavalcano l’autostrada. Custodiscono un mistero che non so spiegarmi, sono come un sogno che al risveglio non torna. Da piccolo, intanto che i miei genitori bevevano il caffè, restavo a osservare le macchine infilzare l’orizzonte e dileguarsi nel futuro. Ho scritto questa frase in un tema sul viaggio, ma la prof non l’ha capita e ha segnato delle ondine rosse a lato. C’è un bel viavai di auto e persone nel piazzale. Posteggio con calma, chiudo tutto con il telecomando e mi dirigo verso la scalinata. Dentro l’autogrill c’è odore di sottaceti bruciati. Le griglie per scaldare i panini restano sempre accese e quando non tostano il pane è come se attirassero tra le loro fauci tutto quel che c’è attorno. Ho voglia di fare un rutto che tiro giù un vetro.
Ma lei mi guarda.
È da quando mi sono seduto che mi guarda. Forse mi stava guardando già da prima, mentre ero in fila per fare lo scontrino e poi in fila per la cola e di nuovo per il panino. All’inizio non ero certo guardasse me e ho fatto finta di niente: ho dato due morsi al panino e ho stappato la lattina. Non c’è modo di evitarla. Mi volto, mangio, leggo i menù; mi rigiro e lei mi guarda così intensamente che sembra attirarmi nelle sue ferite come un microbo da disinfettare. Ha i capelli lisci, dorati e gli occhi d’un colore indecifrabile. Non fa nient’altro che fissarmi e giocare con la borsetta; accavalla le gambe e lascia che la scarpa le scivoli dal tallone. La trattiene solo con la punta del piede che ondula con leggerezza. Indossa calze di nylon fini, color carne. La pelle è d’un rosa invadente che pare tatuato, non si arrende: mi guarda ossessiva. Avrà trent’anni, non so. Non sono bravo a dare l’età. Si alza. Viene verso di me: ho il cuore che è un mortaio.
«Sei qui da solo?», dice quando i tacchi smettono d’infilzare il pavimento.
Simulo naturalezza, sposto la sedia e mi giro meglio, anche se fatico a guardarla in viso: oltre i tornelli ruotano come giostre.
«Sei giovane, quanti anni hai?», insiste tenendo un sorriso sulle labbra.
«Ventuno», mento controllando il tono della voce.
Si sfiora i capelli, come le si fosse posata della polvere invisibile: «Ho litigato con il mio fidanzato», dice, «mi ha mollato qua».
«Ah!», deglutisco senza sapere che dire, mi guardo attorno, resisto all’istinto d’alzarmi, «sto andando al mare…», butto lì.
«Al mare?», stringe gli occhi, delusa, «speravo verso Milano, per uno strappo…»
Lei parla e io penso a come rimediare. Il suo profumo mi sbatte sul collo, insegue le narici e mi frusta l’ipotalamo: inutile evitare la schiavitù, dovrei alzarmi e andarmene. Ogni altra scelta è una resa.
«Non ho visto nessuno di cui possa fidarmi», continua, «magari mi prende in macchina un mezzo matto…»
«Potrei esserlo anch’io».
«Tu no!», ride, «la fisiognomica è una mia fissa», dice seria, «e tu no».
«Al mare mi faccio una mangiata di pesce, ero stufo di studiare…»
«Studente, macchina e mangiata di pesce; non ti mancano i soldi eh?»
Spaventato da una voce roca mi volto e sopra di noi c’è un tipo. Ha un aspetto torvo, sale diritto dai piedi al torace e poi s’incurva come un punto di domanda. Dice che non possiamo restare seduti qua e che i posti sono riservati al ristorante: «Quando è aperto», precisa guardando soprattutto me. Mi alzo al volo, non mi va di discutere. Lei non si muove. Faccio per allontanarmi e mi cinge il polso invitandomi a restare: un brivido mi scortica il braccio e si pianta nel centro della pancia. La guardo mentre guarda l’addetto che guarda me. Lei percepisce il mio fastidio e mi lascia. Mi muovo irruente e con lo stinco urto una sedia che cade in un fragore di legno e ceramica.
«Questo casino per una sciocchezza?», fa lei restando seduta e alzando il viso in quello accigliato del cameriere.
«Nessun casino», rimane calmo lui, «è una sala riservata, tutto qua».
«Vai se devi andare!», mi fa segno lei sgarbata, «vai!», grida mentre rialzo la sedia.
Ci resto male. Giro attorno al bar. Faccio all’inverso il tragitto di prima. M’infilo nel corridoio dei salumi, seguo il labirinto e cammino verso la cassa. Mi fermo ai bagni per pisciare. Lavo e asciugo in fretta le mani. Scendo la scalinata, non mi volto più e sono fuori: il soffio del vento mi porta il ruggito dei camion. L’asfalto è macchiato d’olio e il benzinaio infila cinquanta euro nel marsupio. Arrivo davanti alla macchina, o meglio, a dove l’ho lasciata perché la macchina non c’è. Mi cerco addosso le chiavi: non le trovo. Mi guardo attorno, sono certo: l’avevo lasciata nella fila centrale sotto il pergolato d’edera e plastica. Penso sia stata lei, non so come ma mi ha fregato: il cameriere era suo complice e m’hanno curato, sono due professionisti. Stordito torno verso l’autogrill, riattraverso il ponte di vetro sospeso sull’autostrada e l’aceto tostato mi raspa la gola. Guardo il tavolo dov’ero seduto: non riesco ad allontanare la vergogna per la mia inadeguatezza. Poi lei riappare: la basculante della toilette le soffia sulla gonna e la sospinge verso me. Mi passa a fianco fingendo di non vedermi. La inseguo e la prendo per un braccio: «Quel passaggio a Milano», dico mentre mi guarda con disprezzo, «non posso dartelo visto che m’hanno fregato la macchina».
Ha gli occhi fermi, le braccia conserte e aspetta solo che io smetta di parlare.
«Sei stata tu, mi hai preso le chiavi», dico senza prendere fiato, «eri d’accordo con quel finto cameriere…»
«Quello era un cameriere vero», si libera dalla mia presa e mi spinge via, «se ti ritrovo la macchina, mi riporti a Milano?», fa poi con aria canzonatrice.
