l’ultimo giorno dell’inverno

l'ultimo g inverno

Viola è nata l’ultimo giorno dell’inverno 2016, quattro anni e mezzo fa. È orfana. Sua madre è morta mettendola al mondo; suo padre, pochi giorni dopo, si è lanciato contro la metropolitana in arrivo alla fermata di De Angeli. Non so di più dei suoi genitori, alle famiglie adottive non viene detto molto, è una regola.
Ti sarebbe piaciuta, Augusto. È una bambina dolce e ribelle; io sono di parte, vero, ma voglio giocarmela così e azzardare che ti sarebbe piaciuta, come si faceva tra noi due. Una scommessa senza soldi, niente cavalli da giocare.
Viola cammina a piedi scalzi sul parquet della nostra casa, fuori imbrunisce e gli autobus filano dentro le strade. Le luci intermittenti dell’albero di Natale si frantumano sui cristalli delle finestre del terrazzo. Nella bella stagione, la domenica, quando il gelsomino stilla l’aria di miele, pranziamo tutti sotto il pergolato ora battuto dall’aria gelida; l’edera, adesso, è appesa ai graticci, stanca, e alcune foglie dardeggiano l’ultima volta prima di volar via. Le antenne dei palazzi disegnano le interferenze del cielo, in questo principio d’inverno, dimenticato dalle nuvole. Mi vien da piangere e piango così che davanti ai miei occhi tutto scompare in un gorgo che si rintana in me, da qualche parte. Non trovo più niente di questo oggi. Solo il futuro conta, la vita che verrà per Viola, e i miei ricordi: quella volta che pioveva forte e c’era un odore acido, di ozono, io tenevo l’ombrello e tu la mia mano.
Viola salta sul sofà, spengo la lampada del salone e restiamo vicine a osservare l’incanto delle luci. Domani è la vigilia e in cucina sto mettendo insieme gli ingredienti per i pranzi e le cene delle feste. Nel silenzio sento lo sfrigolio dei relè comandare l’alternanza delle luminarie. Dico a Viola che qualche grillo deve essersi nascosto in casa. Lei ride: anche quello di Pinocchio? chiede. Guardo la stella sulla punta dell’albero e cerco una risposta che assomigli a una favola. Viola con un balzo torna a cantare e a correre. È lei il presente che abiterà il domani, lei che ricama il mio tempo e il mio spazio, mi nutre e rende leggera la mia anima vecchia e ossuta. Stamattina siamo andate ai giardinetti. Abbiamo camminato lontano dal suono delle strade, imitavamo le cornacchie indaffarate a becchettare i resti di fianco ai cestini. Spesso camminiamo tanto da arrivare in periferia. Qualche mese fa, al Gallaratese, abbiamo visto le ruspe ricoprire un lungo tratto di Via d’Acqua. So che la stanno smantellando tutta. Alcuni operatori raccoglievano le nutrie dentro il cassone di un camion. Mi ha fatto male quella scena. Hai ragione, Augusto: il tempo punisce ogni errore.
Viola è testarda, a fine ottobre abbiamo dovuto ritirarla dalla scuola materna: litigava con tutti e non era entrata in amicizia con le maestre. La comprendo, stavano qua anche a me. Una aveva lo stesso sguardo di talune onorevoli ai talkshow e l’altra avrebbe avuto bisogno di cominciare tutto daccapo: rifare la materna, la primaria e la media. Portare via Viola da quella scuola è stata la cosa migliore che potessimo fare. Ne troverò una diversa l’anno prossimo.
Mi sento una nonna finta, Augusto lo sai; Clelia è una brava figlia e ora è una brava mamma, sono sempre di parte, vero. Con Orazio, l’hanno avuta in adozione che aveva solo una settimana. Per loro è come una bambina naturale. Tutta la nostra famiglia la ama e io prego dio di campare a lungo, avere il tempo e la forza per spiegarle più cose possibili. Ma ho un piano nel caso non dovessi farcela.
Viola è bella come un bocciolo, è la splendida primavera del giorno dopo il venti di marzo. Quando si arrabbia butta tutto per aria e a tavola lancia a terra tovagliolo e posate. Vuole vivere e s’è accorta dell’imbroglio di questo mondo. Ha capito che questa esistenza velenosa è una follia. Reclama altro. Uffa, Augusto, non rompere! Sono pessimista, lo so. Sempre meglio di te che ti giocavi a dadi anche il cielo. La mia cara amica Ines, sì, quella che non sopportavi ma che sa tutto di astrologia e che odia gli oroscopi perché lei studia la materia come una vera scienza, ha detto che Viola, essendo nata alle otto e mezza della sera, ben dopo il tramonto, è ariete e non pesci, e che quindi il suo carattere è forgiato con le peculiarità dell’ariete in dosi massime; letali, dice ridendo e facendomi gli auguri.
Clelia e Orazio lavorano tutto il giorno e Viola passa con me molto del tempo della sua vita. Andiamo al parco, a far la spesa, dal dottore. Ricreazioni, biblioteca, facciamo colazione al bar. Da un anno è la mia ombra. Tutto quello che faccio io è costretta a farlo lei, e viceversa, e da quando posso portarla con me, giuro, sono ringiovanita. Non credevo potesse accadere. Cammino a piedi scalzi tra l’erba, mi nascondo nel bosco e respiro. Viola è quel lungo respiro. Augusto, te lo giuro, ogni momento con lei è un nuovo incontro. Al museo, siccome per vedere le locomotive bisognava sostare sopra una specie di trespolo montato di fianco alla motrice, lei, vedendo dentro le leve di guida, il buco per il carbone, i pressometri, avrebbe voluto toccare tutto ma le ho detto che nei treni vecchi non si può entrare; allora m’ha chiesto se un tempo i guidatori avessero le mani lunghe, per riuscire a guidare restando sopra il trespolo. Ho iniziato a ridere. Ho riso tutto il giorno, rido ancora adesso e lo stesso sono malinconica. Fatto sta che i bambini dovrebbero poterci entrare nelle locomotive. Il mio più grande sforzo di nonna finta allora è fingere che questo transito terreno, dir così mi consola, sia in qualche modo meraviglioso e valga la pena esserci ed esistere. Respirare. Devo farcela, tenere nascoste le lacrime, assorbirle tra le guance e il cuscino nel silenzio dei risvegli e restituire a Viola il sole che lei deposita su di me, in casa, su tutti noi.

Libera è un’amica di Viola. Abita nel nostro palazzo ed è nata nel gennaio di quell’anno, il 2016. È due mesi più grande di Viola. I Maggi l’hanno avuta in adozione a metà febbraio. Sono stati tra i primi a godere del piano macroregionale a supporto degli orfani. Frequenta una scuola materna privata, in centro. Suo padre adottivo lavora al Museo del Duomo e tutte le mattine la porta al collegio. Il pomeriggio i nonni escono e vanno a prenderla. Alle quattro e un quarto rientrano. Libera vuole giocare con Viola, entra in cortile e sale in fretta le scale inseguita dai nonni che cercano di trattenerla o di sviarla. Ma non c’è niente da fare. Libera corre fino al sesto piano, da noi. Bussa, entra, salta tra le braccia di Viola che l’aspetta e giocano. I nonni arrivano in ascensore, si scusano, a volte si fermano per un the. Abitano al quarto piano, di fronte all’appartamento del genero e della figlia.
Tutto il Nord Italia, nel 2016, è stato flagellato dai decessi da parto. È stato terribile, Augusto. Migliaia di donne sono morte dando alla luce il proprio bambino e scatenando il suicidio o la follia del partner. Ora, a distanza di quattro anni, sapere il perché dei decessi non riduce l’orrore. Una generazione di orfani affidata a genitori adottivi o a Case di Crescita, così sono stati chiamati i brefotrofi del terzo millennio. Adesso sappiamo che la congiuntura clima-inquinamento che trasformò la pianura padana in un’immensa camera a gas, fu l’effetto scatenante dello stress da parto culminato in tragedia. Polveri sottili, agenti contaminanti, monossido di carbonio da una parte e calma di vento, assenza di pioggia, persistenza di nebbia dall’altra, generarono una miscela mortale.
Molti hanno voluto imputare la colpa anche all’esposizione mondiale. Più gente a Milano e nel Nord, più aerei, sovra utilizzo delle risorse e uno slogan che, preso alla lettera, aveva finito per rivelarsi fatale; come se Milano, nutrendo il pianeta, fosse stata obbligata a spogliarsi della propria energia vitale e l’expo avesse finito per divorarla. Ma questo, anche a distanza di tempo, non è possibile provarlo.
Viola è viva.
I bambini nati tra il primo gennaio e la fine di maggio del 2016 sono, tranne che per cause diverse, sopravvissuti tutti, così come tutte le madri sono defunte.
Un giorno Viola dovrà sapere. Vorrà sapere. Ho il mio piano, Augusto: una caccia al tesoro. La psicologa dice che dieci anni potrebbe essere un’età giusta, vedremo. Clelia e Orazio non sarebbero capaci di spiegarle le cose per bene. Ci vuole una nonna, ci vuole più amore e allo stesso tempo distacco. Dovrò essere io a dirle chi è. Intanto racimolo informazioni. È vietato, devo farlo di nascosto, potrei essere incriminata. Milano e il Nord Italia vogliono dimenticare. Ma non si può aspirare al futuro negando la memoria e io sono memoria.

Oggi non sono passata a trovarti. Il mercoledì è il nostro giorno, lo so, ma domani è la vigilia di Natale ed è il giorno che amo di più; perché il Natale è la storia più bella che abbiamo da raccontare. Saresti stato un buon nonno finto anche tu, anche se la parola finto non ti sarebbe piaciuta, va bene: saresti stato un buon nonno e basta.
Viola arriva da dietro e mi tira la gonna, vuole che torni sul divano, ha in mano un okulele e lo suona, intanto canta a voce alta e tiene il tempo con la testa. La muove su e giù e i capelli le fluttuano delicati.
«Poi usciamo a fare un po’ di spesa…»
Viola si ferma, mette il plettro tra le labbra.
«Domani è la vigilia di Natale», le ricordo, «dovrò preparare un po’ di cose buone, devo scendere al negozio».
«E mi devo vestire tutta, nonna?»
«È freddo fuori, certo che ci vestiamo».
«Ma poi ti posso aiutare a preparare?»
«Sì».
«Ora giochiamo ancora?», riprende a suonare. Le corde dell’okulele vibrano insieme alla sua voce, «tu stai lì nonna, stai lì seduta che ti faccio un concerto».

