I 25 racconti per me più belli del 2018 [litblog e riviste online]

Antonio Russo De Vivo

Questa è la mia personale e opinabile classifica dei racconti più belli del 2018 pubblicati su litblog e riviste online. Per me è importante: sono certo che la forma racconto abbia trovato uno spazio alternativo all’editoria, quello del web, per cui la situazione attuale è che ottimi racconti sono in rete e presumibilmente alcuni di questi, per svariati motivi, non verranno mai pubblicati su carta.

View original post 547 altre parole

Annunci

Camminando con le cornacchie

VERDE RIVISTA

46507580_10218280862362057_7924410344124973056_nDemerzelevMinore di Trex #5

Luigi Antioco Tuveri (Milano, 1964), sardo a metà. Perito Industriale, tre figli; scrive per ricordare a sé e al futuro d’esistere. Ha pubblicato racconti in rivista, raccolte, blog, quotidiani. Il suo stile non è vincolato a nessun genere letterario, ama sia la fantascienza che la narrazione a sfondo sociale, il giallo, il noir, il cyber-punk, l’erotico, il classico ottocentesco e per cena una piadina. Oggi ci presenta il racconto Camminando con le Cornacchie del quale lasciamo scegliere a voi il genere.

Che dire? Scenicchia una Sega #1, sabato 8 dicembre, è stato un carico di momenti pazzeschi che ancora ci stanno impressi a fuoco nei cervelletti (qui). Polemichette infiammanti a destra e a manca come per esempio Andrea Frau vs Alfredo Zucchi, Andrea Frau vs Luca Mignola, Andrea Frau vs Francesco Quatraro, Andrea Frau vs Vanni Santoni, la Regina Elisabetta e tutta la Teogonia…

View original post 3.274 altre parole

l’ultimo giorno dell’inverno

l'ultimo g inverno

Viola è nata l’ultimo giorno dell’inverno 2016, quattro anni e mezzo fa. È orfana. Sua madre è morta mettendola al mondo; suo padre, pochi giorni dopo, si è lanciato contro la metropolitana in arrivo alla fermata di De Angeli. Non so di più dei suoi genitori, alle famiglie adottive non viene detto molto, è una regola.
Ti sarebbe piaciuta, Augusto. È una bambina dolce e ribelle; io sono di parte, vero, ma voglio giocarmela così e azzardare che ti sarebbe piaciuta, come si faceva tra noi due.

Continua…

briciole come mosche bianche

briciole
Si muovevano solo le mosche. Volavano sui tavolini all’aperto, si fermavano sopra le briciole e passeggiavano inquiete tra i bicchieri sfregando le zampette. Il caldo umido si era gettato sulla pianura e le campagne, le strade e le case, erano piegate in un lungo, pigro respiro. Il bar occupava il pianterreno dell’angolo della piazza del paese, di fronte al sagrato e sotto le mura di una vecchia casa, in una terra che negli anni sessanta era stata dichiarata depressa e che ancora, a distanza di vent’anni, perseverava nella malinconia d’una sopravvivenza obbligata. Il giardino del bar era per metà coperto da una sgangherata tettoia in plexiglas, sopra la quale erano cresciute confuse arterie di edera. Sul confine c’era un albero secco dalle fronde flesse verso il basso che a Chiara ricordarono degli occhi malati. Arrivò in bicicletta, coi capelli raccolti in una coda tenuta sollevata da un mollettone. Pensava alla sera prima. Non era andata bene, non funzionava più e la casa libera, mamma e papà in vacanza, avevano solo contribuito a portare a galla la questione, ad acuire il problema. Cercò un tavolino all’ombra e sedendosi guardò l’ora. Poi sistemò la camiciola di cotone con un gesto lento, lieve. Il cameriere arrivò a sparecchiare. Le mosche si alzarono e volarono sul tavolo a fianco.
«Vuoi ordinare?»
La plastica intrecciata della sedia le s’incollò alle gambe: «Un attimo», rispose, «aspetto una persona».

Continua…

via le mani

sLa stanza è spoglia.
Piena di fiori, poster e di ritagli a nuvola. Invisibili, incollati; la colla, lo scotch; le puntine da disegno infilate nei disegni, nel sughero. C’è la foto della prima elementare, della seconda, della prima media e della terza; la maestra, le maestre e un pino marittimo ha trafitto la terra di fianco alla scuola. Una prof con le braccia conserte e gli occhiali. Hanno ammantato il plesso e in passato gli alberi erano di più; poi rasi, una ferita che ha sparso nodi di pitone, rughe sul mondo di radici sradicate e zaini pesanti, troppo, sulle spalle secche e il silenzio, poco, nelle bocche di sabbia, un grido di paura, sterile e che non lascia scia, è lo squittio dello scoiattolo nella savana. Nessuna noia ma un riverbero di cose da fare, da studiare, da ripetere a memoria. La ricerca sulla Francia, su Parigi, i castelli della Loira. Come essere stati lì e nessuno tocca le mani di Alice. Il bordo della pittura lilla è una greca, sfumature, e lei bussa. Alla porta, alla finestra, alla bocca. Il sangue è salato, rosso, nessuna gradazione. Cola e non è coca, né cola né cocaina. Sergio l’ha provata, lei ha paura e nessuno le ha mai spiegato la differenza tra un altopiano di gemme e la cenere del sottosuolo.
Bussa.