«Allora è così? L’hai presa tu!»
«Le chiavi sì, le hai lasciate sul tavolo quando sei fuggito via», ride, «la macchina però…», allarga le braccia e accavalla le labbra, «credo che l’arcano sia svelato da questa struttura perfettamente simmetrica», e alza la mano lasciando penzolare le chiavi.
Faccio per prenderle ma lei si ritrae come un fiore carnivoro.
«Prima prometti», fa l’occhiolino.
Prometto e seguo la sua scia rosa che volge nel senso opposto a quello da cui tornavo: ero sceso dal lato sbagliato. Senza parlare attraversiamo un salone di gente che mangia: la scalinata è quella giusta e scendiamo dal lato che porta a sud, verso il mare. L’auto è dove l’avevo posteggiata. Lei sorride e c’invitiamo a salire a bordo. Guido fino a Casei Gerola: il casellante ha la faccia quadra, gli occhiali spessi, i capelli unti. Mentre pago, lui non riesce a distoglierle gli occhi dal bordo della gonna che vibra sulla tessitura lieve delle calze. Il viso, somatizzato alla forma del casello, gli si contorce in un’espressione viziosa. Mi dà il resto con le grandi dita e la moneta da dieci centesimi gli resta appiccata al polpastrello. La stacca con il pollice dell’altra mano e mi guarda con un sorriso ebete che schivo premendo l’acceleratore.
«Ora guida tu», dico accostando, «neppure ho la patente, ho diciassette anni».
Sorride. Io giro svelto attorno all’auto. C’è odore di letame. Lei intanto scivola sul sedile di sinistra. Fa inversione e s’infila sotto la pensilina. Intravedo le lenti del casellante scrutarci curiose e sento aggredirmi la voglia d’esistere, di vivere il lampo che mi proietterà nel futuro, come mettessi in bocca un cucchiaio di miele. Lei danza sui pedali con i piedi e le scarpe, con le gambe e le calze. Penso che Roberto non crederà mai a quello che m’è capitato, spero soprattutto mai a quello che mi capiterà. Vedo nello specchietto il riflesso giallo dell’autogrill dileguarsi nel passato. Nel prossimo tema scriverò questa frase e fanculo ai segni rossi della prof.

per Elisa

per elisaLorenzo è un operaio e di opera ne sa zero. Ha conosciuto Elisa a un corso di canto brasiliano; si sono piaciuti subito e sono usciti a cena. Una domenica pomeriggio, a Como, camminando sul lungolago, dopo una visita alla mostra di Magritte, si sono messi a parlare di pittura, letteratura straniera e di opera. A parlare era soprattutto Elisa, ne sapeva di ogni e Lorenzo, annuendo e citando reminiscenze scolastiche, aveva finito col riparare discorrendo di sport, musica leggera e cumulo nembi. Però Elisa gli piaceva di brutto. Due mesi dopo l’attendeva davanti a teatro. Elisa era in ritardo, aveva lasciato le chiavi al posteggiatore e, schivando le pozzanghere, aveva saltabeccato sui tacchi proteggendosi l’acconciatura con un ombrello rosa. Allo smorzarsi delle luci, sul palco, erano apparsi alcuni israeliti disperati. Lorenzo, nervoso e per nulla a proprio agio, aveva tenuto duro fino al terzo atto ma sul Va Pensiero, i suoi pensieri, confluendo oltre la cintola e dispiegandosi più alti, gli avevano ricordato il turno in fabbrica del mattino dopo, quello delle cinque. Così aveva fatto fagotto e si era dileguato dal loggione che a volare pareva lui. Elisa pensò fosse andato in bagno, invece, dal tram, Lorenzo stava chiamando Alda, vecchia amica e tifosa di calcio: «Che ne dici se alla partita ci andiamo insieme domani sera?»

ottocento

Bacio_1867

Piove ancora.
Il cielo lo vedo dall’atrio. É una lavagna, la maestra ha disegnato il tricolore, il vento lo muove e la stoffa tratteggia onde morbide. Il caffè sa di acqua di scarico. Mescolo lo zucchero cercando di pescare i granelli nelle incavature più strette.
Nessuno.
Le sale della mostra sono deserte. Non avrei potuto scegliere giorno migliore. Il capo nemmeno ha battuto ciglio: prendo mezza giornata, ho detto. Lui ha annuito, avrà aggiornato il foglio excel sottraendomi quattro ore dal monte ferie, io ho spento il computer, ho infilato il giubbotto e sono uscito.
L’ombrello non lo porto mai. Farò una fuga fino alla metrò. Mi viene in mente che devo passare al supermercato e sbadiglio, getto il bicchiere nel bidone, mi alzo e decido di uscire.
Attraverso l’ultima sala con aria interessata: due giovani si stringono di fronte alla Betsabea. Sapere che Hayez dipinse Il Bacio come atto d’amore per la nascita dell’Italia mi rattrista: uno dei custodi mi osserva, starà pensando che sono un qualunquista superficiale entrato alle Scuderie per il maltempo, invece no, visto che esco adesso e l’aria fuori è ardesia che neanche un colpo d’ascia potrebbe scalfire.
Ottocento.
Avrei dovuto nascere in un’altra epoca. Passioni, stimoli, caldo sangue e speranze di un secolo che moriva nei volti pungenti del Quarto Stato, al contrario, trascino il pizzico del mio petto dentro una solitudine avariata. I due giovani, mano nella mano, si spostano davanti a un altro quadro, ridono e mi fanno voltare. Lei gli dà una spinta amorevole, lui si allontana, non la molla e la trascina oltre una colonna.
Torno indietro.
Ho scarpe con la para di gomma e passi silenziosi. Ritratto di Anastasia Spini, del Piccio: riesce a dare alla bruttezza del reale una straordinaria dignità. E questa donna, che sembra un uomo con la cuffietta in testa e le pantofole, fa tenerezza da quanto è brutta. Mi chiedo se avrei mai avuto il coraggio di amare questa Anastasia, la luce di quegli occhi infelici, la sua forza di sedersi lì, in posa, a farsi immortalare come una dea, profilo e pelle e pensieri, quando nessun specchio avrebbe potuto ospitarla e concludo che sono un vigliacco. Non riesco più a lasciarla però, immagino la pena di lei che si prepara per la notte, esita per le lenzuola gelide, spegne la candela e non resta che un profumo di cera, la luna bianca oltre la mussola delle tende e le palpebre che si acchetano.