Io e Viola usciamo verso le sei e mezza. Molti tornano dal lavoro. Da ottobre del 2016 è stato proibito l’uso del mezzo privato in tutta l’area metropolitana. I divieti si sono poi allargati, con modalità differenti, a tutta la Pianura Padana e di conseguenza a tutto il Nord. I bus elettrici viaggiano rapidi sulle strade libere dal traffico. La proibizione ha contributo a ossigenare il catino padano liberandolo da una buona parte di sostanze inquinanti. Le spese per le caldaie, sostituite in blocco in tutta la città, furono coperte da un finanziamento trivalente: regionale, statale ed europeo. Senza deroghe. Nel giro di un anno vennero sostituite tutte le caldaie di Lombardia, Piemonte e Veneto.
Il rapporto dell’Agenzia Europea per l’Ambiente, già alla fine dell’anno 2013, aveva identificato in Pianura Padana e in particolare nell’area lombarda attorno e dentro Milano, una qualità dell’aria pessima, la peggiore di tutta Europa, tanto che neppure poteva considerarsi aria respirabile dall’uomo. Come per altri resoconti precedenti, amministrazioni politiche, soggetti produttivi e singole persone si erano ben guardate da considerare la questione come un ultimatum e le favorevoli condizioni climatiche di quel periodo avevano concorso a nascondere il pericolo. C’era voluto il sacrificio di 12.476 coppie per spronare Milano e la Lombardia, il Nord e l’Italia stessa a cambiare modo di vivere.
12.476 orfani.
Una è Viola.
Al negozio vicino a casa andiamo a piedi. Molti grandi centri commerciali, raggiungibili solo in auto, sono stati chiusi tra il febbraio e l’estate del 2017. Nel frattempo, da quel giugno del 2016, quando la prima legge antismog venne varata, un circolo virtuoso di nuove abitudini ha riportato i negozi nei quartieri. Negozi vivi, stracolmi di cose a prezzi normali. Chilometro Zero, biologico, prodotti delle cascine padane, fino a quel momento cibo per un’elite, iniziarono a riempire gli scaffali.
Nel condominio abbiamo una decina di carrelli elettrici. Viola si diverte. Si può usarlo anche in tre. Un guidatore adulto davanti, in piedi e al timone; un bimbo tra i quattro e i dieci anni vicino all’adulto e un bimbo piccolo sul seggiolino. Poi si va a far la spesa e si torna con quello, senza usare nemmeno i sacchetti. Si riempie il carrello e si torna. Io salgo con il carrello fino in casa e lascio la spesa, poi lo rimetto sotto carica, in cortile.
Un’altra delle leggi varate dopo l’esposizione mondiale ha portato all’eliminazione in un anno e mezzo di tutte le barriere architettoniche. Senza le automobili poi, le strade sono diventate enormi e allora si sono fatte davvero le piste ciclabili, le pedonali, quelle per i carrelli spesa. A ogni angolo è possibile noleggiare bici, piccole auto elettriche, furgoni elettrici. Molte zone della città sono servite da funivie orizzontali. Sono cabine che contengono fino a cento persone che viaggiano a circa quindici metri da terra e che, come vagoni metrò, portano le persone da un posto all’altro. Una delle cose decise dopo l’expo è stata anche quella di non scavare più per costruire linee sotterranee. Troppe spese, troppo inquinamento, troppa terra mossa per niente.
«Non siamo topi», ha detto il sindaco dell’Area Metropolitana, «che bisogno c’è di vivere sottoterra?»
Funivie elettriche che tagliano la città a quindici metri di altezza. Lo spazio lo ha creato il divieto dell’uso di auto private. Tutti i benzinai sono diventati distributori di elettricità per bici a pedalata assistita, auto elettriche, monopattini. Il circolo virtuoso ha costretto le aziende produttrici di auto a convertire la produzione e tutti questi nuovi lavori e altri ancora hanno rimesso in moto l’economia. Gli incentivi agricoli hanno portato in breve tempo molti giovani senza lavoro in campagna. Terreni adibiti a coltivazioni per mangimi sono stati espropriati e assegnati per progetti “a nutrimento-umano”. Ogni ulteriore consumo di territorio è stato soppresso e le case vuote e sfitte sono state sequestrate, ristrutturate e assegnate.
Bastava poco. La morte di 12.476 madri e, in un effetto domino, il suicidio di 11.134 padri. Gli altri sono impazziti. 12.476 orfani.
Io e Viola entriamo nel grande emporio Ol&Son e compriamo tutto quel che serve per Natale. Viola è curiosa: tocca, annusa, il salumiere le fa assaggiare una scaglia di parmigiano. Ci sono i festoni. Il presepe di fianco alla cassa illumina a intermittenza la pelata di Taddeo, il direttore del negozio. Torniamo a casa a grandi passi. Mangiando con la bocca il freddo pulito del 2020, filando sul carrello elettrico. Viola saluta le foglie cadute sui marciapiedi e sbircia dentro le finestre gli addobbi natalizi affacciati sulle strade.

Biossido d’azoto, Augusto. Le indagini hanno stabilito che è stato questo composto a uccidere le partorienti. Durante la gestazione, i corpi delle madri hanno istintivamente protetto la loro placenta risucchiando da se stesse tutte le risorse più sane per nutrire con efficacia il feto. Questo, nei nove mesi di maternità, le ha debilitate, conducendole alla morte durante il parto. Il biossido d’azoto crea problemi alla respirazione e i decessi delle madri, nella quasi totalità, furono per asfissia. Io non dovrei pensare a queste cose, dirtele ogni volta, ma quando provo a prendere sonno, la sera tardi, non posso evitare di pensarci. Come stai Augusto? Esiste davvero l’aldilà? Ci sei? Mi senti? Mi stai aspettando? Non fosse per Viola avrei solo desiderio di correre da te; anche se quando eri qua, eri sempre tra i piedi. Ma c’è la bambina adesso e io devo proteggerla per tutto il tempo che posso, te l’ho detto. Te l’ho già detto, lo so. Buonanotte Augusto, è freddo il letto senza te.

Viola ha un po’ febbre. Niente di grave. Le feste sono passate serene. Gennaio è bianco e triste. Non c’è più niente da aspettare. C’è ancora molto da fare per continuare a vivere da esseri umani, per il futuro.
I piani di riqualificazione della cultura pubblica sono quelli che mi stanno più a cuore. Ci sono i comitati di quartiere che controllano la ristrutturazioni delle scuole pubbliche e io ne faccio parte; ci sono le commissioni parlamentari che hanno il compito di stabilire un diverso e rivoluzionario gettito salariale. Il professore, il maestro, l’educatore, già dall’anno scorso sono tra le professioni più pagate. Il governo centrale ha abolito i call-center e li ha trasformati in facility-center. È vietato telefonare alle persone cercando di vendergli servizi inutili a tariffe drogate. Gli operatori, viceversa, devono solo facilitare le persone all’uso delle nuove tecnologie. L’utilizzo della rete e delle comunicazioni è gratuita. Il rientro di capitali dall’estero e lo stop al lavoro nero con il riconoscimento della nazionalità alla quasi totalità degli extra-comunitari, hanno immesso denaro nelle casse dello Stato il quale ha potuto concedere migliori servizi, spesso senza spese, ai propri cittadini. Quello che si paga è lo spreco. La tassa sullo spreco è la più alta. Vietato sprecare cibo, vestiti, tempo. Ammennicoli tecnologici, sacchetti, legno. Tutto deve essere riutilizzato e riciclato.

Oggi vado all’appuntamento con il ricettatore d’informazioni. Mi darà il faldone. Conoscerò tutto dei genitori di Viola e Viola, a suo tempo, potrà sapere. Lo devo incontrare sui navigli. Ai Lavandai, vicino al ponte. Ho già fatto il bonifico. Lui mi lascerà una busta. Ha detto di mettermi un cappotto colorato. Metterò quello fucsia. Stai tranquillo, Augusto. Andrà tutto bene. Sono la sola che ha il coraggio di trasgredire le regole per il bene di Viola. Devo andare io.

I fiori stanno germogliando ovunque. È una primavera mite. Io e Viola, a pranzo, spesso facciamo dei pic-nic in qualche parco di Milano. La mattina andiamo al museo o a una mostra, poi ci fermiamo in salumeria, compriamo pane e salame, prosciutto e formaggio, frutta e da bere e ci sdraiamo sull’erba, tra le margherite, sotto l’azzurro del cielo profumato di gemme che fioriscono sugli alberi. Viola gioca. Io riposo. Ieri siamo andate a piedi in zona fiera. In Via Monte Bianco c’erano tutti gli Alberi di Giuda in fiore. Piccoli petali rosa ovunque. Sulla strada, sul marciapiede, tra le aiuole. Viola ne ha raccolti un po’ in un sacchettino e a casa abbiamo fatto un collage. Mentre camminava per i viali di Milano ho pensato a un miracolo. Non c’era puzza di smog e il cielo era il Mar di Sardegna, l’aria entrava diretta nel naso, nella bocca, nelle orecchie di Viola e lei non tossiva. Era felice. Forse non dovrei dirle niente del passato, non so. Tu, Augusto, cosa faresti?

Viola scova l’ultima traccia della caccia al tesoro. Nella busta c’è il faldone e qualche mia parola. È abbastanza grande oramai. La posso vedere, la vedo. Tu, Augusto? La vedi? Prendimi la mano, scaldala. Ecco Viola: sta leggendo, legge. Guarda come è attenta. È l’ultimo giorno dell’inverno 2028 sulla Terra, a Milano, in Italia, anche se qua il tempo non esiste. È il suo dodicesimo compleanno e le ho regalato l’album della memoria. Ora potrà leggere di sua madre, di suo padre. Tira un vento freddo. Augusto, dove ti sei nascosto? In quale pittura? Dai, tanto sai che ti trovo. Tutto è trasparente. Strade e case e viali di vento. Foglie che cadono e altre che gemmano, stelle che brillano sui fiumi. Acqua ed eterni ritorni di parole, una dietro l’altra. Un paradiso. E tu che piangi, commosso.
Viola cammina verso la finestra e alza gli occhi al cielo. Sorride. Sa che la vedo. Clelia la chiama. Orazio posa la borsa sotto l’attaccapanni, la giornata di lavoro è finita. Si abbracciano. Clelia è spaventata, triste: “Adesso che Viola sa” pensa “mi vorrà bene ancora?“
Ecco che si muove, Viola cerca un abbraccio. Pare un’alga in fuga da un mare senza ossigeno, protesa verso il sole. Respira Viola, respira. Stringe Clelia con forza e Orazio le raggiunge.
Augusto, ti ho visto. Sei dietro al melograno, scommessa? Ti prendo, mi tuffo nei colori e nuoto nel rosso e nel verde, nell’arancio e nell’indaco. Nell’eterno.