Continua…

una donna per bene

ClaraZetkin

L’8 marzo non si celebrava da quasi un secolo. Clara ne sapeva qualcosa per via di quella sua nonna un po’ suonata che viveva in campagna. Da bambina andava volentieri a trovarla, aveva passato con lei qualche estate e si era divertita col robot che accudiva la nonna, puliva la casa e teneva in ordine il giardino. Adesso era diverso: era una giovane donna di diciotto anni, aveva i suoi impegni, altre cose da fare. Le voleva bene a nonna Ilaria, sentiva che c’era un filo nascosto che in qualche modo le univa, solo che non aveva tempo per darle retta come una volta.
Quel giorno, due settimane prima dell’8 marzo 2115, accese il poly e mandò un messaggio a Rosa e Corinne. Nonostante il divieto governativo si sarebbero trovate al Nero dopo le otto della sera. Ripeté a memoria il testo della canzone, infilò le scarpe e scese nel salone. La madre stava spillando i fagiolini, il padre leggeva e Clara indossò il giubbotto: la reazione dei genitori fu immediata. Il padre lasciò il libro sul divano e corse alla porta; la madre si alzò e si affacciò dalla cucina.
«Sai bene che non si può uscire!», fece il padre parandosi davanti come un soldato.
«Lo so, è per questo che esco».
«Sentila!», urlò la madre, «che ti dicevo? Questa va a farsi ammazzare».
«Non mi risulta che a te importi, mamma».
«Ora basta, Clara!», intervenne il padre, «hai avuto tutto il pomeriggio per uscire».
«Togliti dalla porta!»
«Non esci!»
«Ho le prove del concerto».
«Che concerto?»
«Levati», avanzò e afferrò il pomolo, «e domenica non posso venire da nonna Ilaria».
«Cosa fai?», fece la madre, «la lasci andare?»
«Il concerto è autorizzato?», domandò il padre.
«Certo che no!», rispose Clara, «esiste ancora qualcosa di autorizzato?»

Il Nero era un locale ricavato nella porzione interna di un centro commerciale abbandonato. Lo gestiva Lukas, un giovane ceceno arrivato in Italia da bambino e rimasto orfano.

Continua…

la gatta e la ruota

bici

Livio ha un contratto a termine e una madre che esce di casa solo per andare al mercato comunale. Suo padre è morto tre anni fa e l’unica cosa che ha lasciato è una cantina piena di roba: i bulloni d’una 128 e sedie che fan da nido alle tarme; la friggitrice elettrica presa coi punti del discount e uno scrigno di bobine per il Geloso; una scatola di coltelli vuota con l’interno di velluto blu e qualche 45giri dal vinile rigato. Le sorelle, maggiori di Livio di quasi venti anni, se ne sono andate via da tempo. Sposate, scappate, più viste dal giorno del matrimonio. A quello di Laura, il padre si ubriacò finendo a litigare per il parcheggio.

Continua…

prima di arrivare al mare mi sono fermato all’autogrill

autogmare

Ho preso la macchina di mio padre e ho preso la tangenziale. Erano le due del pomeriggio di venerdì diciannove marzo e non c’era traffico. Ho preso l’autostrada per Genova. Avevo voglia d’arrivare davanti al mare. Mio padre mi ha chiamato sul cellulare perché non trovava le chiavi della macchina. Gli ho detto che se fosse sceso nel box non avrebbe trovato neppure la macchina.

Continua…

per Elisa

per elisaLorenzo è un operaio e di opera ne sa zero. Ha conosciuto Elisa a un corso di canto brasiliano; si sono piaciuti subito e sono usciti a cena. Una domenica pomeriggio, a Como, camminando sul lungolago, dopo una visita alla mostra di Magritte, si sono messi a parlare di pittura, letteratura straniera e di opera. A parlare era soprattutto Elisa, ne sapeva di ogni e Lorenzo, annuendo e citando reminiscenze scolastiche, aveva finito col riparare discorrendo di sport, musica leggera e cumulo nembi. Però Elisa gli piaceva di brutto. Due mesi dopo l’attendeva davanti a teatro.

Continua…

ottocento

Bacio_1867

Piove ancora.
Il cielo lo vedo dall’atrio. É una lavagna, la maestra ha disegnato il tricolore, il vento lo muove e la stoffa tratteggia onde morbide. Il caffè sa di acqua di scarico. Mescolo lo zucchero cercando di pescare i granelli nelle incavature più strette.
Nessuno.

Continua…