É la mia pena.

il nome di mio fratello

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Christian scende le scale in silenzio, guarda il muro e di sbieco le persone che incrocia. Accenna un movimento obliquo del capo torcendo il collo come se l’avessero impiccato. Isa, sua sorella maggiore, quando ha partorito, ha chiamato il bambino come lui. Le hanno chiesto perché, quasi fosse una colpa e lei, ai curiosi che guardavano il neonato oltre il vetro, ha risposto: «È il nome di mio fratello».
Isa, dopo tanto girovagare, due anni fa ha sposato Orlando, il ragazzo dell’appartamento di fronte. Avrebbe desiderato sposarsi con chi le avesse fatto battere il cuore fin sulla punta della lingua. Con Renato era durata tre anni. Una notte però, le farfalle intrappolate nella pancia erano fuggite come falene e al risveglio, vedendo il faccione ronfante del compagno, la barba ispida e il rotolo di pancia che sbocciava dalla maglia girata insù, aveva fatto le valigie ed era sparita lasciando sul comodino il catalogo Ikea e la piantina della casa. Orlando intanto studiava. Si era diplomato, fidanzato con Anna, lasciato, poi con Giulia, lasciato, laureato in economia e commercio. Aveva trovato lavoro. Gli piaceva fare cose semplici: la pizza il sabato, una gita la domenica, le partite la sera. I genitori di Isa seppero attendere il tempo giusto. Era da sempre che sognavano per la figlia un giovane a modo. La vedevano tornare dai viaggi devastata, come fosse stata in guerra: magra, pallida, ferita; così, quando le intuirono negli occhi il disincanto, levarono l’arrocco e fecero scacco in tre mosse: cena con i genitori di Orlando, incontro casuale Orlando Isa, consapevolezza nell’uno dell’esistenza dell’altra e viceversa. Orlando lavorava in banca già da sei mesi, in una filiale distante ma in un posto di responsabilità, e Isa si convinse dell’inesistenza del principe azzurro.
Tre mesi prima del matrimonio, il signor Beppe, quando aveva già comprato il vestito per condurre all’altare la sua Isa, si salvò da un ictus celebrale per miracolo. Fu Christian a trovarlo rantolante sul pavimento e ad avvertire il 118. Uscì dall’ospedale per il matrimonio, accompagnato da un’infermiera e spinto dal figlio sulla carrozzella a porgere il braccio tremante alla sposa, mentre la chiesa si liberava dalla commozione con un applauso, mitigando l’attesa di Orlando.
Adesso, per essere puntuale, Orlando la mattina esce alle sei e percorre 100 chilometri. Torna alle nove e a volte neppure aprono le persiane della villetta comperata fuori città. Il sabato comincia la guerra dei tagliaerba e della spesa e delle cure al bimbo. A curare il signor Beppe invece, paralisi monolaterale, ci pensa Christian. Dopo qualche lavoro in assunzione obbligatoria non ha trovato più niente. Ha già passato i trent’anni. Tutte le mattine escono alle dieci e vanno al parco. Christian spinge la carrozzella e corre a tenere le porte, a controllare i gradini, a comprare il giornale. Ha imparato a leggere meglio e quando suo padre è stanco, anche se non capisce gli articoli, sputa le parole nere d’inchiostro e le trasforma in sussurri lenti che si spiegano sotto le chiome dei platani. A mezzogiorno tornano a casa. Se piove, giocano a briscola. A Christian piace ramino ma suo padre non ce la fa a tenere in mano troppe carte. Guardano le gocce di pioggia e il padre lascia che Christian segni i punti sui vetri appannati.
«È bello, Christian», dice Christian ridendo.
Il padre annuisce. Ammicca.
«Mica io», continua, «il bambino. Il bambino di mia sorella».
«Tuo nipote! Sei suo zio», dice allora il padre.
Christian resta muto, inclina il capo ed è come se uno stormo di falene gli artigliasse la vista. Il piccolo Christian gattona inseguito dalla nonna. Da quando Isa ha ripreso a lavorare lo lasciano lì. Cresce, impara, guarda nonni e zio: sorride. Quando escono tutti insieme, inseguiti da occhiate che ancora si chiedono perché Isa abbia dato al figlio il nome del fratello, occupano tutto il marciapiede.
«Lo sa Dio…», si rispondono da sole le malelingue.
Sì, credo proprio sia così. Dio lo sa.

la cometa di Halley

Guernica-Pablo Picasso

«Cosa ti serve per essere felice?»
«Non desidero essere felice».
«Supponiamo che tu lo voglia».
«Non vedere soffrire le persone che amo».
«Ami, dunque sei felice».
«Vivo».
«Sei uno di quelli che cercano le comete?»
«Esisto, sono nato, cammino nel mondo».
«Hai delle emozioni, è questo che vuoi dire?»
«Amo le parole, vedono il futuro».
«Avere una casa, un lavoro. Non soffrire la fame, il freddo. Avere un paio di scarpe, non credi che saresti triste se dovessi sopravvivere di stenti?»
«Il cielo non è per i bombardieri, falciano le persone quelli».
Il capomedico della casa di predetenzione di Vetrobaio, Mio Magnifico, si alzò dalla sedia, girò attorno al tavolo e andò a mettersi dietro l’indagato: «Una donna, un film, un piatto di carbonara», sussurrò ponendogli le mani sulle spalle, «ci sarà una cosa che ti fa felice?»
«Fossi felice non m’accorgerei», rispose Mario Fenis infastidito dalla pressione che il medico esercitava con le dita: «Fossi felice, esageratamente felice, morire mi diverrebbe insopportabile».
«Ossessivo pensiero di morte».

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la Pietra di Bismantova

pietra bis

Era una di quelle cose, tipo il viaggio in Australia o fondare una cooperativa di vendita prodotti biologici, che Paolo aveva sempre desiderato fare.
«Ma davvero volete andare alla Pietra di Bismantova?» fece Rachele.