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briciole come mosche bianche

briciole
Si muovevano solo le mosche. Volavano sui tavolini all’aperto, si fermavano sopra le briciole e passeggiavano inquiete tra i bicchieri sfregando le zampette. Il caldo umido si era gettato sulla pianura e le campagne, le strade e le case, erano piegate in un lungo, pigro respiro. Il bar occupava il pianterreno dell’angolo della piazza del paese, di fronte al sagrato e sotto le mura di una vecchia casa, in una terra che negli anni sessanta era stata dichiarata depressa e che ancora, a distanza di vent’anni, perseverava nella malinconia d’una sopravvivenza obbligata. Il giardino del bar era per metà coperto da una sgangherata tettoia in plexiglas, sopra la quale erano cresciute confuse arterie di edera. Sul confine c’era un albero secco dalle fronde flesse verso il basso che a Chiara ricordarono degli occhi malati. Arrivò in bicicletta, coi capelli raccolti in una coda tenuta sollevata da un mollettone. Pensava alla sera prima. Non era andata bene, non funzionava più e la casa libera, mamma e papà in vacanza, avevano solo contribuito a portare a galla la questione, ad acuire il problema. Cercò un tavolino all’ombra e sedendosi guardò l’ora. Poi sistemò la camiciola di cotone con un gesto lento, lieve. Il cameriere arrivò a sparecchiare. Le mosche si alzarono e volarono sul tavolo a fianco.
«Vuoi ordinare?»
La plastica intrecciata della sedia le s’incollò alle gambe: «Un attimo», rispose, «aspetto una persona».
Andava di rado in quel bar, era più un posto da vecchietti e briscola, avevano deciso di trovarsi lì perché c’era questo giardinetto. Conosceva il cameriere di vista, in paese ci si conosceva tutti. Lui passò un panno sul tavolo, riprese il vassoio e tornò dentro il locale, sparì tra le strisce di plastica colorata come in una magia. Chiara sfiorò con un dito la caviglia, un centimetro sopra il bordo delle ballerine color bronzo, per lenire la puntura di una zanzara. Oggi, qualsiasi movimento, costava fatica. Consumò un po’ dell’attesa ascoltando il ronzio delle pale di un ventilatore che giungeva fino in giardino e che pareva far danzare le mosche. Era probabile che dentro fosse più fresco. Pensò di alzarsi ed entrare ma immaginò che lui sarebbe arrivato e non l’avrebbe vista. Si allungò e prese un quotidiano posato sulla sedia di fianco. Il campanile, infilato nel cielo fuso, rintoccò l’una. In prima pagina si parlava della ragazza assassinata nello spogliatoio della palestra: “Gli inquirenti stanno vagliando tutte le ipotesi…” recitava il sottotitolo. Sfogliò rapidamente le pagine interne. Le mosche, in controluce sulla lamina di alluminio dei tavoli, si confondevano con le briciole di pane. Restò incantata a seguirne i rapidi movimenti: le ali erano minuscole vele, tremolavano, e dietro c’era il mare grigio della piazza riarsa di sole. Prese un fazzoletto dalla borsa e deterse un po’ il collo, dietro, dove il tocco dei capelli sfuggiti all’elastico l’aveva fatta sudare. La macchina sportiva si compose sulla linea d’ombra del cornicione e prima di frenare ruggì un’ultima volta. Alberto scese dinoccolato. Aveva un corpo sbalzato da muscoli e abiti aderenti. Le spalle, viste da dietro, erano larghe. Il petto però, meno possente, tradiva un’esagerata sollecitazione della fascia dorsale. Era un corpo di un fascino spietato.
«Non credevo arrivassi in orario», disse lei.
«Mi sono sbrigato». Si lasciò cadere sulla sedia, mise gli avambracci sul tavolo e schioccò le dita.
Il rumore secco delle cartilagini la fece rabbrividire: «Hai preso tutto per l’esame?», disse.
Lui si voltò verso la porta del bar: «Hai già ordinato? Ho sete».
«No, ti ho aspettato…»
«Cameriere», gridò lui agitando le braccia.
«Piano, fai scappare le mosche».
Il cameriere, restando sull’uscio, si affacciò e rimase in attesa con le braccia lunghe e le mani infilate nel marsupio del grembiule.
«Per me una birra in bottiglia, tu?»
«Una menta ghiacciata».
Il cameriere annuì e rientrò. Le corde di plastica dell’uscio frustarono l’aria pregna di liquidi invisibili. Alcune mosche tornarono indietro, verso i tavoli vuoti del giardino e attorno a Chiara e a lui.
«La tesi, come va?», disse Alberto: «Ci hai lavorato?»
«Mi sono svegliata presto stamattina e ho studiato bene, un buon lavoro. Sono soddisfatta».
«Brava», disse prima che gli comparisse uno gnocco sulla guancia: «Altro?», divenne serio, «di ieri sera per esempio?»
Il cameriere arrivò col vassoio. Poggiò sul tavolo due sottocoppe di cartone plastificato e mise sopra i bicchieri. Aprì la bottiglia di birra e la lasciò sul tavolo. Fece per andare via ma Alberto lo chiamò.
«Mi lasci il tappo?», disse, «mi piace giocarci».
Chiara non aprì bocca.
Il cameriere fece due passi indietro e con un gesto di esagerata riverenza posò il tappo di fianco alla bottiglia: «Serve anche il cavatappi?», disse.
«No, grazie», rispose lui tra i denti.
Il cameriere se ne andò trascinando gli zoccoli.
«Alla fine dovrai deciderti a dare analisi due» disse lei: «Non credi?»
Lui accennò un sì e cambiò discorso: «Stamane la macchina faceva un rumorino strano…»
«Non puoi chiedere il rinvio per il militare all’infinito».
«Ti vuoi liberare di me?», le prese una mano, carezzandola e stringendola, la fissò dentro gli occhi con lucida cattiveria fino a percepirne un brivido.
«Che hai capito», fece Chiara togliendo la mano: «Dicevo per il tuo piano studi».
«Smettila di preoccuparti del mio piano studi, non ti basta il tuo?»
«Io mi laureo a ottobre. Ho solo due anni più di te e tu sei indietro di quattro».
«Dovrò dirlo a mio padre del rumore».
«Che rumore?», muovendo il bicchiere si accorse che il ghiaccio era già sciolto: «Che dici?»
«Mi ascolti o no quando parlo?», disse Alberto, «il rumorino che fa la macchina».
Lei non aggiunse altro sull’argomento: «Sei passato in biblioteca?», disse poi.
«E tu? Cos’hai deciso?»
«Ho anche fame», tolse lo sguardo: «Prendiamo da mangiare?»
«Non hai pranzato a casa?»
«Solo la colazione».
«Le tue colazioni sono dei pranzi nuziali».
«Il primo pasto è il più importante».
«In università ho preso un panino».
Il cameriere, quasi avesse sentito, riapparve in quel momento.
«Potremmo avere un’insalata?» domandò lui.
«Se volessi altro?», fece Chiara.
«Mangi sempre insalate…»
«Ho capito, ma posso ordinare io?»
«E ordina tu».
Il cameriere avanzò di due passi. Infilò di nuovo le mani nel grembiule e rimase in attesa.
«Un’insalata tonno, pomodori e mozzarella», disse lei.
Alberto alzò le spalle e fece uno sguardo d’intesa al cameriere. Chiara fece un respiro forte, odiava la complicità tra maschi. Il cameriere non fece troppo caso all’occhiata d’alleanza, registrò nella mente l’ordinazione e prima di rientrare sistemò gli altri tavoli; raccolse alcuni bicchieri, diede un colpo di straccio. Le mosche ronzarono e infastidite volarono via, sparendo nel nulla.
«Hai visto?», fece lei.
«Cosa?»
«Le mosche, eccole che tornano…»
«Dove?»
«Lì!», fece segno, «su quel tavolo, il cameriere ha scordato di pulirlo, tornano sulle briciole».
«Non capisco che hai oggi», scrutò la sua macchina in strada, «questo interesse per le mosche».
Rimasero in silenzio un minuto. Bevendo, senza incrociare gli sguardi. Poi Alberto provò a riprendere il filo del discorso che gli interessava.
«A me non va più bene», disse, «e credo che ieri sera l’abbia capito anche tu».
«E se decido di prenderla, torneremo felici», disse Chiara: «Sarà tutto come prima?»
Lui rispose svelto: «Come prima, certo», disse appoggiando la birra.
«E se decido di fare quel che più desideri, quando dirò cose belle, magari dirò briciole come mosche bianche, vedrai anche tu quello che vedo io, sentirai anche tu quello che sento io?»
«Sì. Sentiremo insieme tutto quanto».
«Ci sono stata, sai?»
«Lo avevo capito».
«Non ho ancora deciso però».
Lui fece di sì e tese le mascelle: «Oggi io invece passo dal meccanico», disse poi, «per il rumorino…»
Chiara si alzò di colpo e Alberto zittì. Le ultime sillabe gli morirono nel rigido silenzio degli occhi di lei. Un istante dopo, mentre il cameriere arrivava con l’insalata, Chiara andava via e le mosche, lasciando le briciole, si sollevavano. Alberto strinse tra due dita il bordo zigrinato del tappo, penetrandosi la pelle col metallo e ferendosi il polpastrello. Una goccia di sangue scese a pizzicare l’alluminio del tavolo. Osservò di nuovo la carrozzeria lucida e nera della macchina, la piazza rovente nella stasi di un’afa spietata e Chiara che andava via di spalle, spingendo le ballerine sui pedali.