Paolo nemmeno ci rimase male, assaggiò il formaggio che lei aveva messo sul tavolo e alzò le spalle. Conosceva Rachele da una vita e non aveva intenzione di polemizzare.
Proprio in quel momento tornò Luisa: «Ora va meglio», sospirò, «il mio autista non si ferma mai», lanciò un’occhiata al marito, «gli autogrill li vedo sfrecciare e basta».
Paolo girò attorno al tavolo, lasciò cadere le braccia fino a quel momento conserte e spostò la sedia: «Già mi sento meglio», precisò beato, «mi basta il profumo, vedere la terra, il silenzio», sedendosi distese le gambe e prese un’altra scheggia di pecorino, «resterei qui per sempre».
«Il posto sai che c’è» ammiccò Rachele.
«Lascialo dire», fece Luisa «fa così tanto per parlare, mica si stacca dalla sua Milano».
«Lo capisco. In campagna si lavora davvero», rise forte Rachele, «non come in ufficio».
«Te l’ha detto?», Luisa andò a sedersi di fronte a Paolo e rivolgendosi a Rachele disse: «Domani si è messo in testa d’andare a vedere questa pietra. Com’è che si chiama?», con la mano spazzolò la gonna dalle briciole, «pietra di trisavola, di bismario…»
«Pietra di Bismantova», precisò Paolo, «e non capisco che c’è da ridere tanto».
«Pizzica», Luisa prese il coltello, per far forza si alzò in piedi e tagliò un’altra scaglia, «ma è buonissimo», scosse le spalle, «è distante questo posto?»
Rachele sganciò dalla corda un salame appeso sotto la credenza, prese un’asse di legno e appoggiò tutto sulla tavola: «Felino», si girò verso il piano di fianco al lavello e pescò dal tagliere il coltello adatto, senza onde sulla lama: «Paolo, non fai la solita battuta?»
«Quella del gatto sparito?»
«Cosa avrà mai di così bello questa pietra?» disse Luisa.
«È un posto che ha una storia importante», Paolo non aveva voglia d’illustrare l’evidenza, «dal punto di vista geologico e naturalistico è unico», disse, «Dante gli ha dedicato dei versi e ci sono alberi d’ogni tipo», si alzò di scatto, afferrò lo zainetto lasciato sulla cassapanca e tirò fuori un plico di fogli ben ordinato.
«Ti prego…» fece Luisa.
«Ci si trova di fronte questo spettacolo della natura», si mise a leggere Paolo, «che lascia senza fiato. Nel mezzo della vallata si erge maestosa la Pietra di Bismantova. Si formò venti milioni di anni fa, nel periodo medio del miocene, in seguito a orogenesi, ovvero per la fuoriuscita di materiale dovuta allo scontro tra zone tettoniche…»
«Dai, basta!», lo zittì Luisa.
«E comunque», alzò le spalle Rachele, «ci saranno due o tre tipi di alberi, mica chissà cosa. Il nocciolo, la quercia. Il tiglio, mi pare», continuò ad affettare il felino, «si cammina una mezz’ora in questo sentiero e si arriva in cima. Ma mica c’è niente lassù. Ci vanno quelli che si vogliono suicidare», l’insaccato restituiva un odore di budello muffo e pasta grassa, «ma se ci tieni tanto…»
«Quindi ci vuol poco a salire», si tranquillizzò Luisa, «almeno questo». Si alzò: il riflesso della cucina era dentro il vetro della finestra. Toccò il cristallo col naso e vide la campagna avvolta nella sera. Dalla stanza accanto, come il lamento di un animale ferito, arrivava la voce della tivù.
«Ci andate domattina?» domandò Rachele.
Luisa guardò Paolo che si preoccupò subito di confermare: «Ci portiamo da mangiare e facciamo il pic-nic lassù. Sarà piacevole. Poi possiamo fare un giro a Modena, che ne dici Luisa?»
«Tanto decidi sempre tu».
«Bianco o rosso?» s’intromise Rachele.
«Rosso» rispose Paolo. «Bianco» rispose Luisa.
«Un rosato, magari?» propose Rachele.
«Va bene il bianco. Non aprire mica due bottiglie».
«Eccoli qua!» esclamò Gianni entrando in cucina, «finalmente siete tornati a trovarci» si tirò le bretelle sopra il petto. Era in forma come al solito.
«Gianni!» gridò Luisa. Gli corse incontro e lo abbracciò. Si strinsero forte. Staccandosi e guardandosi da vicino. Negli occhi, intrecciandosi le dita e alla fine, slegandosi lentamente.
Paolo avvicinò la bottiglia che Rachele aveva messo in tavola, la sfiorò, prese il cavatappi e le infilò la vite nel sughero. «Sei uno splendore Gianni, davvero», disse mentre spingeva le ali del cavatappi verso il basso. Il turacciolo, seguito da uno sbuffo di fumo, schioccò dal collo. Paolo mescé nel bicchiere due dita e ne assaggiò un sorso: «Ottimo», dichiarò versandolo nelle altre coppe.
«È di quello che produciamo noi» puntualizzò Gianni. Aveva un viso sereno, roseo, guarnito dai piccoli peli di una barba livellata con cura maniacale. Gli abiti, dando l’idea d’informale, lo vestivano con eleganza.
Luisa si buttò in bocca una fetta di salame.
Rachele prese il cesto del pane: «Avranno fame anche i ragazzi, vado a chiamarli».
«Quelli hanno sempre fame», la rassicurò Gianni, «è praticamente un bianco di Scandiano», proseguì, «anche se non posso metterci il marchio», sollevò una delle coppe, «che colore, vero?», ondulò il bicchiere, «sembra oro».
«Stanno guardando la tivù», fece Rachele tornando in cucina, «se hanno fame arriveranno».
«Lasciali là che stiamo più tranquilli», disse Gianni, «e brindiamo noi invece». Fece una pausa, si voltò a destra e a sinistra: «A Luisa», stava già alzando la coppa, «…e a Paolo, naturalmente: ai nostri non ospiti».
Brindarono.
Gianni fu il primo a riappoggiare il bicchiere sul tavolo: «Ancora non ti ha messo incinta questo pisello», dichiarò con foga dando una pacca sulla spalla a Paolo e guardando Luisa. Aveva due occhi rubino. Ammiccanti. Fiammeggiavano lucidi sfuggendo dai seni di lei.
«Qui in campagna si semina», andò avanti a dire incurante dell’imbarazzo creato, «cosa vuoi che ti dica Paolo, sarà l’aria di città».
«E piantala un po’» gli disse Rachele.
«Come va il lavoro? Sempre help-desk?» Gianni cambiò discorso ma non tono.
«Sì, ma intanto vuol fare il musicista lui», rispose Luisa: «Ancora con il solito gruppo di amici d’infanzia. Solo che oramai sono invecchiati i ragazzi».
«Bene» disse Gianni «è bello avere un progetto. È importante».
«Veramente, prima di tutto, suonare a me piace. È una passione, non un progetto…»
«Pensa Gianni, ancora si trovano a provare due sere alla settimana», lo interruppe Luisa.
«Spettacoli, ne fate?» domandò Rachele. Si era seduta. Aveva una guancia dentro la mano e con le dita si torturava una palpebra.
«Sì, qualche serata, soprattutto d’estate» fece Paolo.
«Ma vi pagano?» domandò Rachele.
«Ma figurati!» intervenne Luisa «ti pare che qualcuno li possa pagare per dar fastidio?»
«Ma dai!» sorrise Gianni.
«Suonano ancora quelle barbe di canzoni degli anni settanta».
«Ma cosa vuoi capire tu di musica…» si difese Paolo.
«Gianni, hai poi costruito quella pompa nuova?», chiese Luisa cambiando discorso, «quella per bagnare l’orto automaticamente».
«Sì!» rispose lui «certo. Funziona a meraviglia. Silenziosa…»
Di colpo, i quattro ragazzi piombarono in cucina. Luisa li abbracciò uno per uno: «Alice, Marco! E i due gemelli» strillò «Dio, ma come siete più grandi. Alessandro, Federico!» e li sbaciucchiò.
«C’è la pubblicità?» fu la domanda di Gianni ad Alice. Lei annuì seria: era la primogenita.
«Posso farmi un panino col salame?» Marco, undici anni, stava già cercando qualche fetta di pane avanzata dalla cena.
«Anch’io!» esclamarono in coro Alessandro e Federico.
«Ce n’è ancora di torta, mamma?» chiese Alice nascosta in uno sguardo malinconico. La maglietta era corta e l’ombelico a mandorla si affacciava sopra la cintura dei jeans.
«Ecco, è finita la pace!», allargò le braccia Gianni.
«Non è che avete della frutta secca?» fece Paolo «con questo vino bianco ci sta proprio».
Rachele indicò la credenza e Paolo, dopo aver salutato in fretta i ragazzini e prima di tornare a sedersi, prese la cesta e lo schiaccianoci.
«È così bello questo baccano» disse Luisa. Era come se in cucina fosse entrata una musica. Una dolce inconsistenza, qualcosa di molto simile alle gocce di rugiada. I ragazzi si rifornirono di cibo nel tempo esatto in cui la pubblicità terminò il suo corso, quindi, rapidi, sparirono in sala tivù.
«Che dicevamo?» fece Gianni.
«Pietra di Bismantova» ricordò Rachele «domattina vogliono andare lì».
«L’anno scorso, con Luca», cominciò a raccontare Gianni, «ve lo ricordate Luca?», Luisa e Paolo annuirono, «siamo saliti dalla parete nord, dopo l’eremo. Intendo in scalata. Ma c’è anche un sentiero facile, potete fare quello. E quando siete su c’è una bella vista».
«Infatti pensavo di fare così, ho preso tutte le informazioni da internet».
«Ma senza sporgersi troppo. Che poi soffri di vertigini» gli rammentò Luisa.
«Internet!», esclamò Gianni, «Rachele è patita e ha contagiato pure Alice e Marco. Non vi dico, sempre attaccati a quel computer. Solo io e i gemelli ci salviamo», scosse la testa, «per ora».
«È comodo. È una fonte di notizie facilmente fruibili e…» stava dicendo Paolo.
«Preferisco sperimentare di persona» lo interruppe Gianni.
«Ci facciamo una bella partita a carte?» propose Rachele.
Gianni tagliò altro salame. Altro pecorino: «Mangiate, mangiate. E bevete…»
Poi Rachele andò a prendere le carte. Erano quasi le undici. Le mescolò. Le coppie di pinnacola si formarono in un istante: «Doppio misto ovviamente» affermò Gianni.
«Mi raccomando, Paolo», si preoccupò Rachele, «non come l’altra volta».
«Ma avevamo vinto noi…» sostenne lui.
«Ma piantala», gli diede un colpetto Luisa, «che vi avevamo stracciato».
La voce della tivù si sopì insieme a quella dei ragazzi e attorno alla grande casa calò un silenzio di terra nera e alberi lontani, diritti come impiccati, perpendicolari al distendersi della pianura.

La mattina c’era un sole pallido che teneva i campi avvolti in uno scialle d’argento. Era sabato, i gemelli e Marco dormivano, come Rachele. Gianni aveva accompagnato Alice a scuola. Luisa e Paolo si erano svegliati presto, avevano fatto colazione con caffè, marmellata, fette biscottate e si erano messi in viaggio: «Che freddo!», erano state le uniche parole spiccicate da Luisa. Paolo l’aveva tranquillizzata dicendole che il sole si sarebbe alzato e avrebbe fatto un bel caldo. «Ho visto le previsioni» aveva aggiunto. Ora guidava senza fretta, c’era il traffico della gente che andava a fare la spesa nei centri commerciali e in sottofondo la radio. Alle dieci, seguendo una delle tante curve, d’improvviso e per la prima volta da quando era al mondo, a Paolo, comparve davanti agli occhi, vitale come una belva immortale, la roccia: «Eccola!» sussurrò a voce bassa, con devozione. Il fiato, per la gioia, gli si fermò tra la gola e la lingua. Deglutì, decelerò. Luisa stava parlando al cellulare con la madre: un’altra curva e la Pietra sparì di nuovo dall’orizzonte.
«Gliela farò dopo una foto», mormorò Paolo non trovando un buon posto per fermarsi.
«Sai cosa mi è venuto in mente?», disse Luisa lasciando cadere il telefonino in borsetta, «che forse era meglio mettessi le scarpe da tennis».