via le mani

sLa stanza è spoglia.
Piena di fiori, poster e di ritagli a nuvola. Invisibili, incollati; la colla, lo scotch; le puntine da disegno infilate nei disegni, nel sughero. C’è la foto della prima elementare, della seconda, della prima media e della terza; la maestra, le maestre e un pino marittimo ha trafitto la terra di fianco alla scuola. Una prof con le braccia conserte e gli occhiali. Hanno ammantato il plesso e in passato gli alberi erano di più; poi rasi, una ferita che ha sparso nodi di pitone, rughe sul mondo di radici sradicate e zaini pesanti, troppo, sulle spalle secche e il silenzio, poco, nelle bocche di sabbia, un grido di paura, sterile e che non lascia scia, è lo squittio dello scoiattolo nella savana. Nessuna noia ma un riverbero di cose da fare, da studiare, da ripetere a memoria. La ricerca sulla Francia, su Parigi, i castelli della Loira. Come essere stati lì e nessuno tocca le mani di Alice. Il bordo della pittura lilla è una greca, sfumature, e lei bussa. Alla porta, alla finestra, alla bocca. Il sangue è salato, rosso, nessuna gradazione. Cola e non è coca, né cola né cocaina. Sergio l’ha provata, lei ha paura e nessuno le ha mai spiegato la differenza tra un altopiano di gemme e la cenere del sottosuolo.
Bussa.
Non vorrebbe ma sta lì dietro la porta, la finestra, gli occhi. Non dice niente e c’è. Sta lì: senza fretta, non ha voglia, picchia però, è stata Alice a chiamarla. Bussa alla porta di casa, quella blindata da suo padre, alla porta della cameretta di Alice, alla finestra della cameretta di Alice. Piange e bussa. È il posto suo e si commuove di tutto quell’amore, sa che da lei si va soltanto via e invece Alice si lecca le ferite, la evoca e corre ad arcipelaghi di isole infelici, le dita formano baie che raccolgono lacrime. Bussa: nella ghisa smaltata della vasca da bagno del bagno di Alice, sulle costole delle veneziane verdi che sfrigolano quando il vento è arrabbiato, sul soffitto, si cala dal filo del lampadario e fulmina la lampadina. Sergio le ha toccato il seno e poi giù, l’ombelico, la pancia, l’inguine. Sergio puzza di nicotina, non le ha toccato le mani e le sta attorno. Alice non lo manda via perché almeno lui le sta attorno. Gli altri hanno paura. Fuoco la musica. Si muove, è una fiamma che spacca il silenzio. Spacca le orecchie, la alza, suo padre ha spaccato il lettore cd; Alice mette la cuffia, alza la musica, i timpani ragliano e, quando torna al mondo, è una conchiglia che porta il mare. Suo padre le ha riempito la testa di pugni e gli auricolari si sono rotti, dalle orecchie è uscito un filo rosso e non ha potuto neppure giocare il jolly. Si sono spaventati tutti. Al dottore del pronto soccorso hanno detto che Alice ascolta la musica troppo alta e gli hanno dato duecento euro, così, in mano. Quattro pezzi da cinquanta sul palmo e lui li ha fatti scivolare sotto il camice, in tasca.
«Hai fatto i compiti?»
«Sì».
«Questo quaderno è un pasticcio».
«Sono disordinata, lo sai».
Ci sono i piatti di tre giorni impilati sul lavello. Sua madre fuma e poi butta la cicca giù dal balcone: «Hai studiato?»
«Storia».
«Poi me la ripeti».
Alice ripete, la madre guarda la tivù, Amici. Le ragazze cantano, ballano, frignano. Hanno culi tondi e calzamaglie velate. I ragazzi sono belli, pettinati alla moda e sogghignano dietro denti bianchi come avorio strappato a qualche animale che era vivo. Quando il padre torna, la madre si mette in cucina: Amici con meno pollici. Il padre mangia come un orso, rutta e unge il telecomando di pollo e senape. Si toglie le scarpe e le lascia lì, si addormenta sul divano. Quando è ubriaco, la madre lo chiude dentro e lui urla. Una volta ha sfondato la porta a pugni. Alice e la madre sono scappate dai vicini. È arrivata la polizia comunale: cinquecento euro e gli agenti sono andati via. Poi il padre, il giorno dopo, ha portato tutti a Gardaland.
E in macchina cantavano.
Hanno cantato le canzoni dei Pooh. E hanno riso e giocato e mangiato un sacco di pasticci, fatto la fila e disceso tutte le attrazioni, le giostre, i mostri. Il mondo era bello, più bello e loro bellissimi e con il sole dentro agli occhi e gli occhiali da sole, i visi come petali di tulipani. Alice si era vestita con la camicetta a rombi colorati, i jeans, le scarpe basse, da ballerina. Sono arrivati a casa che era notte e il quartiere era un silenzio bianco di case diritte e uguali, campanili di sonno sdraiati verso il cielo. Stelle sulle punte incandescenti a forma di stella, piccole e vicine, occhi sulle macchine posteggiate. Hanno lasciato la Punto in divieto di sosta, con due ruote sul prato delle cacche e, a casa, Alice ha sentito che sua madre e suo padre facevano l’amore. Poi si è addormentata.
«È il tuo fidanzato?»
«No che non lo è».
«E chi è allora?»
«Un amico, ma che ti frega?»
«Sono tuo padre, mi frega tutto di te».
Alice non risponde, gira la faccia via da lui.
«Stai uscendo?»
Alice alza le spalle.
«Tieni», il padre posa cinque euro sul letto, «comprami un pacchetto di sigarette».
La scuola superiore è tutta un’altra cosa. Sergio, un giorno, è venuto a prenderla con lo scooter smarmittato, teneva l’altro casco appeso al braccio. Gli studenti lo guardavano e li avrebbe presi a pugni. Alice non aveva voglia di tornare ma le dispiaceva ferirlo, ha salutato le amiche ed è andata. Le sagome enormi, altissime, di cemento armato grigio, poroso, dei nuovi palazzi della zona fiera sbavavano di ombra i muri della scuola, il cortile, i giardinetti di fronte. L’orizzonte era diverso da quello degli anni scorsi. I vecchi padiglioni erano stati abbattuti con la dinamite e i muratori stranieri, in due anni, hanno tirato su i perimetri delle nuove residenze, prestigiose dice la pubblicità. Alice e Sergio si sono lasciati alle spalle tutto e con la moto sono tornati al quartiere. Prima di salire in casa, nell’androne dell’ingresso, si sono baciati, toccati un poco, sopra i jeans. Il rumore dell’ascensore li ha fermati.
«Non dovresti volermi così bene», una notte le ha detto lei dopo aver bussato ed essere entrata, «hai la tua famiglia, la scuola, le amiche».
«Smettila», ha risposto Alice, «non mentire, sai bene che non ho nessuno».
«Non ti prendo, non voglio».
«È freddo».
«Tutto questo non ha senso. Da me, lo so e lo sai, si va soltanto via, non devi volermi bene».
«È buio».
«Che ti ho detto, mi tocchi i pensieri. Cosa pretendi? Vuoi stare con me? Sì? Sappi che sono molto di più del freddo e del buio».
La luce spenta, origami alle pareti, lo zaino rovesciato. Alice si alza come uno spirito carnificato, gli occhi spalancati nel nero. Dai fori della tapparella filtra la notte e lei è ancora fuori a bussare, palpiti di marmo toccano Alice e niente da dire, sognare, da fare. Uscire con lei, colare sotto lo stipite della finestra. Non essere mai esistita: via le mani via gli occhi.
Ha smesso di bussare: «Domani», ha detto. Sparita: «Domani ti porto con me, domani».
«Ti prego, rimani», le ha sussurrato Alice.
Nella scia di nuvole viola stirate di fianco a un bulbo di luna calante però è andata via. Via davvero.
Un giorno di sole azzurro, il piazzale dell’oratorio pullula di bambini di tutte le età. Don Stefano sa che Alice è brava a tenere i piccoli, li fa giocare e loro ridono e un poco obbediscono. Le campane, l’incenso, l’inverosimile storia di Gesù. No, non è mai esistito e Dio è un cinico bastardo se resta a guardare il mondo. Molto meglio considerare che non esista e non ce la fa Alice, non lo pensa davvero e quando Sergio ride di lei che va all’oratorio a tenere i bambini, dentro di sé urla a se stessa che Dio esiste. Don Stefano è un prete giovane, poi c’è Don Flavio, ha sempre la pelle arrossata da una barba fatta di fretta. I canestri, la sacrestia, il crocefisso di legno appeso al soffitto. La scatola di cartone bianco delle ostie. Alice conosce ogni cunicolo, ogni passaggio, ogni budello. Si muove sapiente tra chiesa, oratorio e cortile dell’oratorio; bar dell’oratorio, campo da pallavolo e saloni per le feste di compleanno.
«Dobbiamo farlo».
«Perché?»
«Ho diciotto anni».
«Io no».
«Se mi vuoi bene…»
«Non sono certa di volerlo fare con te».
«Sei una stronza, e se a scuola ti sbatti uno di quegli studenti, gonfio lui e poi te».
«Vattene Sergio, vattene via da me».
Ha pianto. Lui è andato via e per qualche settimana non si è fatto vedere. Ha pianto. Don Flavio è gentile, Don Flavio ha carpito quella tristezza e Alice è fuggita dalla sacrestia: le sedie vuote, l’altare alle spalle e Dio e su figlio Gesù, li sentiva ridere; l’acquasantiera e un colpo di luce del sole che scendeva. A casa c’era suo padre ubriaco, sua madre: Grande Fratello, Isola dei Famosi, omicidio di Garlasco, di Cogne, di Perugia, Ascoli e Sara Scazzi. Il centro commerciale di Mapello, via Poma, le mela rossa per Biancaneve e i parcheggi, le salite d’asfalto e i piazzali di macchine morte e nei negozi l’odore del pesce, del formaggio, del cuoio.
Perché da me, lo so, si va soltanto via.
Bussa.
Alice l’ha chiamata ancora: «Come stai?», le chiede.
«Non so rispondere, nessuno me lo chiede mai».
«Toccami le mani», insiste Alice.
«Non puoi, non devi. Non posso sentirmi amata, non ho la forza per respingerti e finirò per prenderti».
«Sei qui per questo, io lo sono».
La stanza ora è viola. Si sciolgono i poster, le foto, le capocchie delle puntine da disegno. Impasto colloso, sabbie mobili, documentario selvaggio. Alice è ferma. Via le mani via gli occhi. La vede: teschio nero che sorride, teschio dorato che luccica, teschio rosso che avvampa.
«Non vuoi leccarmi le ferite?»
«Non posso, sarei veleno».
«Vuoi andare via senza di me?»
«Da me tu non puoi proprio andare via», s’infuria.
«Ora parli bene, ti voglio», non è spaventata.
«Ogni notte passa, resisti».
«Toccami le mani».
«Avrai paura».
«Piangi? Perché?», china il capo Alice: «Neppure tu mi vuoi?»
La porta sbatte, grida il padre e la madre fugge inseguita dai pugni. Dovranno spendere altri cento euro, anche di più e sarà il silenzio a medicare ogni taglio.
«Toccami le mani», ripete Alice, «ti prego, toccami le mani», non si ferma, «toccami le mani, toccami le mani, toccale».
Lei si alza, soffia, è splendida e nera. Luccica di ebano umido e cadono sul pavimento i resti della terra morta.
La stanza è spoglia. Piena di fiori e poster.
Via le mani.
Perché da me, lo so, si va soltanto via.

una donna per bene

ClaraZetkin

L’8 marzo non si celebrava da quasi un secolo. Clara ne sapeva qualcosa per via di quella sua nonna un po’ suonata che viveva in campagna. Da bambina andava volentieri a trovarla, aveva passato con lei qualche estate e si era divertita col robot che accudiva la nonna, puliva la casa e teneva in ordine il giardino. Adesso era diverso: era una giovane donna di diciotto anni, aveva i suoi impegni, altre cose da fare. Le voleva bene a nonna Ilaria, sentiva che c’era un filo nascosto che in qualche modo le univa, solo che non aveva tempo per darle retta come una volta.
Quel giorno, due settimane prima dell’8 marzo 2115, accese il poly e mandò un messaggio a Rosa e Corinne. Nonostante il divieto governativo si sarebbero trovate al Nero dopo le otto della sera. Ripeté a memoria il testo della canzone, infilò le scarpe e scese nel salone. La madre stava spillando i fagiolini, il padre leggeva e Clara indossò il giubbotto: la reazione dei genitori fu immediata. Il padre lasciò il libro sul divano e corse alla porta; la madre si alzò e si affacciò dalla cucina.
«Sai bene che non si può uscire!», fece il padre parandosi davanti come un soldato.
«Lo so, è per questo che esco».
«Sentila!», urlò la madre, «che ti dicevo? Questa va a farsi ammazzare».
«Non mi risulta che a te importi, mamma».
«Ora basta, Clara!», intervenne il padre, «hai avuto tutto il pomeriggio per uscire».
«Togliti dalla porta!»
«Non esci!»
«Ho le prove del concerto».
«Che concerto?»
«Levati», avanzò e afferrò il pomolo, «e domenica non posso venire da nonna Ilaria».
«Cosa fai?», fece la madre, «la lasci andare?»
«Il concerto è autorizzato?», domandò il padre.
«Certo che no!», rispose Clara, «esiste ancora qualcosa di autorizzato?»