«Chissà se troviamo un altro scorcio come quello di poco fa?»
«Mi hai sentito?»
«Era tua madre al telefono? Volevo fermarmi a fare una foto…»
«Le scarpe, dicevo le scarpe», Luisa alzò una gamba e appoggiò la suola sul cruscotto: «Era meglio mettere le scarpe da tennis. Non credi? Come sarà il sentiero?», ne indossava un paio basse, color panna, di pelle morbida, con la suola in lattice e un leggero rialzo sul tallone.
«Vanno bene per il bowling» la prese in giro Paolo.
«È che proprio non c’ho pensato».
«Ma non sarà un sentiero difficile. Se l’ha fatto Rachele».
«Sì, ma sono leggere. Sentirò tutti i sassi dentro i piedi».
«Ci prendiamo un caffè?»
«Fermiamoci in paese, come si chiama quello prima della Pietra?»
«Castelnovo Monti».
«Ci prendiamo anche da mangiare, mica c’è il bar lassù. Hai sentito Rachele».
«C’è la natura. Pensa che la Pietra si è formata venti milioni di anni fa…»
«È ben vecchia».
«È antica come il mondo, non è emozionante? Hai visto come’è bella? Sembra far parte di un altro luogo», le accarezzò la gamba, «l’hai vista poco fa, prima della curva?»
«Ero al telefono».
«Con gli occhi, dicevo. Mentre con la bocca parli, con gli occhi puoi vedere».
«Stupido!»
«Me lo dai un bacio?»
La strada seguiva il continuo declinare dell’Appennino e a tratti l’impennarsi di quei saliscendi verdeggianti.
«Accidenti a me e alle scarpe» le sfilò, sistemò meglio le calze.
«Almeno potevi mettere quelle di cotone».
«Sai che le odio».
«Sì, ma con quelle di nylon sarai più scomoda, non credi?»
«Sono comoda».
«E il bacio?»
«Castelnovo Monti», Luisa lesse il cartello, «ci siamo quasi» e si rimise composta.
«Sì, la faremo tornando indietro la foto» si convinse Paolo.
«Ecco lì, un bar!» fece segno lei.
«Sì, un caffè ci vuole» rallentò, mise la freccia e girò.
«E noi?»
«Cosa?»
«Ha detto Rachele che lì ci vanno quelli che si vogliono suicidare…»
«E allora?»
«Noi non ci dobbiamo suicidare, vero?»
Paolo non fece in tempo a dire niente che Luisa si mise a piangere. Silenziosa. Due piccole lacrime le nacquero dentro gli occhi e le discesero le gote: «È l’unica cosa che so partorire», disse trattenendo i singhiozzi.
Paolo, quando accadeva, non sapeva mai bene cosa dire, cosa fare, come consolarla. In realtà non c’era modo. Poteva solo provare a stringerla e attendere che le passasse.
«Sai cosa me ne importa di quella pietra? È morta! È una cosa fredda, grigia…»
«Dai Luisa», spense il motore, si avvicinò a lei piano, «sai che non ti fa bene fare così».
«Lasciami!», lo respinse, «sta lì ferma da un milione di anni. Che me ne importa a me di quella pietra? Sta sempre lì. Di notte, di giorno. Se piove, se c’è il sole. Non ha sentimenti, non sente il freddo, il caldo» e piangeva «non ride, non soffia, nemmeno s’arrabbia».
Paolo restò zitto, non era proprio il momento di parlare. Luisa era isterica. Provò ad abbracciarla di nuovo: «Non fa assolutamente niente», ripeteva lei singhiozzando. Adesso le frasi le venivano fuori a scatti, «niente di niente. Non serve a niente», era un rubinetto intasato di calcare, «è morta», poi si lasciò andare tra le braccia impacciate di Paolo bagnandogli la camicia.
Quando Luisa si calmò e si ricompose scesero dalla macchina. C’era un piazzale costruito sopra un falsopiano. Tre gradini, l’ingresso. Attorno al bar, una veranda e i tavolini. Dietro il bancone c’era una ragazza giovane, rimmel carico, rossetto pesante: ordinarono. La cameriera appoggiò le tazzine sul banco, loro le presero e le portarono fuori dove si sedettero in silenzio mescolando lo zucchero e guardando le macchine scorrere: «Da qui non si vede» disse Paolo.
«Cosa?»
«La Pietra. Per la foto».
«Non hai detto che l’avresti fatta tornando?»
«Hai ragione».
Alla fine riportarono le tazzine dentro e se ne andarono.
Il piazzale asfaltato, ordinato dalle righe a lisca di pesce, si aprì al termine di un tornante sotto il lato occidentale della Pietra. Non c’erano ancora molte auto e poterono scegliere dove fermarsi. Paolo alzò gli occhi verso il cielo, mimò una rivoluzione con l’indice, poi posteggiò di sbieco ai faggi degli scoscesi. Spense il motore, scese dalla macchina e si mise a scattare foto. Avevano comprato uva, banane; pane, prosciutto cotto. E una tavoletta di cioccolato. Luisa appoggiò la bottiglia piccola sul cofano della macchina e travasò l’acqua presa alla bottiglia da due litri che infine lasciò sul sedile.
«Come sono venute?» Paolo le mostrò lo schermo digitale.
«Belle, belle» rispose Luisa senza guardare.
C’erano degli uomini vestiti di rosso. Molti di loro, in più, come segno distintivo, avevano la barba. Tenevano corde attorno alle spalle e tiranti, moschettoni e ganci. Ramponi appesi alla cintura. Paolo si mise a leggere i cartelli turistici confrontandoli con gli appunti del suo plico. Lei gli diede lo zaino e non disse niente. Attese che lui decidesse il percorso. Imboccarono una scalinata che li condusse sotto le pareti granitiche della Pietra di Bismantova. Facevano paura, si stagliavano verticali pungendo l’azzurro. Schegge di calcarenite, conficcate dentro la marne argillosa e sfuggite alla forza della struttura portante, venivano utilizzate come palestra da scalatori poco esperti. Luisa notò anche qualche bambino. Uno avrà avuto otto anni. Un altro anche meno. I loro papà avevano sguardi duri. Li guidavano con virile fermezza dall’alto di volti dai lineamenti aguzzi e abbronzati. I piccoli rispondevano con occhi teneri e colmi d’ingenua fiducia.
Luisa e Paolo passarono oltre dirigendosi verso l’eremo. Il fondo della pieve poggiava a una parete della roccia e ad annunciarla c’era la statua di San Benedetto. Paolo fotografò la chiesa lasciando in primo piano la quercia del sagrato. Luisa pareva più serena: gironzolava quasi stupita; lui provò a prenderle la mano ma lei non ne aveva voglia. «Non è colpa di nessuno», le disse soltanto. Lei lo fulminò con lo sguardo.
Dentro la chiesa, poi, Luisa contemplava il crocefisso reclamando qualcosa. Paolo pensava che Gesù Cristo avesse altro da sbrigare, così tornò fuori e si mise a studiare la valle che a onde inseguiva l’orizzonte filtrando tra i rami fitti della boscaglia. Che ci restasse lei a pregare: “Tanto non ti ascolterà” pensò “e non ti ascolterà perché ciò che chiedi è mosso solo dal tuo egoismo e allora Dio non sarebbe davvero lui se finisse per accontentarti”, l’aria frizzava, veniva voglia di berla e restare lì per sempre, a maniche corte, senza sentire né il caldo né il freddo. Paolo socchiuse le palpebre, desiderava rimpicciolire più che poteva il paesaggio, racchiuderlo nel tremolare delle ciglia. Poi Luisa uscì dalla chiesa correndogli incontro.
Il sentiero di mezz’ora saliva da ovest. Per imboccarlo bisognava passare davanti a un bar trattoria. Gli uomini vestiti di rosso erano quelli del soccorso alpino e si erano riuniti lì. Dieci persone almeno, disordinati sopra le sedie di ferro e plastica dei tavolini all’aperto. Bevevano e tranquilli discutevano. Era in corso una riunione d’addestramento, cosa che non impedì al gruppo d’osservare Luisa che passava e che a sua volta li guardava. Uno di loro, d’improvviso, facendo sussultare Paolo che scambiò quel rumore per un abbaio, starnutì forte. Paolo e Luisa, lasciandosi tutto alle spalle, cominciarono a salire. Il sentiero era sassoso e in ombra. Luisa si rimise la felpa. Ascoltando la nenia di Paolo, che leggeva le cose sulla Pietra, si trascinava su: «Non ci cadrà un masso in testa?» fece a un certo punto tanto per rompere il silenzio.
Paolo saltò al di là di una barriera che segnalava pericolo: «Io indietro non torno di certo».
«Quello è un divieto di accesso o sbaglio?»
«Anche a Capri era uguale, ricordi?»
«Almeno c’era il mare».
«Se a Capri avessimo dato retta ai cartelli saremmo rimasti sempre in albergo».
«Rischiavamo, facevamo fatica, ma poi si arrivava in quelle calette da sogno».
Giunti in cima curvarono verso sud, quel senso di umidità e di ombre verdi li abbandonò per aprirsi al sole e a una savana gialla popolata dai tigli. Le foglie a cuore seghettato erano sparse ovunque e così i trifogli. Lontani, verso nord, c’erano laburni, aceri montani e un carpino nero. Attraversarono la vegetazione arborea di noccioli, aceri campestri e roverelle e raggiunsero l’orlo del precipizio. Con la fronte a meridione e il vento che ululava, giunsero a un passo dalla picchiata della roccia. Distanti, udivano le voci degli scalatori. Si arrampicavano e gridavano cose. La rupe era diritta come il piombo di un grattacielo. I capelli di Luisa avevano preso una piega strana, il vento li spettinava, ci s’infilava in mezzo e li modellava come fossero di creta. I prati erano decorati da viole a tre colori, da genzianelle, orchidacee e i loro petali oscillavano nella brezza degli oltre mille metri sopra il mare.
«Vassi in Sanleo e discendesi a Noli, montasi su in Bismantova e ‘n Cacume con esso i piè;» si mise e a dire Paolo «ma qui convien ch’om voli; dico con l’ale snelle e con le piume del gran disio, di retro a quel condotto che speranza mi dava e facea lume».
«Sei ubriaco?»
«È Dante» spiegò lui «la citazione di Bismantova, della Pietra. Nel quarto canto del Purgatorio».
«Davvero interessante».
«Ci sediamo un poco?»
«Hai paura che mi voglia buttar giù davvero?»
Erano molto vicini a uno di quei dirupi. Due passi e cento metri di salto avrebbero schiantato i loro corpi mortali contro la potenza assoluta della Pietra. Luisa si avvicinò al ciglio. L’aria, nei pressi dello strapiombo, era elettricità viva: «Cosa fai?» le tenne una mano lui, «lo sai che soffro di vertigini».
«Tu resta lì. Chi ti dice niente».
«Mi dà fastidio anche se ti avvicini tu».
«Mica mi butto».
«Basta con questa storia del suicidio, è stupida, non trovi?»
«Sì, forse lo è».
«Allora stai lì, ti faccio una foto».
«Che noia! Possibile tu debba fotografare ogni cosa?»
«Un ricordo» aveva già estratto dallo zaino la digitale. L’accese. Inquadrò Luisa.
«Vuoi che vada più verso il bordo?»
«No».
«Ma così la foto viene meglio».
«Viene bene anche così».
Scattò. Due, tre volte. Mezzo busto, primo piano, figura intera.
«Che ore sono?» domandò Luisa.
«Hai fame?»
Luisa alzò le spalle.
«Io sì!»
«Facciamo questo pic-nic allora».
Cercarono un angolo un po’ al sole, un po’ all’ombra e ci buttarono sopra il plaid. Cominciarono a mangiare l’uva. Poi i panini. Infine le banane. Paolo raccontava le cose che avrebbe fatto lunedì in ufficio. Luisa provò ad appisolarsi. Ma non ci riuscì: «Guarda là!»
«Cosa?»
«Non è quel bambino che faceva palestra giù, su quelle pietre vicino al bar».
«Mi pare».
«Ti dico che è lui» era certa Luisa «ed è venuto su scalando. Col padre».
«Un po’ pericoloso».
«Guarda suo padre com’è fiero».