Il Nero era un locale ricavato nella porzione interna di un centro commerciale abbandonato. Lo gestiva Lukas, un giovane ceceno arrivato in Italia da bambino e rimasto orfano. Usare la sala prove del Nero significava consumare e lasciare i soldi sul bancone. Lukas permise alle ragazze di sistemarsi, poi arrivò. Entrò nello spazio adibito alle prove. Clara stava picchiettando l’indice sul microfono, Corinne stava avvitando i cursori di fissaggio dei tamburi e Rosa stava verificando l’amplificazione del sintetizzatore.
«Porto da bere?» fece «cosa?»
«Birra per tutte?» buttò lì Clara.
Rosa e Corinne annuirono.
«Birra finita» sentenziò Lukas.
«Rhum?»
«Finito».
«Fai prima a dire cosa c’è».
«Lemon o menta o…»
«O?»
«Vodka russa», disse sottovoce Lukas, mellifluo: «Al doppio del prezzo».
«Sarà uno dei tuoi soliti intrugli», disse Rosa.
«No!», Lukas mise la mano sul cuore, «roba di qualità».
«Al doppio del prezzo no», disse Corinne.
«Ragazze, io rischio a tenere aperto e a farvi suonare».
«E vuoi guadagnare soldi?», rise Clara, «accontentati e un giorno la storia ti ricorderà con onore: Lukas Rabachyov aiutò la rivoluzione».
«Ma quale rivoluzione!», alzò le spalle lui: «Siete matte a pensare di cambiare le cose».
«Domenica ci sarà un concerto in Piazza del Popolo, lo sai?», Corinne picchiò una bacchetta sul tomtom; il rimbombo penetrò i diffusori e inondò la stanza: «Arrivano band underground da tutta Italia».
«Autorizzato?»
«Sembri mio padre!»
«Il tuo locale è autorizzato a vendere alcolici?», Rosa si mise dietro il sintetizzatore e impostò il programma audio: «Eppure lo fai».
«Rivoluzione?», disse Lukas, «non voglio sentirvi, lavoro e voglio continuare a farlo».
«Ti pagano per stordirci?», Clara avvicinò le dita delle mani disegnando un triangolo, puntandolo contro Lukas Rabachyov: «Tieniti la vodka», disse, «porta la menta».
Rosa e Corinne imitarono Clara replicando altri due triangoli.
«Siete davvero suonate», rise Lukas.
«Sì», fece Clara, «siamo suonate, suoniamo e se continui a rompere te le suoniamo».
Lukas scrollò le spalle e scosse la testa: «È che vi voglio bene», disse, «sono un buono. Sono troppo buono».

«Come mai Clara non è venuta?», domandò nonna Ilaria facendo segno al robot di servire il pranzo, «le avevo preparato i miei appunti sull’otto marzo».
«Aveva da fare con la scuola», le rispose il figlio, «poi, mamma, ancora con questa storia dell’otto marzo? I tempi sono cambiati».
«Sono cambiati sì», fece nonna Ilaria, «e non da oggi. Io me ne sono accorta, a te invece pare vada bene tutto».
«Mamma, quand’è che la smetterai di agitarti?»
«Agitarmi?»
«Sì. La situazione è quella che è, agitarsi non serve a niente».
Il robot si spostò dalla tavola. Iniziarono a mangiare.
«Non serve a niente accettare d’essere calpestati come scarafaggi».
«Possiamo parlare d’altro?»
Nonna Ilaria non badò più al figlio e guardò il nipote: «Dov’è tua sorella?», fece ammiccando, «dimmelo un po’».
«Deve cantare a un concerto», rispose senza esitazioni il ragazzetto.
Intervenne la madre mettendosi un dito sulle labbra e lanciando un’occhiata al figlio; poi, rivolgendosi alla suocera, sorridendo disse: «Non lo ascolti, sa com’è Giovanni».
«Sincero», fece nonna Ilaria dando una carezza al nipote.
Giovanni alzò la testa verso l’alto ridacchiando.
«Per un pranzo, una volta al mese, potrebbe anche venire», borbottò nonna Ilaria, «e cos’è questa storia della canzone?»
«Nulla», fece il figlio.
«Oh, insomma, voglio sapere», si fece versare un dito di vino: «Giovanni, dimmi un po’ della canzone di tua sorella».
«Oggi c’è un grande concerto in città».
Nonna Ilaria annuì: «Poi, che altro sai?»
«Clara canterà una canzone, suona con le sue amiche».
«Rosa e Corinne?»
«Sì, loro».
«E tu non glielo hai impedito?» fece la nonna rivolgendosi al figlio, «si caccerà nei guai».
«È testona!»
«Lo so, e voglio andarci pure io al concerto».
«Mamma, che dici?», saltò su il figlio.
«Facciamo in tempo, Giovanni?»
«Sì, nonna», rispose il ragazzino, «inizia alle quattro».
«Bene, allora pranziamo in fretta e si va!»
«Mamma…»
«Sst! Zitto figliolo e mangia, non voglio arrivare tardi».

La piazza vibrava di voci e di suoni. Il palco era stato montato contro il vecchio palazzo del municipio. Le truppe governative, allertate dal servizio segreto civile che presidiava in borghese, muovevano a ranghi compatti verso l’epicentro. L’ordine era di attendere, lasciare fare e poi agire. Ogni insulto al governo sarebbe stato punito in modo esemplare. I cyborg addetti al servizio d’ordine circondavano la zona. Quando nonna Ilaria scese dal furgone e con la carrozzella sfilò nel centro di Piazza del Popolo, tutti si fecero da parte. Clara, in compagnia di Rosa e Corinne, stazionava nei pressi del palco con altri giovani musicisti. Indossava delle calze di nylon rosa acceso, stivali a punta, mori, e una maglia tempestata di lustrini d’oro e d’argento. Aveva raccolto i capelli in un nastro di seta blu elettrico. Giovanni e i genitori rincorrevano da lontano nonna Ilaria facendosi largo tra la folla, gremita sul selciato. Clara si voltò e vide la sedia a rotelle puntare verso di lei.
«Nonna…», sospirò, «che ci fai qua?»
«Non sei venuta a trovarmi e allora eccomi».
«Sarei venuta la prossima volta, qui sarà un casino tra poco».
«Quindi?»
«Beh…»
«Beh cosa? Vuoi dire che non è un posto per me, per una nonna sulla sedia a rotelle?»
«Tu che ne pensi?»
«Quando canti?», domandò nonna Ilaria.
«Tra due ore», rispose Clara.
Nonna Ilaria prese da una sacca appesa ai braccioli della carrozzella gli appunti sulla festa della donna e li mise in mano alla nipote: «Leggi».
«Carta?»
«Sono fogli vecchi, riciclati. Non ho ucciso nessun albero. Leggi».
«Adesso?»
«Hai due ore di tempo. Fallo prima di salire su quel palco».
«Va bene», annuì Clara, «ma tu diglielo, nonna», Clara si rivolse alle amiche: «Vero che a tuoi tempi l’otto marzo era diventata una festa in discoteca, spogliarelli e donne che facevano le pazze?»
«Sì, ma c’è stato un tempo precedente ai miei tempi, un tempo che è bene ritorni», girò la carrozzella, «ogni futuro necessita di utopie», seguita a distanza dal figlio, dal nipote e dalla nuora, andò a sistemarsi di fronte al palco: «Leggete i miei appunti», fece segno, «e chiamiamola giornata internazionale della donna, non festa».

Alle sei della sera, dopo due ore di spettacolo, Clara, Rosa e Corinne, capelli davanti al viso, invasero il palco. Toccava loro! Clara urlò, Corinne fece roteare le bacchette tra le dita e Rosa strinse il pugno e lo rivolse verso la piazza. Il buio e le truppe governative avvolgevano il concerto; i cyborg avevano fermato alcuni giovani; gli agenti in borghese tenevano d’occhio le quinte in attesa dell’ordine d’intervento. Gli arresti si erano svolti senza rivolte: nessuno poteva contrastare la forza dei cyborg.
«La canzone che andremo a eseguire», disse Clara amplificata dall’impianto voci, giganteggiando sul fragore della folla, «è dedicata a tutte le donne che il prossimo otto marzo riprenderanno a festeggiarlo. Il regime uccide la nostra libertà e non merita questa musica, questi giovani, queste donne. Oggi noi, e domani e l’otto di marzo del duemilacentoquindici, rivendichiamo le conquiste sociali ed economiche delle donne della metà del novecento soffocate dalla stolta violenza di questo governo di briganti».
«Ha letto tutto», gongolò tra sé nonna Ilaria alzando il pollice, «ha letto».
«La nostra canzone», proseguì Clara mentre Corinne si metteva alla batteria e Rosa alla tastiera, «è contro le discriminazioni e le violenze che noi giovani donne dobbiamo subire. Per questo, in nome di tutta la parte sana del paese, chiediamo giustizia sociale, equità economica e le dimissioni del Consiglio dei Ministri», Corinne picchiò sulla batteria, Rosa svisò sulla tastiera, «il diritto di voto lo abbiamo ancora, ma sappiamo che fine fanno i nostri voti: li mangia l’informatica coi brogli». Poi staccò il microfono dall’asta e cominciò a cantare. Un boato prese l’aria. Corinne pestò forte le bacchette sui tamburi, Rosa azionò gli intrugli del sintetizzatore e Clara saltò dentro la musica con una rabbia sconosciuta. La folla la seguì battendo i piedi sul selciato, ballando. Clara allora si mosse dolce e cantò le parole meglio che poteva.
La piazza volava con lei, con loro.
Alla fine dell’esibizione, dietro il palco, alcuni agenti in borghese le ammanettarono. Nonna Ilaria annuì dura, trattenendo le lacrime e seguendo il passo di Clara che andava via, Rosa e Corinne di fianco: i cyborg le trascinavano altrove. L’esercito obbligò la piazza a un giogo di controlli. Il concerto fu interrotto e tutti i musicisti delle band portati nei centri di detenzione per essere schedati. Il processo avrebbe condannato Clara, Rosa e Corinne a due anni di lavori forzati. Sarebbero state separate e condotte in penitenziari differenti.

L’8 marzo 2115, molte donne si radunarono in strada per festeggiarsi e per fare memoria del futuro. In testa al corteo c’erano nonna Ilaria e il suo robot badante che spingeva la sedia a rotelle. Al bracciolo della carrozzella, nonna Ilaria aveva legato una corda che tratteneva tra il cielo e la terra un aquilone a forma di farfalla. Tra le ali c’era scritto “utopia”. Clara, Rosa e Corinne, dalle finestre delle loro prigioni, lo videro sbandierare nel vento.

(In memoria di Clara Eissner Zetkin, Rosa Luxemburg e Corinne Brown, attiviste e combattenti per i diritti delle donne. Dedicato a Maria Alyokhina, Yekaterina Samutsevich e Nadezhda Tolokonnikova: Pussy Riot per sempre d’ogni tempo e spazio.)

la gatta e la ruota

bici

Livio ha un contratto a termine e una madre che esce di casa solo per andare al mercato comunale. Suo padre è morto tre anni fa e l’unica cosa che ha lasciato è una cantina piena di roba: i bulloni d’una 128 e sedie che fan da nido alle tarme; la friggitrice elettrica presa coi punti del discount e uno scrigno di bobine per il Geloso; una scatola di coltelli vuota con l’interno di velluto blu e qualche 45giri dal vinile rigato. Le sorelle, maggiori di Livio di quasi venti anni, se ne sono andate via da tempo. Sposate, scappate, più viste dal giorno del matrimonio. A quello di Laura, il padre si ubriacò finendo a litigare per il parcheggio. Che scena ridicola, spesso Livio rivede il padre in mezzo al prato con la faccia vermiglia e rasposa: sta spintonandosi con quell’altro e tutte e due dicono frasi senza senso; vede la sorella che scappa piangendo, veli e pizzi che le dardeggiano sul fondoschiena. E ha pietà di lei e del padre e di se stesso. Di tutta la sua famiglia sparata inconsapevole tra le pieghe del mondo. Tre anni dopo, quando si sposò Angela, andò anche peggio. Il padre, consumato dalla cirrosi, si svegliò la mattina con la luna e cominciò a far storie per i confetti e i gemelli d’oro, per la cravatta e le foto. Angela non era tipo però da piangere e scappare, in quartiere era famosa come femmina capace di farsi rispettare ed esasperata, mentre infilava le scarpe bianche accorgendosi ch’erano un 38 e non un 38½, lo colpì con la suola. Fortunatamente non col tacco. Lei si ruppe l’unghia dell’anulare, fortunatamente della mano destra visto che non era mancina, e il padre l’accompagnò all’altare con l’occhio sinistro tumefatto, senza mettere la cravatta e restando fortunatamente in silenzio per tutto il giorno.
Ma a parte queste tre fortune consecutive, oggi è luglio e Livio è sceso nelle cantine perché ha deciso che a lavorare ci va in bici. C’è un gran caldo da far schifo. L’afa intorpidisce ogni tipo di pensiero. Qua sotto, le cantine sono un labirinto di cemento armato e non c’è una luce che funziona, è fresco però. I relè scattano a vuoto e le poche finestre sono murate, in più c’è una puzza acida di piscio e di immondizia che raschia la gola. L’acqua limacciosa scorre nei tubi appesi ai soffitti come le ossa di dinosauro al museo di storia naturale. Ci sono cunicoli e androni, porte chiuse, altre divelte e locali usati come cessi o come tane o per lo spaccio. Livio lo sa bene, abita al quartiere da sempre e un quartiere di periferia è la mappa di nessun tesoro; la conosci a memoria, la studi giorno e notte come dovesse aprire chissà quali forzieri; conosci le strade, i passaggi segreti, i ponti e passi tutta la vita a domandarti dove i pirati avranno seppellito i dobloni del re.
Intanto quaggiù, adesso, c’è una gatta.
Ha gli occhi gialli che pungono il buio, sta lì, non si muove. Livio le passa accanto trascinando la bici, il battistrada si appoggia alle rughe umide del cemento e strappa come un velcro. La gatta lo sopravanza di qualche passo, odora di pelo bagnato e il suo incedere è simile allo stormire delle foglie. È una danza. Poi Livio scorge un triangolo di luce e lo raggiunge: è la piattaforma del teletrasporto, pensa. Così, camminando sullo scivolo, riemerge a livello della terra insieme alla gatta. I palazzi sono carte da gioco che si specchiano in graffiti di mobiletti e treppiedi, bottiglie d’acqua e vasi, gabbiette di canarini e veneziane a mezz’asta.
«Dove hai preso quel rottame?», sua madre è affacciata.
Abitano all’ammezzato: sopra ci sono dieci file di balconi e ballatoi tutti uguali, ripetute per sette scale. Le finestre sembra che le abbiano aperte tra i muri con una raffica di mitra. Davanti, gli alberi dei piazzali, sono immobili come grissini nel formaggio. Cola dai tronchi e dalle fronde una resina appiccicosa che non è buona per farci niente. È come un humus velenoso che le piante eiaculano per dispetto, in risposta all’accerchiamento dei palazzi popolari che giornali e tivù, quando nel quartiere accade un fattaccio, definiscono conigliere di calcestruzzo o casermoni dormitorio.
«Allora?», insiste la madre: «Quel ferro vecchio da dove salta fuori?»
«L’ho presa usata».
«Usata? Buona per il rottamaio».
«Ci vado al lavoro», risponde Livio mentre la gatta si struscia tra le sue caviglie: «Risparmio i soldi dell’autobus».
Gli occhi della gatta ora, alla luce, sembrano due gettoni del telefono.
«È arrugginita».
«La vernicerò».
«È bucata».
«Solo sgonfia».
La madre di Livio ha una faccia che pare un pastrano sgualcito.
«Non fumare», le dice lui.
«Almeno faccio qualcosa», risponde lei.
A Livio piacerebbe portarla a fare un giro, farle mettere un vestito decente. Forse basterebbe che Laura e Angela venissero a trovarla, qualche volta. È invecchiata. È sola. Non vuole mai andare da nessuna parte.
«La pompa è nello sgabuzzino, me la prendi?»
«Se sai dov’è prendila tu».
«Sono in ritardo».
«E che t’importa? Tanto ti lasciano a casa a fine contratto, come sempre».
Livio, da tre mesi, lavora in un’agenzia di catering. Insieme al titolare e ad altri camerieri tuttofare si occupa di organizzare coffee-break, pranzi e merende per laureandi che frequentano un master. Luana lavora al bar aziendale e gli ha detto che pagano fino a quindicimila euro per nove mesi di corso. Le “masterine” hanno abiti firmati, profumi, occhi spenti e arroganti. I “masterini” ballano loro attorno come vermi appesi all’amo in attesa d’essere divorati. Fa rabbia vederli uscire dalle aule, malati di allegria e invadere gli atri per riempirsi i piatti di dolcetti, tartine, olive ascolane, mordicchiare tutto senza finire niente. Fa rabbia vederli togliere con la punta del coltello le strisce di grasso dal prosciutto, ridere dei titoli dei giornali e giocare a tenere in bilico i bicchieri di plastica.
La madre gli ha portato la pompa. Ha allungato un braccio e l’ha fatta cadere sull’aiuola. Livio l’ha raccolta tra i fiori e adesso ansima e gonfia le gomme. Quando ha finito, si china meglio e avvita i tappi. Infila la pompa nello zainetto. Pensa sia meglio portarsela appresso, le camere d’aria potrebbero perdere.
«A stasera», dice alla madre montando in sella.
La gatta cammina verso i giardini, vede un cane grande come un bulldozer, il muso pare una benna dentata. Si spaventa, la gatta; si acquatta un istante poi scarta di lato. Livio sta già pedalando, il colpo dell’abbaio lo svia, attraversa distratto la strada e in un baleno sarebbe contro il muso di un’auto che sopraggiunge. Non l’ha vista. La gatta è più agile però, ha l’istinto giusto per sfuggire al cane ma non alla ruota, e lo precede.
La madre lancia via la cicca ancora accesa, abbozza una specie di grido.
L’auto passa oltre, sterza, evita Livio, ed è tutto un girare di ruote e di balconi, di bocche aperte e pupille, quelle della gatta ora si vedono bene, sprizzano dal pelo. Livio frena e la gomma posteriore slitta, si tiene in piedi posando le scarpe sull’asfalto. L’auto è già via, al prossimo incrocio. Livio lascia a terra la bici e s’inginocchia: doveva aver già consumato le altre vite perché non respira più, né si muove né ha paura. Da una finestra viene fuori il volume alto di una radio, la voce brucia dentro la calura umida, dice che l’anticiclone delle Azzorre permarrà sull’Italia per un’altra settimana.
La madre ha le mani sul viso, su quel pastrano sciupato, perso tra i graffiti e il cielo giallo.