«Non capisco la necessità di fare questi sport estremi e in più coinvolgere un bambino, quanti anni avrà? Dieci?»
«Meno» rispose Luisa «non più di nove».
«Pazzo di un padre. Come si può fare una cosa così?»
«È suo padre, saprà bene cosa è meglio per il figlio, cosa vuoi sapere tu?»
«Credi?» s’innervosì Paolo: «Credi davvero che lui sappia cosa sia meglio per il figlio? Io ne dubito. A lui piace arrampicare e costringe il figlio a far lo stesso. Tutto qua».
«Mi fan male le scarpe».
Paolo gliele tolse, vide le dita velate dal rinforzo del nylon e cominciò a massaggiarle i piedi.
«Te l’ho detto che avrei dovuto mettere quelle da tennis» fece lei.
«Sì. L’hai già detto» scivolò lungo le gambe e il tronco e le diede un bacio. Con le mani continuò a massaggiarla, «non stiamo bene insieme io e te?»
Restarono abbracciati, dormicchiando e carezzandosi, per quasi un’ora. Il cielo era appiccicoso di nuvole filanti. Poi Luisa si tirò su. Voleva andare a fare un giro a Modena. Paolo raccolse lo zaino. Lei infilò le scarpe. S’incamminarono. Un’altra coppia, sdraiata sotto un tiglio, era persa in un abbraccio pigro. Paolo riconobbe il nodo del ramo che tracciava la direzione della discesa: il sole si era spostato verso occidente e indorava il sentiero.
Cominciarono a scendere. Paolo, a volte, prendeva delle foglie tra due dita e le palpava.
«Ecco, lo sapevo!» esclamò di colpo Luisa.
«Cosa?» si voltò preoccupato Paolo.
«Si è rotta, una scarpa si è rotta!»
«Ma dove?»
«Dove, dove? Qui!» la tolse. «Lo sapevo. Per questa pietra inutile pure le scarpe ci ho rimesso, ed erano ancora nuove». Sul tallone c’era uno squarcio.
«A Modena te ne compri un paio nuovo».
«Non avevo nessuna intenzione di gettarle via. Non ancora. È che sono inciampata».
«Ma dai, per un paio di scarpe, quante scene».
«Per te va sempre tutto bene».
«Questa gita non ti è andata giù da subito».
«Certo! Dimmi cosa c’è di bello in questa gita? Avanti, dimmelo».
Paolo camminò via. Luisa si rimise la scarpa: «Dove corri, non vedi che devo scendere piano, sennò si sfascia del tutto».
«Sì, ti aspetto, basta che stai zitta».
«Zitta a me non lo dici, capito?»
«Sì! Va bene, però stai zitta! Scusa Luisa, ma oggi mi hai davvero rotto le scatole».
«Ma sentilo».
«Certo che mi senti. Non ne posso proprio più».
«Piantala tu! Te la tiro dietro questa scarpa, giuro che te la tiro in testa».
Giunti vicino al bar c’era uno strano movimento. Nessuno era più seduto. C’era il rumore catarroso di una jeep che saliva veloce. Gli uomini del soccorso correvano qua e là come formiche impazzite. Uno aveva la radio in mano e ci parlava dentro. Si udiva un’eco di grida disperate.
«Ma che succede?» si agitò Luisa.
«Non so» le rispose lui. Ma l’aveva distanziata. Camminava avanti.
La gente si dirigeva in fretta verso lo strapiombo della Pietra chiamato Anfiteatro Basso. Paolo seguiva il flusso. Luisa seguiva Paolo. Si era formata una piccola folla attraverso la quale gli uomini del soccorso faticavano a passare. Dietro c’era un uomo con il viso stravolto. Lo stavano soccorrendo. Parlava a monosillabi che subito gli morivano in gola. Zoppicava e aveva gli abiti strappati. Vicino a lui c’era uno di quelli con la blusa rossa. Gli altri correvano più avanti, verso l’eremo. Paolo si alzò sulle punte per superare l’onda delle persone. Lo vide appena. Non si muoveva più. Era lì sotto, accoccolato come il Gesù di un presepe, adagiato tra i cespugli nani e la polvere. La lastra rocciosa era una bocca dentata e saliva nel cielo. La corda, precipitata con lui, lo avvolgeva. Il padre adesso era in ginocchio, riverso nel sangue che vomitava mentre cercava di spiegare all’uomo del soccorso cosa fosse accaduto. Gridava disperato senza che si potesse capire quel che diceva. Gli uomini del soccorso fecero allontanare tutti.
«È quel bimbo? Vero?» ripeteva Luisa «quello che abbiamo visto in cima alla pietra?»
Paolo tremava però. Faticava a respirare. Luisa, nervosa, gli picchiava i pugni sul petto, era di nuovo isterica; Paolo, prima di essere cacciato indietro, lo aveva visto per un attimo. Luisa chiedeva se fosse ferito: «È quel bimbo? Vero? È lui? Come sta?», il bambino non si muoveva più. Una brezza morbida gli accarezzava i capelli e solo i capelli sembravano ancora vivi.
Tornarono al bar a bere qualcosa. Luisa non voleva smettere di piangere. Paolo la teneva stretta. Ordinarono due amari. Arrivò l’ambulanza. Arrivarono i carabinieri, il magistrato. Gli uomini del soccorso proseguirono negli adempimenti previsti. Il fermento andò placandosi dentro il morbo di una quiete indistinta.
Luisa, zoppicando sopra la sua scarpa rotta, e Paolo, ancora con il suo plico, ammutoliti, decisero di tornare a casa, da Gianni e Rachele, senza passare da Modena. Pagarono gli amari, un pacchetto di cicche, un bicchiere d’acqua e, mentre scendevano la scalinata, c’era un cagnetto grassoccio che si arrampicava faticosamente in senso inverso. Era buffo. Aveva la lingua a penzoloni e la bava gli colava sulla ghiaia. Lasciò andare un latrato dentro il silenzio irreale di quel mondo. Affaticato si fermò un momento, poi abbaiò di nuovo.
Paolo e Luisa, guardando lo spiazzale dove la mattina avevano posteggiato, si resero conto di aver calcolato correttamente il giro del sole: la macchina era all’ombra.