prima di arrivare al mare mi sono fermato all’autogrill

autogmare

Ho preso la macchina di mio padre e ho preso la tangenziale. Erano le due del pomeriggio di venerdì diciannove marzo e non c’era traffico. Ho preso l’autostrada per Genova. Avevo voglia d’arrivare davanti al mare. Mio padre mi ha chiamato sul cellulare perché non trovava le chiavi della macchina. Gli ho detto che se fosse sceso nel box non avrebbe trovato neppure la macchina. Ho riappeso, ho spento e ho infilato la mano dentro il cruscotto: prendendo gli occhiali da sole ho fatto cadere una scatola di preservativi alla fragola. Di fianco all’autostrada hanno cominciato a correre filari di prati gialli coperti da capannoni di vetro e lamiera. Le insegne delle ditte avevano nomi strani. Per divertirmi, come facevo al cimitero guardando i cognomi sulle lapidi, ne ho letto qualcuno: Genefalk, Trafilatex, Alcolm. Dai container posati nei piazzali spuntavano scarti rilucenti; un uomo in tuta da lavoro, fumando, è sbucato da una porticina. Più avanti, in un’area di sosta, c’era un tir bianco: ho pensato giungesse dalla Scandinavia con la cella frigorifera stipata di salmoni. A Bereguardo, grigio come il ghiaccio sporco di un diorama, c’era il Ticino che passava tra i bordi ghiaiosi e le piante disordinate. I pneumatici saltavano sulle saldature e pensando ai miei genitori e a quando, prendendo la strada di qualche borgo, seduto dietro, vedevo le loro teste ciondolare al ritmo imprevedibile del pavé, ho riso. Mia madre è ancora convinta che io non sia a posto. Quando avevo quindici anni la menava con la storia che non mi vedeva mai con una ragazza e s’inventava di tutto per farmi studiare con quella compagna di classe, Silvia, solo perché suo padre era inglese e lei aveva in mente di mandarmi a Brighton a studiare. Io e Silvia non ci sopportavamo. È finita con mia madre in ginocchio davanti ai genitori di lei pregandoli di non sporgere denuncia: Silvia non aveva gradito il mio pene eretto infilato a segnalibro nel Conte Pianezzola di latino. Poi un giorno, qualche mese dopo, ho baciato Eliana: aveva i denti, li lasciava davanti e teneva la lingua rintanata dietro la gabbia d’avorio. Ci siamo tolti le scarpe e sul letto siamo andati alla scoperta l’uno dell’altra. Abbiamo lasciato i libri aperti e dalla finestra entrava una bella luce. Siamo stati zitti per un’ora. Ho lasciato in sottofondo l’mp3 collegato alle casse del computer. Pensavo avesse le tette più grandi, con la maglietta non si capiva. Forse anche lei immaginava ce l’avessi più grosso. Me l’ha toccato appena. Io ho fatto finta che per me era una cosa normale. Alle cinque l’ho accompagnata al pullman. Sono stato lì con lei ad aspettare la 78, mi ha detto che la prossima volta sarei potuto andare io a casa sua a fare i compiti. Ho detto va bene e mi sono accorto d’essere in ritardo per l’allenamento, così ho chiamato Roberto e siamo andati a fumarci una canna. Lui voleva andare a grafitare i piloni del ponte. Io non avevo voglia e abbiamo fatto un salto al supermercato a prenderci da bere; le lattine le abbiamo bevute sulla panchina del parchetto. Quando Roberto ha aperto la sua, è uscita la schiuma e ci ha fatto la doccia. Mi sono asciugato i jeans e una signora che passava con il cane ci ha guardato male. Al campetto, alcuni extra comunitari giocavano a basket; ci siamo uniti a loro e uno di quegli arabi sparava frasi da un quarto d’ora aspirando le a e le acca. Dico solo “passa”, ha fatto ridendo con i denti marci di fuori. È una giornata che mi ricordo sempre, non lo so perché, mi capita spesso di ricordare giornate senza senso o simili ad altre. Ho cercato di capire come mai: mi scrivo le cose di quelle giornate, faccio un grafico per trovare un denominatore comune; sono giornate lontane nel tempo ma che ricordo con precisione. Una volta, mio padre e mia madre, m’hanno portato sul lungomare Europa di Varazze. Era primavera e sembravano felici d’essere lì con me. C’era un mare blu che da sopra le rocce non lo potevi toccare e lui, lo stesso, non ti poteva prendere. Sull’orizzonte passavano le navi arrugginite e io speravo non affondassero che sennò il petrolio finiva in acqua. Quando sono diventato più grande ho smesso di pensare alle navi che affondano. Non mi frega niente se poi quelli di Greenpeace devono pulire i cormorani dal petrolio. È un mondo così questo. Che senza benzina nessuno ci vuol restare, nemmeno gli ambientalisti. Prendo una caramella dal portaoggetti: c’è scritto citrus-lemon, la succhio dieci secondi e la sputo sul tappetino. A guidare con il cambio automatico non ci vuole niente. È come sull’autoscontro. Ho accelerato e dopo poco, appeso tra il cielo e le corsie, è apparso l’autogrill. Mi piacciono gli autogrill che scavalcano l’autostrada. Custodiscono un mistero che non so spiegarmi, sono come un sogno che al risveglio non torna. Da piccolo, intanto che i miei genitori bevevano il caffè, restavo a osservare le macchine infilzare l’orizzonte e dileguarsi nel futuro. Ho scritto questa frase in un tema sul viaggio, ma la prof non l’ha capita e ha segnato delle ondine rosse a lato. C’è un bel viavai di auto e persone nel piazzale. Posteggio con calma, chiudo tutto con il telecomando e mi dirigo verso la scalinata. Dentro l’autogrill c’è odore di sottaceti bruciati. Le griglie per scaldare i panini restano sempre accese e quando non tostano il pane è come se attirassero tra le loro fauci tutto quel che c’è attorno. Ho voglia di fare un rutto che tiro giù un vetro.
Ma lei mi guarda.
È da quando mi sono seduto che mi guarda. Forse mi stava guardando già da prima, mentre ero in fila per fare lo scontrino e poi in fila per la cola e di nuovo per il panino. All’inizio non ero certo guardasse me e ho fatto finta di niente: ho dato due morsi al panino e ho stappato la lattina. Non c’è modo di evitarla. Mi volto, mangio, leggo i menù; mi rigiro e lei mi guarda così intensamente che sembra attirarmi nelle sue ferite come un microbo da disinfettare. Ha i capelli lisci, dorati e gli occhi d’un colore indecifrabile. Non fa nient’altro che fissarmi e giocare con la borsetta; accavalla le gambe e lascia che la scarpa le scivoli dal tallone. La trattiene solo con la punta del piede che ondula con leggerezza. Indossa calze di nylon fini, color carne. La pelle è d’un rosa invadente che pare tatuato, non si arrende: mi guarda ossessiva. Avrà trent’anni, non so. Non sono bravo a dare l’età. Si alza. Viene verso di me: ho il cuore che è un mortaio.
«Sei qui da solo?», dice quando i tacchi smettono d’infilzare il pavimento.
Simulo naturalezza, sposto la sedia e mi giro meglio, anche se fatico a guardarla in viso: oltre i tornelli ruotano come giostre.
«Sei giovane, quanti anni hai?», insiste tenendo un sorriso sulle labbra.
«Ventuno», mento controllando il tono della voce.
Si sfiora i capelli, come le si fosse posata della polvere invisibile: «Ho litigato con il mio fidanzato», dice, «mi ha mollato qua».
«Ah!», deglutisco senza sapere che dire, mi guardo attorno, resisto all’istinto d’alzarmi, «sto andando al mare…», butto lì.
«Al mare?», stringe gli occhi, delusa, «speravo verso Milano, per uno strappo…»
Lei parla e io penso a come rimediare. Il suo profumo mi sbatte sul collo, insegue le narici e mi frusta l’ipotalamo: inutile evitare la schiavitù, dovrei alzarmi e andarmene. Ogni altra scelta è una resa.
«Non ho visto nessuno di cui possa fidarmi», continua, «magari mi prende in macchina un mezzo matto…»
«Potrei esserlo anch’io».
«Tu no!», ride, «la fisiognomica è una mia fissa», dice seria, «e tu no».
«Al mare mi faccio una mangiata di pesce, ero stufo di studiare…»
«Studente, macchina e mangiata di pesce; non ti mancano i soldi eh?»
Spaventato da una voce roca mi volto e sopra di noi c’è un tipo. Ha un aspetto torvo, sale diritto dai piedi al torace e poi s’incurva come un punto di domanda. Dice che non possiamo restare seduti qua e che i posti sono riservati al ristorante: «Quando è aperto», precisa guardando soprattutto me. Mi alzo al volo, non mi va di discutere. Lei non si muove. Faccio per allontanarmi e mi cinge il polso invitandomi a restare: un brivido mi scortica il braccio e si pianta nel centro della pancia. La guardo mentre guarda l’addetto che guarda me. Lei percepisce il mio fastidio e mi lascia. Mi muovo irruente e con lo stinco urto una sedia che cade in un fragore di legno e ceramica.
«Questo casino per una sciocchezza?», fa lei restando seduta e alzando il viso in quello accigliato del cameriere.
«Nessun casino», rimane calmo lui, «è una sala riservata, tutto qua».
«Vai se devi andare!», mi fa segno lei sgarbata, «vai!», grida mentre rialzo la sedia.
Ci resto male. Giro attorno al bar. Faccio all’inverso il tragitto di prima. M’infilo nel corridoio dei salumi, seguo il labirinto e cammino verso la cassa. Mi fermo ai bagni per pisciare. Lavo e asciugo in fretta le mani. Scendo la scalinata, non mi volto più e sono fuori: il soffio del vento mi porta il ruggito dei camion. L’asfalto è macchiato d’olio e il benzinaio infila cinquanta euro nel marsupio. Arrivo davanti alla macchina, o meglio, a dove l’ho lasciata perché la macchina non c’è. Mi cerco addosso le chiavi: non le trovo. Mi guardo attorno, sono certo: l’avevo lasciata nella fila centrale sotto il pergolato d’edera e plastica. Penso sia stata lei, non so come ma mi ha fregato: il cameriere era suo complice e m’hanno curato, sono due professionisti. Stordito torno verso l’autogrill, riattraverso il ponte di vetro sospeso sull’autostrada e l’aceto tostato mi raspa la gola. Guardo il tavolo dov’ero seduto: non riesco ad allontanare la vergogna per la mia inadeguatezza. Poi lei riappare: la basculante della toilette le soffia sulla gonna e la sospinge verso me. Mi passa a fianco fingendo di non vedermi. La inseguo e la prendo per un braccio: «Quel passaggio a Milano», dico mentre mi guarda con disprezzo, «non posso dartelo visto che m’hanno fregato la macchina».
Ha gli occhi fermi, le braccia conserte e aspetta solo che io smetta di parlare.
«Sei stata tu, mi hai preso le chiavi», dico senza prendere fiato, «eri d’accordo con quel finto cameriere…»
«Quello era un cameriere vero», si libera dalla mia presa e mi spinge via, «se ti ritrovo la macchina, mi riporti a Milano?», fa poi con aria canzonatrice.
«Allora è così? L’hai presa tu!»
«Le chiavi sì, le hai lasciate sul tavolo quando sei fuggito via», ride, «la macchina però…», allarga le braccia e accavalla le labbra, «credo che l’arcano sia svelato da questa struttura perfettamente simmetrica», e alza la mano lasciando penzolare le chiavi.
Faccio per prenderle ma lei si ritrae come un fiore carnivoro.
«Prima prometti», fa l’occhiolino.
Prometto e seguo la sua scia rosa che volge nel senso opposto a quello da cui tornavo: ero sceso dal lato sbagliato. Senza parlare attraversiamo un salone di gente che mangia: la scalinata è quella giusta e scendiamo dal lato che porta a sud, verso il mare. L’auto è dove l’avevo posteggiata. Lei sorride e c’invitiamo a salire a bordo. Guido fino a Casei Gerola: il casellante ha la faccia quadra, gli occhiali spessi, i capelli unti. Mentre pago, lui non riesce a distoglierle gli occhi dal bordo della gonna che vibra sulla tessitura lieve delle calze. Il viso, somatizzato alla forma del casello, gli si contorce in un’espressione viziosa. Mi dà il resto con le grandi dita e la moneta da dieci centesimi gli resta appiccata al polpastrello. La stacca con il pollice dell’altra mano e mi guarda con un sorriso ebete che schivo premendo l’acceleratore.
«Ora guida tu», dico accostando, «neppure ho la patente, ho diciassette anni».
Sorride. Io giro svelto attorno all’auto. C’è odore di letame. Lei intanto scivola sul sedile di sinistra. Fa inversione e s’infila sotto la pensilina. Intravedo le lenti del casellante scrutarci curiose e sento aggredirmi la voglia d’esistere, di vivere il lampo che mi proietterà nel futuro, come mettessi in bocca un cucchiaio di miele. Lei danza sui pedali con i piedi e le scarpe, con le gambe e le calze. Penso che Roberto non crederà mai a quello che m’è capitato, spero soprattutto mai a quello che mi capiterà. Vedo nello specchietto il riflesso giallo dell’autogrill dileguarsi nel passato. Nel prossimo tema scriverò questa frase e fanculo ai segni rossi della prof.

per Elisa

per elisaLorenzo è un operaio e di opera ne sa zero. Ha conosciuto Elisa a un corso di canto brasiliano; si sono piaciuti subito e sono usciti a cena. Una domenica pomeriggio, a Como, camminando sul lungolago, dopo una visita alla mostra di Magritte, si sono messi a parlare di pittura, letteratura straniera e di opera. A parlare era soprattutto Elisa, ne sapeva di ogni e Lorenzo, annuendo e citando reminiscenze scolastiche, aveva finito col riparare discorrendo di sport, musica leggera e cumulo nembi. Però Elisa gli piaceva di brutto. Due mesi dopo l’attendeva davanti a teatro. Elisa era in ritardo, aveva lasciato le chiavi al posteggiatore e, schivando le pozzanghere, aveva saltabeccato sui tacchi proteggendosi l’acconciatura con un ombrello rosa. Allo smorzarsi delle luci, sul palco, erano apparsi alcuni israeliti disperati. Lorenzo, nervoso e per nulla a proprio agio, aveva tenuto duro fino al terzo atto ma sul Va Pensiero, i suoi pensieri, confluendo oltre la cintola e dispiegandosi più alti, gli avevano ricordato il turno in fabbrica del mattino dopo, quello delle cinque. Così aveva fatto fagotto e si era dileguato dal loggione che a volare pareva lui. Elisa pensò fosse andato in bagno, invece, dal tram, Lorenzo stava chiamando Alda, vecchia amica e tifosa di calcio: «Che ne dici se alla partita ci andiamo insieme domani sera?»

ottocento

Bacio_1867

Piove ancora.
Il cielo lo vedo dall’atrio. É una lavagna, la maestra ha disegnato il tricolore, il vento lo muove e la stoffa tratteggia onde morbide. Il caffè sa di acqua di scarico. Mescolo lo zucchero cercando di pescare i granelli nelle incavature più strette.
Nessuno.
Le sale della mostra sono deserte. Non avrei potuto scegliere giorno migliore. Il capo nemmeno ha battuto ciglio: prendo mezza giornata, ho detto. Lui ha annuito, avrà aggiornato il foglio excel sottraendomi quattro ore dal monte ferie, io ho spento il computer, ho infilato il giubbotto e sono uscito.
L’ombrello non lo porto mai. Farò una fuga fino alla metrò. Mi viene in mente che devo passare al supermercato e sbadiglio, getto il bicchiere nel bidone, mi alzo e decido di uscire.
Attraverso l’ultima sala con aria interessata: due giovani si stringono di fronte alla Betsabea. Sapere che Hayez dipinse Il Bacio come atto d’amore per la nascita dell’Italia mi rattrista: uno dei custodi mi osserva, starà pensando che sono un qualunquista superficiale entrato alle Scuderie per il maltempo, invece no, visto che esco adesso e l’aria fuori è ardesia che neanche un colpo d’ascia potrebbe scalfire.
Ottocento.
Avrei dovuto nascere in un’altra epoca. Passioni, stimoli, caldo sangue e speranze di un secolo che moriva nei volti pungenti del Quarto Stato, al contrario, trascino il pizzico del mio petto dentro una solitudine avariata. I due giovani, mano nella mano, si spostano davanti a un altro quadro, ridono e mi fanno voltare. Lei gli dà una spinta amorevole, lui si allontana, non la molla e la trascina oltre una colonna.
Torno indietro.
Ho scarpe con la para di gomma e passi silenziosi. Ritratto di Anastasia Spini, del Piccio: riesce a dare alla bruttezza del reale una straordinaria dignità. E questa donna, che sembra un uomo con la cuffietta in testa e le pantofole, fa tenerezza da quanto è brutta. Mi chiedo se avrei mai avuto il coraggio di amare questa Anastasia, la luce di quegli occhi infelici, la sua forza di sedersi lì, in posa, a farsi immortalare come una dea, profilo e pelle e pensieri, quando nessun specchio avrebbe potuto ospitarla e concludo che sono un vigliacco. Non riesco più a lasciarla però, immagino la pena di lei che si prepara per la notte, esita per le lenzuola gelide, spegne la candela e non resta che un profumo di cera, la luna bianca oltre la mussola delle tende e le palpebre che si acchetano.
É la mia pena.

il nome di mio fratello

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Christian scende le scale in silenzio, guarda il muro e di sbieco le persone che incrocia. Accenna un movimento obliquo del capo torcendo il collo come se l’avessero impiccato. Isa, sua sorella maggiore, quando ha partorito, ha chiamato il bambino come lui. Le hanno chiesto perché, quasi fosse una colpa e lei, ai curiosi che guardavano il neonato oltre il vetro, ha risposto: «È il nome di mio fratello».
Isa, dopo tanto girovagare, due anni fa ha sposato Orlando, il ragazzo dell’appartamento di fronte. Avrebbe desiderato sposarsi con chi le avesse fatto battere il cuore fin sulla punta della lingua. Con Renato era durata tre anni. Una notte però, le farfalle intrappolate nella pancia erano fuggite come falene e al risveglio, vedendo il faccione ronfante del compagno, la barba ispida e il rotolo di pancia che sbocciava dalla maglia girata insù, aveva fatto le valigie ed era sparita lasciando sul comodino il catalogo Ikea e la piantina della casa. Orlando intanto studiava. Si era diplomato, fidanzato con Anna, lasciato, poi con Giulia, lasciato, laureato in economia e commercio. Aveva trovato lavoro. Gli piaceva fare cose semplici: la pizza il sabato, una gita la domenica, le partite la sera. I genitori di Isa seppero attendere il tempo giusto. Era da sempre che sognavano per la figlia un giovane a modo. La vedevano tornare dai viaggi devastata, come fosse stata in guerra: magra, pallida, ferita; così, quando le intuirono negli occhi il disincanto, levarono l’arrocco e fecero scacco in tre mosse: cena con i genitori di Orlando, incontro casuale Orlando Isa, consapevolezza nell’uno dell’esistenza dell’altra e viceversa. Orlando lavorava in banca già da sei mesi, in una filiale distante ma in un posto di responsabilità, e Isa si convinse dell’inesistenza del principe azzurro.
Tre mesi prima del matrimonio, il signor Beppe, quando aveva già comprato il vestito per condurre all’altare la sua Isa, si salvò da un ictus celebrale per miracolo. Fu Christian a trovarlo rantolante sul pavimento e ad avvertire il 118. Uscì dall’ospedale per il matrimonio, accompagnato da un’infermiera e spinto dal figlio sulla carrozzella a porgere il braccio tremante alla sposa, mentre la chiesa si liberava dalla commozione con un applauso, mitigando l’attesa di Orlando.
Adesso, per essere puntuale, Orlando la mattina esce alle sei e percorre 100 chilometri. Torna alle nove e a volte neppure aprono le persiane della villetta comperata fuori città. Il sabato comincia la guerra dei tagliaerba e della spesa e delle cure al bimbo. A curare il signor Beppe invece, paralisi monolaterale, ci pensa Christian. Dopo qualche lavoro in assunzione obbligatoria non ha trovato più niente. Ha già passato i trent’anni. Tutte le mattine escono alle dieci e vanno al parco. Christian spinge la carrozzella e corre a tenere le porte, a controllare i gradini, a comprare il giornale. Ha imparato a leggere meglio e quando suo padre è stanco, anche se non capisce gli articoli, sputa le parole nere d’inchiostro e le trasforma in sussurri lenti che si spiegano sotto le chiome dei platani. A mezzogiorno tornano a casa. Se piove, giocano a briscola. A Christian piace ramino ma suo padre non ce la fa a tenere in mano troppe carte. Guardano le gocce di pioggia e il padre lascia che Christian segni i punti sui vetri appannati.
«È bello, Christian», dice Christian ridendo.
Il padre annuisce. Ammicca.
«Mica io», continua, «il bambino. Il bambino di mia sorella».
«Tuo nipote! Sei suo zio», dice allora il padre.
Christian resta muto, inclina il capo ed è come se uno stormo di falene gli artigliasse la vista. Il piccolo Christian gattona inseguito dalla nonna. Da quando Isa ha ripreso a lavorare lo lasciano lì. Cresce, impara, guarda nonni e zio: sorride. Quando escono tutti insieme, inseguiti da occhiate che ancora si chiedono perché Isa abbia dato al figlio il nome del fratello, occupano tutto il marciapiede.
«Lo sa Dio…», si rispondono da sole le malelingue.
Sì, credo proprio sia così. Dio lo sa.

la cometa di Halley

Guernica-Pablo Picasso

«Cosa ti serve per essere felice?»
«Non desidero essere felice».
«Supponiamo che tu lo voglia».
«Non vedere soffrire le persone che amo».
«Ami, dunque sei felice».
«Vivo».
«Sei uno di quelli che cercano le comete?»
«Esisto, sono nato, cammino nel mondo».
«Hai delle emozioni, è questo che vuoi dire?»
«Amo le parole, vedono il futuro».
«Avere una casa, un lavoro. Non soffrire la fame, il freddo. Avere un paio di scarpe, non credi che saresti triste se dovessi sopravvivere di stenti?»
«Il cielo non è per i bombardieri, falciano le persone quelli».
Il capomedico della casa di predetenzione di Vetrobaio, Mio Magnifico, si alzò dalla sedia, girò attorno al tavolo e andò a mettersi dietro l’indagato: «Una donna, un film, un piatto di carbonara», sussurrò ponendogli le mani sulle spalle, «ci sarà una cosa che ti fa felice?»
«Fossi felice non m’accorgerei», rispose Mario Fenis infastidito dalla pressione che il medico esercitava con le dita: «Fossi felice, esageratamente felice, morire mi diverrebbe insopportabile».
«Ossessivo pensiero di morte».

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